2. ATTI DI ARCHIVIO 1996
Convegno Firenze e Pratolini - Comune di Firenze e Centro DEA
TANTO PER COMINCIARE A RIPARLARNE, DI PRATOLINI
prolusione al convegno di RODOLFO TOMMASI E EDY FROLLANO
Rodolfo Tiommasi, scrittore e giornalista, dal '64 scrive per quotidiani e riviste (e dal '70 per la Rai) di letteratura, musica e spettacolo. I suoi primi testi di analisi critica appaiono su "Il Ponte"; quelli poetici su "Letteratura". Tra le opere di poesia ricordiamo, per tutte, la "Trilogia del silenzio" e la "Trilogia della parola". Tra i numerosi saggi (alcuni apparsi in varie miscellanee e in atti di convegni), i volumi "Il Teatro Comunale a Firenze: presenza e linguaggio", ."Pinocchio (analisi di un burattino)", "Un Pratolini ignorato ("Il mannello di Natascia" o la "Rivoluzione romantica") - scritto con Edy Frollano, con cui ha lavorato, come consulente e autore, anche alla "Storia dell'Editoria d'Europa" - "La Casa Sandron, La Storia, L'Europa". E' prossima l'uscita di "Regina barbara (la poesia di Dino Campana).
"Il presente vince sempre". E' la frase che apre "Allegoria e Derisione", l'ultimo romanzo di Pratolini, il penultimo pannello di "Una storia italiana", poichè, al di là di ogni opinione contraria, e certamente degna di essere discussa, è il pressochè sconosciuto "Mannello di Natascia" a concludere il ciclo storico-narrativo-poetico-lirico-autoinquisitorio previsto dallo scrittore. (E ho usato i termini "poetico" e "lirico" perchè oltre al Mannello di Natascia che alterna versi e prosa, molto spesso nei roomanzi di Pratolini si incontrano ariosi stilemi affabulatori che fanno pensare a già risolti e personalissimi impeti, o furori, di carattere peomatico. Non voglio appesantire il discorso, ma potrebbe essere interessante più tardi, o in altra sede, chiamare in causa gli esempi. Come dire: Pratolini è anche un poeta, un poeta autentico. E infatti il Mannello l'ha dimostrato. Chiudo la parentesi e proseguo.
Dopo l'enunciato iniziale di "Allegoria e derisione" (poche righe dopo), leggiamo ancora: "Come dire che il tempo e spazio e la storia è luce. Che la storia è dinamica, cangiante, alternativa e il tempo è statico, inalterabile". Credo che queste frasi contengano una chiave di lettura abilitata ad aprire tutte le porte delle inquietudini, dei dubbi, delle fobie, delle nevrosi, delle autoinquisizioni, dei maceranti "perchè" che affollano una tra le più straordinarie ed emblematiche scritture della nostra epoca: una scrittura che ha pagato cara, e continua a pagare cara, la scelta di non essersi mai piegata a compromessi letterari o storici, una scrittura che ha detto no a correnti di mode tematiche, che ha creduto nel comunismo quando per i dirigenti comunisti era difficile essere davvero comunisti, che ha rifiutato di usare un'ideologia politica per fornire alimento e commercio facile all'industria editoriale.
Negli anni '60, tra i meravigliosi solipsimi rimuginati sui percorsi della memoria nel giardino dei Finzi Contini e le violente (ma algide, ben calcolate) denunce politiche e sociali di Moravia, per Pratolini è stato incuneato un posto di autore nello spazio della tolleranza e talvolta del sospetto. Lo ha dimostrato dal pulpito cattedratico Cesare Cases con il suo saggio su "Metello". Di fronte ai meccanismi partitici della cultura, troppo scomodi diventano romanzi come "Lo scialo" e "Allegoria e derisione" dove si trova scritto: "... abbasso la libertà, te la regalo. La tua libertà di opprimermi non è la mia di subire. Che diritto ha la tua forza economica di punire con pane e lenticchie la mia nullatenenza? O il tuo ingegno di umiliare la mia scarsità intellettuale?"; la libertà "consente (...) di darti del ladro quando non ho i mezzi per impedirti di rubare".
