Firenze è un luogo carico di storia e di bellezza, che si riflette nella sua geografia, nei suoi monumenti, nelle sue strade. Si tratta di un fatto innegabile che caratterizza la cultura fiorentina, sia essa alta o popolare: una cultura determinata (certe volte fino all'esasperazione) dall'orgoglio verso la propria storia e la propria città, da un sentimento protettivo e nostalgico nei suoi confronti e dall'assoluta convinzione che questa sia "la città più bella del mondo".
Ogni fiorentino impara fin da piccolo le storie di Dante, Michelangelo, Leonardo da Vinci e degli altri grandi che hanno attraversato questa terra, lasciando la loro impronta nel paesaggio e nella storia, e tutti abbiamo provato la sensazione di far fare a qualche amico in visita un tour della città, spiegando l'origine di chiese e monumenti, concentrandoci su particolari che altrimenti sfuggirebbero al nostro interlocutore. E in questi gesti e in queste conoscenze risiede l'orgoglio fiorentino di cui molti nostri concittadini si fanno bandiera.
Questo orgoglio non è però qualcosa di necessariamente positivo.
Da un lato, chi ha girato anche un poco per la Toscana sa bene come esso sia spesso preso dai nostri corregionali come pura e semplice antipatia. Seppur molto spesso si tratti di una critica bonaria (del resto "Siam toscani, si fa per ridere"), l'ho personalmente ricevuta in più di un'occasione da persone molto diverse tra di loro, fatto che non può non far riflettere. Ho imparato che mettere da parte questo orgoglio, questa spocchia tipicamente fiorentina, permette di capire meglio quelle città e quei paesi che troppo spesso releghiamo alla generale definizione di "provincia", scoprendo un mondo altrettanto vitale e vivace. Così, è possibile ascoltare storie di livornesi che cambiano i cartelli stradali ogni estate, in modo da depistare i vacanzieri fiorentini e allontanarli dalle spiagge più belle e protette, oppure racconti di carrarini che conoscono bene quanta sofferenza e quanto sangue stia nascosto dietro l'industria del marmo, fatto che, dal punto di vista di chi è abituato a vedere solo la bellezza del prodotto finito, sta completamente al di là dell'orizzonte degli eventi. Da questo punto di vista, mettere da parte l'orgoglio permette di conoscere queste storie, entrare in queste dinamiche e superare queste barriere, guadagnandosi tra l'altro l'epiteto di "fiorentino simpatico", più unico che raro in queste zone e oltre i confini della Toscana.
Dall'altro lato, si può sostenere che questo orgoglio sia stato più volte sfruttato dalle varie amministrazioni comunali per creare la situazione odierna della città. Mi riferisco in particolare alla Firenze come "città-vetrina" e "museo a cielo aperto" di cui si lamentano molti concittadini, alcuni rimpiangendo l'ormai scomparsa "Firenze bottegaia" cantata negli stornelli di Marasco, altri auspicando un nuovo modo di intendere la città, che non sia semplicemente al servizio del turista ma accessibile a tutti, anche a chi vive quotidianamente la città senza avere le disponibilità finanziarie che solitamente hanno i visitatori.
Non vogliamo sostenere che l'orgoglio dei fiorentini abbia rovinato Firenze, ma piuttosto che sia stato usato come leva dalle amministrazioni per effettuare interventi che, presi uno per uno, sembrano piccolissimi e addirittura dovuti (bisogna valorizzare il patrimonio, bisogna combattere il degrado ecc.), ma se presi tutti insieme appaiono come espressione di una politica coerente e finalizzata alla creazione di questo tipo di città che sta stretto a tutti, tranne che ai turisti che la vivono solo per pochi giorni e all'alta borghesia fiorentina.
Ancora una volta, una via per risolvere questo impasse potrebbe essere mettere da parte l'orgoglio che ci contraddistingue. Per questo il rimpianto di cui abbiamo parlato poco più su non ci pare la via giusta: esso è sempre caratterizzato dall'orgoglio e, soprattutto, auspica la ripresa di un mondo e di una società che non torneranno più: bisogna fare pace con questo fatto.
L'altro approccio, quello che cerca di immaginare una città nuova città, ci pare molto più interessante. Esso affiora spesso nelle discussioni dei fiorentini più giovani, e non a caso: la mia generazione e le successive sono cresciute assistendo (e subendo) una progressiva ma inesorabile sottrazione degli spazi in nome dall'anti-degrado, di chiusure e sgomberi di posti economicamente accessibili e, soprattutto, votati alla condivisione e alla discussione, in un processo che è stato battezzato gentrificazione.
Per questo motivo molti di noi se ne vanno: sono costretti a imparare a odiare Firenze, almeno un poco, a rinunciare all'orgoglio che è stato insegnato loro per andare a imparare nuovi modi di vita, conoscere altre città e ambienti in cui gli spazi e le possibilità sono ancora aperti, in un modo o nell'altro. Personalmente, la mia prima illuminazione avvenne a Napoli: vidi là come è possibile far convivere turismo e cittadinanza, ricchezza e povertà, là capii che Firenze NON è la città più bella del mondo, e fui sollevato da questo pensiero. Voleva dire che è possibile fare megllo. Molti ragazzi con cui mi capita di parlare hanno avuto realizzazioni simili, anche se in altre parti del mondo, in altri contesti. Si tratta di un movimento fondamentale per immettere nel tessuto cittadino nuove idee e nuovi contenuti, in grado di cambiare veramente la città e di farla uscire da questo "letargo museale" in cui sembra caduta da tanti, troppi anni.
Ma forse questo destino di esuli fa già parte della nostra cultura, almeno dal primo grande che si trovò costretto a conoscere "come sa di sale lo pane altrui", ad odiare la sua città portandosi sempre appresso quella "c" strascicata grazie alla quale veniva riconosciuto ovunque. L'importante, la vera svolta che possimo dare alla nostra cultura, è imparare a tornare.
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