Diario di Viaggio - Nooshin

Giovedì 26 Novembre 2015 10:46 Angela Mori
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Nooshin, entrando in camera dei suoi genitori, mi ha indicato un quadro che li ritraeva, e che lei aveva disegnato a matita riproducendo una foto di quando erano giovani. Una foto che si trovava in un quadretto  appeso all’altra parete.
Poi ha afferrato un’altra foto, incorniciata, che si trovava sul cassettone, e che ritraeva sua madre, sorridente.
“Guarda che fisico! Pensa che aveva gia’ avuto due gravidanze” ha commentato Nooshin.
Fatemeh aveva davvero un bel fisico.
In quella foto poi indossava una camicetta a fiori e dei jeans che mettevano ancor piu’in risalto le sue lunghe gambe.
Quella foto mi ha fatto pensare, perche’ ovviamente era stata scattata prima della rivoluzione khomeinista.
Mi ha fatto pensare a come le ragazze potevano aver vissuto il passaggio da un sistema in cui erano libere di vestirsi come volevano, ad un altro in cui gli si imponeva di vestirsi in una certa maniera.
Ho continuato a pensare, e sono uscita di casa con Nooshin. Giu’ ci aspettava Monireh e sua figlia Fatemeh.
Erano passati quattro anni da quando le avevo conosciute, ma era come se fossero passati quattro giorni. Avevo lasciato Fatemeh che era una bambina e me la sono ritrovata quindicenne con I capelli lunghissimi, una bocca disegnata da un rossetto infuocato e con lo stesso sguardo di sua madre.
Di Monireh ricordavo quella luce negli occhi che le avversita’ della vita, nonostante tutto, non avevano spento e che rendeva il suo sguardo un carezza dell’anima.
Mentre eravamo in macchina, dirette a Torqabeh, localita’ poco distante da Mashad, famosa per i suoi ristorantini tradizionali, ho chiesto a Monireh “come vanno gli studi?”, “li ho dovuti interrompere a causa di problemi in famiglia. Ma spero di riprenderli in futuro” mi ha risposto. E’ la seconda volta nella sua vita che ha dovuto  smettere di studiare.
A undici anni si fidanzo’, o forse dovrei dire  che “la fidanzarono”. A tredici anni, sposa bambina, dovette smettere di andare a scuola. A  quattordici, ebbe il primo figlio. Dopo qualche hanno ha avuto un secondo bambino che poi e’ morto all’eta’ di undici anni. Poi e’ arrivata Fatemeh.
A  quarant’anni, con uno scatto d’orgoglio, aveva deciso di riprendere in mano la sua vita ricominciando gli studi.
Arrivate a Torqabeh, siamo scese dell’auto e ci siamo dirette al ristorante.  In un bel giadino c’erano delle “tende”, al cui interno si trovava una piattaforma con un tappeto, rialzata e riscaldata, sui cui sedersi.
Siamo entrate in una di queste. Fatemeh pero’ ci ha raggiunto qualche minuto dopo. E’ arrivata con una torta enorme con sopra una candelina a forma di punto interrogativo. Sorpresa ed emozionata, mi sono messa a ridere. “Ma lo sapete benissimo che oggi compio cinquant’anni!” gli ho detto. Si sono messe a ridere anche loro.
Abbiamo chiacchierato a lungo. Io, affamata di vita iraniana, gli ho chiesto soprattutto di come funziona il “mehrieh”, questa specie di “cambiale” costituita da un esborso di monete d’oro, che lo sposo, al momento del matrimonio sottoscrive, e che costituisce un risarcimento, in alcuni casi addirittura un vitalizio per la moglie, nel caso decidesse di divorziare.  Una pratica che la donna a quanto pare “pretende” al momento del matrimonio  poiche’ non ha altro mezzo legale per tutelarsi in caso di separazione.
Tornate a casa di Nooshin, come al solito, come avviene in qualsiasi famiglia iraniana, sedute in poltrona in soggiorno, sua madre ha cominciato a servirci il primo giro di frutta e pistacchi, poi il te’, poi i dolcetti, poi altra frutta, e cosi’ via, fino ad esaurimento dei “grazie, va bene cosi’”.
Mentre era indaffarata a cucinare per la cena, trovava il tempo di interloquire anche con noi.
Ripensando a quella foto che aveva sul cassettone della camera, le ho chiesto “come ha vissuto il cambiamento di abbigliamento dopo la rivoluzione?  Che cosa ha provato ?”. “Non e’ stato difficile”, anche perche’, come ha tenuto a sottolineare Monireh, il cambio e’ avvenuto gradualmente. Prima  hanno “allungato “  le maniche, poi la casacca, e poi hanno messo l’hejab, per coprirsi I capelli. Fatemeh mi ha detto che comunque per lei, che e’ una donna di fede , quella dell’abbigliamento non la sente come una mortificazione della personalita’.
“L’hejab e’ l’ultimo di miei pensieri. Il problema grande in questo Paese e’ la spaventosa crisi economica che costringe molti giovani ad andarsene dall’Iran in cerca del futuro”.
Io, presuntuosa, che credevo di aver capito quali erano i problemi reali  delle donne iraniane, ho abbassato lo sguardo, e ho sgusciato un altro pistacchio.

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 26 Novembre 2015 11:34 )