In queglli anni '60, mentre Bruno, nella "Costanza della ragione", favoleggia sulla mitica Gali (le officine Galileo), editoria e cultura nella maggioranza dei casi significano "sinistra" se "sinistra" significa propaganda; uno scrittore che va più a fondo, che ci crede di più, che non si allinea e si dichiara apertamente deluso tacendo in occasioni ufficiali e scrivendo, appunto, "Allegoria e derisione", non può entrare nel gioco delle strategie culturali.
Ma resta grande. Ha capito i meccanismi. Scceglie una sua solitudine; una solitudine sismica, però. E accetta, infine, la "censura di Stato". "Coraggio, diamogli il premio Viareggio e togliamolo di torno il Mannello di Natascia" - questi, più o meno, il formale tributo e il discorso che l'Italia letteraria ha riservato all'ultimo capolavoro di Pratolini, dove finalmente l'autore senza laurea e lauro sbotta e parla della "assassinatya che il mondo vorrebbe assassina".
E Firenze? Firenze, come sempre, in certi casi, tace, non difende, non rivendica l'internazionalità di un suo autore: non l'ha fatto per Dino Campana; non l'ha ffatto per Vasco Prtolini. Se non fosse stato per Alessandro Parronchi, non avremmo neanche una lapide in via de' Magazzini.
Eppure Firenze, tante volte grande madre al momento del parto e poi acida matrigna verso i suoi figli, non è mai stata solo "luogo" sulle pagine di Pratolini. Lo scrittore l'ha elevata a concetto, storia, entità culturale, personaggio: ha fatto della sua città quello che Dostovskij ha fatto di Pietroburgo e Joyce di Dublino. L'ha amata e detestata con l'amore e il fiele dell'esule: "Questa è la mia città / dove sceso il sole / ai santi ai guerrieri ritti / sulle nicchie d'Orsammichele / fanno la guardia le mondane. / (...) / Nè metropoli nè paese. / (...) / Bisognerebbe dargli fuoco / A questa mummia dal nome fiorito. / Mettersi sottobraccio qualche / statua qualche quadro, salvare / le rotative dei giornali / e pei viali i lungarni sotto / le torri bugnati cospargere / dei sacri fiotti di benzina.". Ma altrove parla della "greschezza che sprizza/ dalla serpentina di San Niccolò", ricordando "le mura il cielo delle città lontana / dove fu bella giovinezza / col suo miele di fanciulle e diu fame"; così come ai lampi gli escono dalla penna "le mura degli Antellesi", "la suprema geometria della /Cappella Pazzi", "via San Leonardo lastricata di baci"; per ricordare, infine, con Natascia, un "tutto" della città - memoria: "andiamo Natascia, vola! Corri ai Bosconi, troviamoci sopra le Rampe, sull'argine del Mugnone, lassù a Montesenario, laggiù alle Cascine, sotto il Prato dello Strozzino, in Boboli, alle Due Strade, - nei pressi del Giramontino".
Scorci scenici di romanzi e poesia. "Firenze è l'assordante silenzio di via delle Casine".
Ma è anche, sempre per Pratolini, il luogo degli eventi, il suo "castello dei destini incrociati", per mutuare lìespressione da Calvino. Fino all'ultima visione di Firenze: tragica ed elegiaca: la Firenze del tramonto, quando un estremo raggio di sole illumina "San Miniato musiva", pesando la rabbia e dolore su quell'"assassinata che il mondo vorrebbe assassina".
NATASCIA E METELLO
Intervento di Edy Frollano
Edy Frollano, fiorentina, docente di lungua e letteratura italiana presso l'Istituto Europeo, ha al suo attivo numerose traduzioni e opere di carattere linguistico e critico.
Nel campo dell'indagine letteraria, ricordiamo i saggi "Note intorno ai Bei versi di Pietro Metastasio" "Andrè Chènier tra Romanticismo e Rivoluzione. Il romanzo verso la "Zauberflote" e il volume recente "Un Pratolini ingrato (Il Mannello di Natascia o la rivoluzione romantica)", scritto con Rodolfo Tommasi, con il quale ha inoltre collaborato, come consulente e autrice di alcuni capitoli, alla "Storia dell'Editoria d'Europa".
Nota per "Natascia a Metello"
Il mannello di Nataascia vuole indicare un fascicolo, un "fascio" di poesie, che un'antica amante fiorentina dell'io-lirico rispedisce all'autore quando entrambi sono ormai vecchi. L'antica amante fiorentina è, appunto, Natascia e usa come "postina" la nipote, ventiduenne, letterata, di estrema sinistra, politicamente impegnatissima.
