Broken. Il potere del frammento
Firenze, Palazzo Strozzi 25.09.206 24.01.2027
Un viaggio nella storia della scultura:
dall’antico Egitto alla Grecia classica fino a Michelangelo,
Auguste Rodin, Louise Bourgeois, Francesco Vezzoli e Danh Vo

Arte egizia Naso e labbra di Akhenaton da Akhenaton, oggi Amama Egitto 1353-1336 a.C. calcare indurito cm 8,1x6,3x5,5 New York The Metropolitan Museum of Art, acquisto, dono di Edward S. Harkness, 1926 (26.7.1395)
Dal 25 settembre 2026 al 24 gennaio 2027 Palazzo Strozzi presenta Broken. Il potere del
frammento, una grande mostra che celebra il potere evocativo e il fascino che il frammento
ha esercitato nella storia della scultura dall’archeologia all’arte contemporanea.
Organizzata con la National Gallery of Art di Washington, l’esposizione si pone come un
emozionante viaggio tra culture e storie di tutto il mondo attraverso oltre ottanta opere
che mettono in luce non solo il valore estetico ma anche le affascinanti vicende storiche e i
forti significati politici e simbolici che ogni frammento di scultura racchiude.
La mostra riunisce prestiti dalle più importanti istituzioni internazionali, tra cui il Metropolitan
Museum di New York, il Museo del Louvre di Parigi, il British Museum di Londra, il Museo
Archeologico Nazionale di Atene, il Museo Nazionale Romano, il Museo Archeologico
Nazionale di Firenze e il Museo Nacional de Antropología di Città del Messico.
Il progetto attraversa epoche e geografie diverse: dalle antiche civiltà dell'Egitto, della
Mesoamerica, dell'Etruria, della Grecia e di Roma, si estende fino alle culture premoderne e
moderne degli attuali Messico, Mali, Perù e Cambogia.
Opere dei principali maestri della storia dell’arte, tra cui Giovanni Pisano, Michelangelo,
Antonio Canova, Auguste Rodin, sono affiancate alle sculture di artisti contemporanei come
Louise Bourgeois, Huma Bhabha, Robert Gober, Francesco Vezzoli e Danh Vo, che hanno
assunto il frammento come punto di partenza per nuove possibilità espressive. In occasione
della mostra, inoltre, Palazzo Strozzi presenta una nuova installazione dell’artista Mark
Manders, concepita per il Cortile rinascimentale.
La mostra indaga le ragioni e le circostanze che hanno determinato la distruzione o il
danneggiamento di sculture, dalle iconoclastie antiche e moderne alle devastazioni
belliche, dal vandalismo alle calamità naturali. Il percorso conduce attraverso momenti
cruciali della storia, tra i quali le guerre e le riforme religiose, la Rivoluzione francese, i conflitti
mondiali e l’alluvione di Firenze del 1966, permettendo un’ampia riflessione sul valore politico
che queste opere hanno acquisito con la loro rottura.
Se i frammenti sono fondamentali per la nostra comprensione del passato, essi sono molto più
che semplici resti di un’unità perduta. Esistono come oggetti autonomi, degni di essere
osservati e interpretati come opere d’arte a sé stanti, capaci di oltrepassare il loro contesto
originario per raccontare storie di trasformazione, distruzione e rinascita. Nel tempo il loro
significato si è evoluto: da simboli di eventi traumatici sono divenuti stimoli per
l’immaginazione, generando un dialogo continuo e dinamico tra passato e presente.
Perché i frammenti continuano a esercitare un fascino così profondo? Cosa ci spinge a soffermarci
davanti a una statua mutila, a una testa spezzata, a un corpo segnato dalla violenza o dal tempo?
Da sempre la rottura accompagna la storia delle opere d’arte. Il tempo, gli eventi naturali, le guerre,
l’iconoclastia, la devozione, il riuso e persino la creazione artistica hanno trasformato opere nate
come unità compiute in oggetti frammentari, capaci tuttavia di conservare – e talvolta accrescere
– la propria forza espressiva.
Mettendo in dialogo secoli e contesti culturali diversi, la mostra si sviluppa in sezioni tematiche
che indagano il frammento come fenomeno storico, culturale e simbolico, esplorando le molteplici
vite di opere che ci permettono di interrogarci sul rapporto tra distruzione e memoria, perdita e
immaginazione, assenza e sopravvivenza. Il frammento emerge così come una forma autonoma
di conoscenza: una presenza che custodisce le tracce del tempo e, nelle sue lacune, continua a
evocare il passato e a interrogare il presente.
Apre la mostra un’ampia sezione dedicata alla forza evocativa del frammento, con un avvio di
grande impatto: i resti del Monumento funebre a Margherita di Brabante (1312-1314), che
restituiscono la potenza e l’innovazione della composizione concepita dal grande maestro della
scultura italiana Giovanni Pisano. Segue una serie di volti frammentari provenienti da complessi
scultorei di varie epoche e aree geografiche, tra cui il celebre frammento con naso e labbra di
Akhenaton (circa 1350 a.C.) dal Metropolitan Museum di New York, una protome etrusca del VI
secolo a.C. dal Museo di Villa Giulia di Roma, una testa della dea Afrodite del II secolo a.C. dal
Museo dell’Acropoli di Atene, un raro frammento di scultura buddista in bronzo del Vietnam
dell’VIII secolo dal Museo Guimet di Parigi. La sala successiva prende in esame il modo in cui i
corpi frammentati sono stati esposti, raccolti o occultati: da uno dei “Giganti di Mont’e Prama” (900-
700 a.C.) espressione della civiltà nuragica, al Torso di Livorno del I secolo a.C. dal Museo
Archeologico Nazionale di Firenze, fino alla cosiddetta Donna scarificata del 200 d.C. circa, celebre
reperto dalla zona archeologica di Tamtoc in Messico.
