Stella Battaglia e Gianni Miglietta al Museo Galileo di Firenze
Ad uno dei motti più conosciuti e popolari della lingua italiana non basterà più provare per credere; al contrario, questa volta dovrà ricorrere alla vista: vedere per credere.
Vedere, un insieme di linee rette che si trasformano in una serie di linee distorte al cambiare del nostro punto di osservazione; vedere, un insieme di asticelle di metallo informi che colpite da una luce verticale proiettano l’ombra di tre numeri diversi; vedere, la rappresentazione materialmente distorta di un muretto che ci appare lineare e geometrico attraverso una lente.

Queste sono solo alcune delle anamorfiche sculture create da Stella Battaglia e Gianni Miglietta in mostra al Museo Galileo di Firenze in occasione dell’esposizione “Geometrie dell’illusine fra arte e scienza” visitabile fino al 16 settembre.
Arte plastica, leggi della geometria e dell’ottica si fondono in un binomio che sa di surreale, di qualcosa che sembra sfuggire all’occhio umano ma che, attraverso una lente, uno specchio o semplicemente ad occhio nudo, assume contorni e forme riconoscibili.
L’Anamorfosi, termine barocco coniato nel seicento per indicare quell’insieme di raffigurazioni pittoriche fondate sullo studio delle aberrazioni prospettiche, rappresenta il principio cardine della ricerca dei due artisti che da anni si dedicano alle intersezioni tra arte e scienza dando vita ad una serie di sculture e raffigurazioni la cui percezione dell’immagine corretta si verifica solo ad una particolare condizione d'osservazione.
Lo spettatore è quindi protagonista di un’esperienze estetica unica nel suo genere che non vuol rompere con i principi costitutivi dell’arte ma che, al contrario, ribadisce i canoni dell’esperienza ed anzi, sembra ricollegarsi, attraverso i millenni, al pensiero dei grandi filosofi Platone ed Aristotele che riconoscono l’esperienza visiva, la vista, il più nobile ed eccellente tra tutti i nostri sensi, il più simile all’intelligenza.
E le sculture di Stella Battaglia e Gianni Miglietta mettono a dura prova i nostri occhi: “Fuori dal quadro”, anamorfosi con specchio sferico, ci colloca paradossalmente all’interno di esso. La cornice, attraversata da una scultura informe, custodisce lo specchio su cui si riflette la nostra immagine catapultata davanti ad un ingresso supportato da due colonne.


“Poseidon” scultura in terracotta, si inserisce all’interno delle anamorfosi ottiche in cui il nostro occhio riesce a riconoscere l’immagine solo guardando da un particolare punto di vista.

Con “Fra-Ma-Pi, Fratelli”, busti in gesso bianco modellati in modo tale che le proiezioni aderiscano al materiale come un pelle, vorremmo avvicinarci per strappare quella pellicola che avvolge le tre sculture mentre con “Primo”, pittura ad olio su listelli di legno, ci divertiamo a cambiare posizione davanti alla rappresentazione che è in grado di svelarci, in un’unica tela, tre diverse immagini: gli atleti in fase di partenza, i blocchi numerici indicanti la corsia e un’immagine scomposta delle due precedenti.

Se l’arte non può prescindere dalle leggi della geometria, nelle forme, della fisica, nei materiali, della matematica, nelle proporzioni; “Geometrie dell’illusioni” incarna perfettamente il dialogo inesauribile tra arte e scienza restituendoci un’esperienza significativa capace di lasciare un segno, di imprimere, nel campo dell’esperienza, una traccia di sé che ci meraviglia e ci trasporta all’interno di essa come a volerci farci gustare il piacere di stabilire un’intima e personale relazione con l’oggetto.
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