Gli anni della riconsegna sono i "terribili" anni Settanta e il riferimento storico principale a cui l'io-lirico ricorre è il '78 del rapimento e, poi, dellomicidio di Moro.
Nella mia lettura ho indicato il "Mannello di Natascia", ultimo libro di Vasco Pratolini, come ulteriore e ultimo segmento di quella "Storia italiana" che l'autore aveva voluto raccontare con la trilogia "Metello", "Lo scialo" e "Allegoria e derisione", proprio per iul coraggio di trattare un tema storico, politico e sociale così ostico ancora oggi.
Una tetralogia dunque, con gli anni Settanta come epilogo.
Anche il nome di battaglia che nonna Natascia dà alla giovane nipote, Viola, mi ha suggerito un riferimento al primo protagonista in senso storico della trilogia: Metellpo (la sua prima amante, la fata buona che aiuta Ersilia quando lui è in carcere, la futura figlia, se figlia e non figlio sarà, che il romanzo non ci fa conoscere ...).
Ma ho fatto delle ricerche, e la giovane Viola ha acquisito presto il nome anagrafico di una ragazza davveo esistita e uccisa, come l'io-lirico raccontam dalla polizia a ventidue anni: Anna Maria Mantini.
Il testo che segue è un tentativo di sintesi (in corsivo le citazioni, in tondo la mia scrittura): una immaginaria Natascia ispirata dall'ultimo libro di Pratolini, racconta a Metello la morte di questa Viola "vera", di Anna Maria: perchè di lei Vasco Pratolini annuncia (e purtroppo non realizza) una futura biografia.
Chiamiamola d'ora in avanti col suo nome di battaglia: Viola.
"Per una bambina, sempre che a te non dispiacesse, potrebbe essere Viola"
"Perchè mi dovrebbe dispiacere? Anzi, ci ho già fatto l'orecchio (...) Eppoi, non era il nome di quella maestrina che conoscesti tanti anni fa, quando avevi ancora da fare ill soldato?"
Di quella e dell'altra Viola ti devo parlare, della quasi madre o della forse figlia.
Devo darti il dolore che ti fingi di ignorare: non esiste più.
Ci sarà in futuro qualcosa che non le somiglia e non ti somiglia e che sarà comunque il tuo sangue. Talmente ignaro di essere schiavo da non soffrirne, così cieco da morire vecchie e con due pesanti eredità da dimenticare: un nonno anarchico e una zia terrorista. E neppure un dubbio che possa mai più suggerire la minima chiave verso una casta così radicalmente estinta, così orribilmente senza memoria, come "i Betto Mettefuoco, i Caccia di Siena, i Balducci d'Arezzo", .. i tanti Salani Metello di cui non si narra.
Ma cosa n'è, sono io adesso / che ti chiedo, di Betto Mettefuoco di Caccia / da Siena di Balduccio d'Arezzo e di Maestro / Francesco Mastro Torrigiani Bartolini Palmieri / come noi fiorentini, di Pacino di Terino, d'Incontrino / dei minori come dire del popolo minuto dei ciompi / deo caèp tecmici del ,metallurgico neanche specializzati? / prova a pensarici cosa s'intravede per loro di cambiato / e che dovrà pur cambiare? devo dirlo / io giovane a te vecchio?
La sua morte è stata taciuta più di altre, perchè se ne è voluto annientare l'orrore di chi ne è inorridito. Si è pacificamente ucciso chi pacificamente ne è inorridito. Come aver spento il ricordo del sorriso dopo aver per sempre chiuso la bocca che l'ha prodotto.
E coe possono i morti parlare dei morti se ogni ricordo, anche solo dovuto all'amore, diviene lapide implacabile al primo accenno.
Sono la maggioranza, i morti: questa la loro debolezza. Non resta in vita un'anima a raccontarli.
Io sento ogni istante che mi concedo di riflettere / sulla mia pelle la mia gota il viso l'abbraccio / il fiato l'odore di Maria Grazia, il giorno che sbaciucchiandoci / un carro ci dicemmo ce l'abbiamo fatta con questi coglioni / di professori medi, ora ci toccan quelli del liceo, forza, / dove vai quest'estate, al mare, con tuo fratello Berto? / con i tuoi? ... Anch'io ho i miei morti, noi tanti ne abbiamo / da impalarvi vivi ...
