Quando, all'inizio della guerra, il governo israeliano impose alla popolazione civile palestinese di muoversi verso sud, per molti analisti e commentatori fu immediatamente palese la crisi umanitaria che stava per aprirsi. Innanzitutto, si mise in questione la possibilità di trasferire una popolazione così numerosa in così poco tempo, causando un vero e proprio esodo spinto da armi e bombardamenti. In secondo luogo, si mise in dubbio la buona volontà espressa dal Governo Nethanyahu, che sosteneva di aver dato quell'ultimatum per "proteggere" i civili e colpire soltanto Hamas.
Nel corso dei mesi, questi dubbi si sono rivelati più che fondati: se non fossero bastati i 27.000 morti (di cui quasi la metà composta da bambini), la distruzione della maggior parte degli edifici civili della Striscia, le dichiarazioni a stampo colonialista e violento dei membri del governo e l'atteggiamento sprezzante nei confronti del diritto e della giustizia internazionali, oggi, con l'attacco a Rafah, arriva la conferma definitiva delle vere intenzioni dei capi militari e politici israeliani.
Rafah è proprio la città che, a inizio della guerra, venne indicata dalle autorità israeliane come luogo sicuro per la popolazione civile. Mentre scriviamo nella città si sono radunati un milione e mezzo di sfollati, che risiedono in tende e baracche all'interno della città e lungo il confine con l'Egitto, unico varco da cui (a causa delle proteste dell'estrema destra israeliana e dei coloni) è ancora possibile far entrare aiuti umanitari. Insomma, le condizioni sono insostenibili già adesso, ed è palese che un attacco sulla città costituirebbe un ulteriore definitivo aggravamento della situazione umanitaria a Gaza.
Dato che l'attacco si sta svolgendo proprio mentre stiamo scrivendo questo articolo, non ci soffermeremo sugli aggiornamenti dal campo. Ma vorremmo affrontare qui un paio di questioni che stanno emergendo già in queste ore
Innanzitutto, vorremmo spendere due parole sulle dichiarazioni del governo israeliano, che vede la vittoria totale (espressione terrificante in questo contesto) a portata di mano.Il governo israeliano ha ordinato una nuova evaquazione alla popolazione palestinese, che a questo punto non ha più dove andare: a sud si trova un confine chiuso, a nord solo morte e distruzione. Questa richiesta di evaquazione è, a nostro parere, soltanto un modo di nascondere dietro un volto "umano" il vero intento delle forze armate israeliane: espellere tutta la popolazione palestinese dalla Striscia di Gaza per mettere in atto la definitiva colonizzazione di quel lembo di terra, facendo pressione sull'Egitto in modo che apra i confini. In questo senso, la richiesta fatta ad inizio guerra, per cui la popolazione avrebbe dovuto dirigersi verso Rafah, assume una luce nuova, quella di un'operazione premeditata: concentrare la maggior parte della popolazione nella zona più a sud del paese, per poi espellerla con un ultimo colpo di spalla. Questa è, a nostro parere, la vittoria che Israele vede "a portata di mano", una vittoria preparata ed annunciata negli anni dalle forze sioniste più radicali.
L'altra questione che vorremmo sottolineare è quella per cui Isreale si trova sempre più isolata nel contesto internazionale. L'attacco è già stato condannato da Cina, Russia, Turchia, ma ha anche suscitato le ire dell'UE (dove Borrel cerca di spingere perché si fermi la fornitura di armi ad Israele) e degli USA, dove l'amministrazione Biden sembra sul punto di mollare il proprio alleato, manifestando sempre più irritazione per i suoi atteggiamenti (soprattutto a seguito del rifiuto categorico del cessate il fuoco proposta da Hamas). Questi movimenti ci lasciano ben sperare, anche se, purtroppo, avvengono troppo tardi: come detto prima, Israele vede la vittoria a portata di mano, e se ha deciso di imbarcarsi in un'operazione del genere, con la consapevolezza che essa significherebbe alienarsi gli alleati, vuol dire che ritiene di avere già le risorse per portarla a termine. Oltre a ciò, il governo israeliano sa benissimo che, ottenuta la vittoria, ci sarebbe inevitabilmente (anche se magari sul lungo periodo) una normalizzazione dei rapporti con gli altri paesi, rimanendo Israele l'unica forza economica e politica sul territorio.
Molte volte cerchiamo di chiudere i nostri articoli con un tocco di speranza, ma oggi non possiamo proprio: la situazione è gravissima e peggiora di ora in ora. Ci scusiamo dunque per questa interruzione improvvisa. Noi, nel frattempo, continueremo a osservare, a leggere, a parlarne: è il minimo che possiamo fare.
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