Arte Mexica (azteca) Statua di Chalchiuhticue da Tenochtitlan, oggi Città del Messico, Messico 1325 - 1521 circa
diorite
cm 80x37,5x27,5
Città del Messico, Museo Nacional de Antrpologia, Secretaria de Cultura - Istituto Nacional de Antropologia e Historia 10-82215
L’esposizione prosegue con i temi dell’iconoclastia e della damnatio memoriae, pratiche di
distruzione o alterazione di immagini o oggetti per fini politici e religiosi. Fulcro della sala sono i
resti di uno dei più antichi monumenti equestri in bronzo conosciuti dall’Agorà di Atene (320-270
a.C. circa), abbattuto nel 200 a.C. in uno dei primi casi di distruzione a fini politici. A questo si
affiancano testimonianze emblematiche dei vandalismi (termine nato proprio nel 1794 in questo
contesto) della Rivoluzione francese come il piede della grande scultura equestre di Luigi XIV e
la mano destra del monumento a Luigi XV in prestito dal Museo del Louvre. Altro esempio di
iconoclastia è il frammento della statua, un tempo monumentale, della dea azteca Coatlicue che
si ritiene sia stata distrutta dagli spagnoli nel XVI secolo, e oggi conservata al Museo Nacional de
Antropología di Città del Messico. Chiude la sala un busto di Mussolini di Adolfo Wildt (1923)
che si presenta perforato da colpi inferti dai partigiani dopo la Liberazione.
La sezione successiva è incentrata sugli esiti delle guerre e del colonialismo che hanno
danneggiato o alterato opere dall’antichità al Novecento. Tra le protagoniste due opere di musei
berlinesi gravemente danneggiate durante la Seconda guerra mondiale: una figura femminile
neoittita (X-IX secolo a.C.), rinvenuta a Tell Halaf in Siria, e la cosiddetta Pietà di Praga (1380
circa), scultura gotica di cui restano solo le teste di Cristo e della Vergine. A queste si affiancano
due suggestive teste in gesso di Antonio Canova dalla Gypsotheca di Possagno, colpite dai
bombardamenti durante la Prima guerra mondiale, che testimoniano in modo drammatico le ferite
inflitte dai conflitti al patrimonio artistico. Una Testa di Budda, prelevata dagli inglesi nel 1814 dal
tempio di Borobudur sull’isola di Giava, testimonia la tendenza delle potenze coloniali
occidentali a frammentare e appropriarsi del patrimonio artistico e culturale in tutto il mondo.
Altra sezione della mostra è dedicata alle forze naturali. Alcune opere si sono consumate
lentamente nel tempo, come la statua del Ragazzo accovacciato (inizi del I secolo a.C., dal Museo
Archeologico Nazionale di Atene), recuperata durante il famoso ritrovamento del relitto di
Anticitera nel 1900: la parte protetta dalla sabbia si è mantenuta, mentre quella esposta all’acqua
marina è stata corrosa nel corso di due millenni. Altre sono invece segnate da calamità come
l’alluvione di Firenze del 1966, che ha lasciato un segno profondo nella città e sul suo patrimonio
artistico. In questo contesto si presenta un Cristo portacroce di uno scultore toscano tre-
quattrocentesco proveniente dal Museo di San Marco: pur restaurato, conserva ancora le tracce
di quell’evento.
Il percorso affronta poi il concetto delle ricomposizioni e il rapporto tra frammento e
ricostruzione. La Fanciulla africana del Museo Archeologico Nazionale di Firenze è il raffinato
risultato di un intervento rinascimentale che ha integrato una testa ellenistica in bronzo su un corpo
realizzato nel Cinquecento. L’opera testimonia il gusto per la reinvenzione dell’antico: il
frammento non è solo una traccia del passato, ma la base per una nuova creazione che non
risponde a un criterio di restauro, bensì a una logica estetica e concettuale capace di trasformarlo
in un’opera autonoma, dotata di una nuova identità. Un approccio che si ritrova anche nelle
pratiche dell’assemblaggio di artisti contemporanei come Francesco Vezzoli che in The Swan
(2023) unisce una testa ritratto romana del II secolo d.C. a un busto tardorinascimentale.
A partire dal suggestivo confronto con opere entrate nell’immaginario collettivo, come la celebre
Mano destra di una statua colossale, tradizionalmente associata a Costantino del I-IV secolo
d.C, proveniente dai Musei Capitolini, l’attenzione si sposta sugli artisti moderni che, a cominciare
da Michelangelo, adottano il frammento come linguaggio autonomo e non più come semplice
esito di una perdita. Con Auguste Rodin e Medardo Rosso questa ricerca assume un ruolo
centrale: la “figura parziale” non è mutilazione ma intensificazione espressiva, in cui il corpo viene
ridotto agli elementi essenziali per sprigionare movimento e vitalità. Una logica che artisti come
Alberto Giacometti e Alina Szapocznikow svilupperanno ulteriormente, trasformando il corpo
frammentato in un campo di sperimentazione formale, simbolica e politica soprattutto in relazione
alle crisi del XX secolo, fino ad arrivare ad artisti del dopoguerra e di oggi, che fanno del
frammento un paradigma simbolico della propria ricerca come Louise Bourgeois, Huma Bhabha,
Robert Gober, Paul Pfeiffer, Villar Rojas e Danh Vo.
prenotazioni@palazzostrozzi.org +39 055 2645155
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