E' forse giusto: dei morti si può avere solo pietà, e non le si addice. Nonne ha voluta, non ne ha concessa. Ne ha concessa più che rocevuta. Ma è un conto che non torna mai: l'orrore di uccidere ha colpito più lei dei suoi nemici, tanto che la mort sconfitta è lei-
Lacrime e pietà per le sue non vittime.
Non una lacrima esce, delle mille che ci tirbano ogni notte, per la sua norte e dei suoi, per il fuoco sepolto che nutre le pareti dei senza speranza.
Non è forse il crimine più grande salvarsi, se i più non possono farlo? E salvarsi da che?
... avevo quindici anni dietro quel funerale, lei mi / ringraziò con uno sguardo di peitra. Non l'ho più vista, / non la rivedrò più ormai. "La Nazione" col titolo a tutta
pagina quando fulminarono anche lei costì a Roma,
L'avrei mangiata!
Il suo funerale è stato proprio senza pietà. Come lei avrebbe voluto.
Circondata da un esercito armato e in diritto di sparare su qualunque portatore di pietà, ha trascorso un pomeriggio e una notte, prima di essere calata, senmza una lacrima nella fossa. Un funerale da guerriera in terra nemica.
Sono rimasta tutto il pomeriggio e tutta la notte davanti al cimitero.
Davanti a quei fucili minacciosi ha cercato i termini di una ribellione antica. Non mi fate paura, pensavo, e mi venivano agli occhi la gonfia Moquette che mostra il deretano ai soldati, i ragni di Pin, il tuo petto di gallo indignato.
Tutto meno che lacrime pensavo, e niente se non lacrime gridavo.
E sconterò l'aver regalato ai fucili che mi fermavano il passo l'unico vero senso della sua vita: basta pianti, basta pietà; sulle sttragi, sui poveri perduti.
Basta umiliazioni alla dignità dell'intelligenza.
Ma l'avevo vista nascere, mi leggeva i suoi temi e mi chiedeva di te, bambina gioiosa e intelligente da non credere: ridente e curiosa da aprirti il cuore, come seria e severa dove non si può scherzare. Credo l'abbia indignata più la tua scappatella con la vicina borghese che la crocifissione di Cristo. Mi ci divertivo io a dargli di bigotta mentre lei faceva gli occhi scuri e, senza avere capito l'offesa, sapeva di averla ricevuta. Fino ad un punto ...
Ma il resto lo so ora. In quello stretto d'inferno, accanto a fiori e marmi ancora non morti, davanti alla Santa Barbara che barricava il cimitero di Palazzeschi, lei era ancora solo la mia cocchina ventenne, che tante armi facevano sola anche da morta.
Anche se ornai non era più che morte.
Le sue e le nostre speranze, e utopie, noi immobili fantasticando Europa, tragica danza macabra agli esgtremi giorni ballando, loro. Ma un comune astrarre nel suo farsi dalla storia. Negarla coi gesti avidi di futuro, persuasi che da macigno sboccerà la rosa. Dall'urlo l'armonia. Ci amava e ci giudicava, come noi ci facciamo suoi giudici adesso, con tenerezza e orrore. Questo il diverso e il simile. Lei l'assassinata che il mondo vorrebbe assassina, Non farmi temere che tu le creda.
Così tutta Settignano, dove sono nata, divntata donna sposa madre e nonna in due case ma sempre nella medesima piazza e dove non sono più riuscita a vivere. Svezzata da quel piombo, ho ripercorso in ogni centimetro l'asfalto di Firenze, e nuovo piombo incontro in quella piazza Alberti, (l'Affrico di D'Annunzio in gran parte interrato, vedi il nuovo cavalcavia?...), ti spiegherebbe lei, anche se di un'altra morte e nuovo sangue, del mio e del suo, ti parlerebbe. Di un'altro nipote "assassinato da assassino" a poco più di vent'anni. Atroce ch'io possa rivedere, in questa città che conserva ogni pietra, ancora il segno del proiettile che lo mancò, quasi a memoria di quello che lo colpì in piena testa. Marchio di pena e punizione. E io, nonna infame d'infami, lo avevo scansato per mesi, per cosgringermi a non vedere in quel muro offeso il viso del mio ragazzo trafitto dal disprezzo.
Lui e non altri mi condusse in Santa Croce. Il quartiere dei Maciste e dei ragionieri, dei poveri amanti e dei dannati; di via del Corno e delle Murate.
Ora dei meticci, i primi non adottivi, ma adottanti, che vivono in Santa Croce senza aver mai visitato il cenotafio di Dante , che per bisogno ci sono, e per questo sono disposti a morirci lavorando. Al quartiere dei Sepolcri regalano la vita, colori e pietanze esotiche al prezzo di pizza. Nascono, giocano, cantano e lavorano. E poi lavorando muoiono, e di loro ci si ricorda solo il privilegio di avere ottenuto un lavoro.
"Scusami; parlo ma sto pensando a quei disgraziati. Del resto, loro sono morti e alle famiglie non glieli ripagate di certo facendo i generosi. Neppure se gli metteste in mano mille lire. E' per l'avvenire che vi dovete preoccupare. Tassatevi in modo da dargli un tanto alla settimana, almeno per qualche mese.
Badolati cos'ha detto?"
"Offrirà le solite cinquanta lire, te ne sei scordata? E perchè è il meno boia. I padroni non hanno alcun obbligo d'iscriversi alle Assicurazzini. Ce ne vorranno di scioperi, e di bare, prima di conquistare un diritto come questo"
"Io ti ho sempre dato ragione. Ma tu non mi devi mettere paura."
"E' stato un incidente. Non è il primo e non sarà l'unico. Lippi e Renzoni nipote sono morti come morì tuo padre. Sono cose che capitano a chi lavora in aria. Lo sciopero non c'entra. Ma col Tedesco ... il Tedesco l'ha ammazzato l'agente col tubino"
"Che si debba pagar tutto così caro?"
"Dovevano essere stanchi, come tutti, al vecchio gli è di sicuro già preso un capogiro e si è trascinato dietro il ragazzo. (...) Ci vanno sempre di mezzo gli innocenti. Lippi, lui cos'era la vita lo sapeva, coi figli grandi e sposati come aveva non aveva più doveri- Ma il Tedesco, che lascia al mondo due creature, la bambina affidata alla mamma che si sa esprimere anche meno di lei ... E Renzoni piccolo! Tu l'hai conosciuto, ti rammenti che occhi aveva? Celesti, nuovi, chi se li potrà più scordare?"
Nuovo, proprio nuovo era il suo celeste. Spesso di passato, come di chi viva ogni presemnte avendolo già disperatamente risolto.
La mia palllina (...) la bambolina, codesta figlia'ntrocchia che tradotto significa di buona donna, furbettina, "quella che mi pisciò sull'uscio". Ma saggia quando vuole, piena d'ingegno, scapata ma dritta sull'asse d'equilibrio, col tempo ne parlerà il mondo della bambolina ... I suoi ventidue anni che compirà in ottoobre il suo turchese ....
A guardarci, vecchi, giocare e fingere fosse tutto vero, chela democrazie aveva vinto e che nessuno più era povero e che tutti i criminali eranonelle mani della giustizia e che tutti i condannati erano colpevoli e che l'Italia avrebbe vinto la coppa del mondo e che gli scettici erano provocatori. In questa Italia di splendidi e segreti era ovvia provocazione la più banale verità.
Le stragi erano provocazioni e provocazioni le rivolte contro le stragi, provocatorio era morire in piazza o chiedere una casa, provocatorio dichiararsi innocente e morire in carcere, provocatori il dubbio e la certezza. E delle migliaia di "provocatori" solo agli stragisti è stato condonato il debito.
Dillo infine, si sta facendo mattina, a qualcuno di coloro / se ne conosci che vanno in cerca di pubblico e di poesia / i debiti soltanto / con la morte si paganao (...). Leggerai su elleci la poesia di un certo Renato ex Mamiani, non so / chi sia, so che ha scritto, sotto inqualificabile / forma, qualcosa ch'io stessa mi sento dettar dentro / con amore. Cdesto Renato insomma ha elevato, èer la morte / d'un compagno un'ode che ti sauto Pindemonte, ti saluto / neruda un canto assatanato in lodo d'uno di noi nominato Danilo, un inno un'invettiva un no grosso / come la cupola, un pollice verso grande quanto santamariadelfiore a voi tutti, uno per uno (...) e non mi frega nulla se la lirica è altro, io lo so cos'è / qui mi interessa l'urlo il contenuto, l'intravedere / la poesia civile, anche, che sarà domani, e tutti voi narratori / e poeti insieme ai riformisti ai piccisti / ai padroni, tutti voi morti / che seppelliremo in vera gloria (...) / questo Renato esclamava: scoveremo anche noi la morte: / per darle il vostro domicilio (...) / io so che i Renati hanno ragione non gente come te come voi, / è a momenti scusmai cerca di capire un odio ma un odio / e forse non l'ho detto tuttavia lo suppongo, / un rifiuto forse anche generazionale / - siete sei sono dei morti che parlate-
Chiedo scusa a entrambi, alla mia bambina e al suo Metello. Il non aver capito, ora lo so, è stato il crimine. Aver "giovato ai buoni" anzichè ai "grandi", perchè giocare ai grandi era troppo impegnativo, questa la vergogna.
L'essere ancor viva a novant'anni e unica a poter parlare di lei, che ne aveva venti, vecchia della mia vita e della sua morte.
Cosciente che dovrà essere sepolta nel silenzio ogni traccia della sua vita e dei suoi, perchè nonne e nipoti possano riprendere a parlarsi di merletti e scappatelle, di bugie e di profumi, di Mozart e Jovanotti, di arte, gelati e nostalgie.
Ora che s'è fatto silenzio, / a denti stretti ciao - ma ciao dove / se non su questo pianeta che tu bella / infioravi? Luce e succo esalaticome / scoppia la melograna al troppo sole. / Tu clandestina.
E come un tempo su giovinezza amore // in ogni suo eloquio ogni sua censura, / sul passo d'Arno che sa del tuo bel viso, / Natascia e Buonalana si sono incontrati. / Di te cheti parlando della tua corta vita. / Lo scontro a fuoco.
Noi della nostra creatura non possiamoche assaporarne la memoria.
Egli ha detto: "Aiutami, insieme daremo / voce e lume alla tua storia. Ci spenderò, io, nel trascriverla, il resto della vita.
Del mio resto è rimasto poco; del suo niente. E della pallina rimane il segno nelle celle, sui muri graffiati dai tanti Salani Metello rimasti in carcere senza storia, senza voce e senza redenzione. Ricordi con Ersilia: "esco di qui e la sposo".
Le stesse frasi, a volte solo il nome, a volte un accenno che riconduce una data al grumo di crimine e giustizia, che ha pervaso la sua vita.
Sai che per anni non sono riuscita a portare un fiore nè a lei nè a suo padre mio figlio. Non era prudente, mi avevano avvertito, e io, vecchia vigliacca piena di vita, ho ammorbato per anni il mio amore di paura. Finchè a vinto la rabbia dell'amore, l'ansia di rivederla, e so che non mi è concesso se non ripercorrendo il suo vivere e ricostruire, nello spazio del mio passato, il suo.
La mia e la sua immagine sovrapposte, il suo / agile veliero su cui sventola alto il pavese del futuro, / il mio tre alberi ben calatafato, la prua adf oriente / lungo una rotta ormai ben prestabilita ...
Ma i mille "no" e le "bugie buone " con cui accoglie una vecchia stolida pensando sia pietoso ingannarla o inutile informarla mi fermeranno. La mia lunga vita di nonna finirà senza aver conosciuto la sua breve adolescenza di nipote.
Nella medesima ora, coome avevano arrestato Metello, avevano arrestato Giannotto, e Corsiero, e l'anarchico Friani, tutti i componernti i gruppi del ventuno. Mancavano il decano e Renzoni piccolo, già im pace con Dio e con la questura. Li imputavano di "attentato e ribellione alla forza pubblica, istigazione alla sommoissa e associazione a delinquere". Un'assurdità, e infatti li avrebbero assolti in istruttoria, ma dopo sei mesi di carcere. Centosettantacinque giorni, uno di seguito all'altro passati alle Murate.
All'epoca, tua e sua, erano tutti "idonei al regime carcerario". I "non violenti" non ci capivano davvero. E c'era una Viola allodola - maestrina - molecola impazzita - fata buona - stolta vestale della felicità, che ora non c'è più. Davvero Ora che s'è fatto silenzio ai denti stretti ciao - ma ciao dove? ... "Ma d'ora in avanti" "d'ora in avanti cosa?"
Questo testo è stato lettyo dall'attrice Anna Montinari, che ringraziamo per la sua partecipazione al convegno.
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