Atti d'Archivio OTTOBRE 1996
COMUNE DI FIRENZE - CONSIGLIO QUARTIERE 1 - CENTRO STORICO
ATTI DEL CONVEGNO "PRATOLINI E FIRENZE"
"Questa pubblicazione è testimone della collaborazione instaurata, ormai da molti anni, fra il Consiglio di Quartiere I - Centro Storico - e l'Associazione D.E.A., collaborazione che si è sviluppata intorno a molte iniziative culturali, dalle mostre ai dibattiti, ai seminari.
Questa riflessione intorno a Pratolini, la sua opera, le opere cinematografiche che ad essa si sono ispirate, ha avuto la caratteristica di permettere un approfondimento composito e abbastanza corposo che si è sviluppato su ben quattro appuntamenti, nei luoghi delle città che hanno spesso fatto da cornice alle sue stesse opere.
Raccogliere qui di seguito i contributi espressi durante l'intera iniziativa è un'ulteriore forma di omaggio ad un autore che amava tanto Firenze, ma che anche ha rappresentato i valori sociali e popolari, così significativi per lo sviluppo della democrazia in Italia ed in Europa, valori che qualcuno, a torto, ritiene suparati, invece ancora oggi costituiscono la forza vitale della civiltà contemporanea.
E' con la speranza che anche questa pubblicazione serva a rafforzare la diffusione di quei valori sopra ricordati, che mi sento di augurare buona lettura, oltre che a ringraziare coloro che si sono adoperati per realizzarla." Maria Laura Perotti Presidente del Consiglio di Quartiere I - Centro storico
"Il notevole apporto storico e letterario dell'opera dello scrittore Vasco Pratolini, nato in questa città nel 1913, il suo lavoro e la sua vita, seppure vivacemente impregnati di fiorentinità, sono testimonianza trascurata di valri e conflitti culturali del nostro tempo.
Con questo seminario/convegno abbiamo ritenuto necessario proporne un'attenta rilettura e si ringraziano tutti coloro che, con il loro impegno, si sono offerti come portavoce del valore sociale di questo nostro autore" Roberto Budini Gattai - Presidente della Commissione Cultura Quartiere 1
Perchè "Pratolini e Firenze"?
Un progetto ambizioso, ma doveroso, verso Vasco Pratolini che tanto ha fatto per descrivere la storia umana degli abitanti di Firenze. E' grazie a questo seminario di studio - dal 16 al 20 ottobre 1996 - organizzato dal Comune di Firenze e dal Centro Socio-culturale D.E.A., Didattica-Espressione-Ambiente, che si è dato vita ad un primo segnale di riconoscimento per un personaggio spesso dimenticato. A lui dobbiamo molto per il suo amore per Firenze, per il rispetto del valore dell'amicizia e per avere fatto conoscere, come "cronista", la realtà sociale e politica degli anni Venti fino alla metà degli anni Ottanta.
L'importanza di questo convegno sta nell'aver dato una chiave di lettura diversa di un "Pratolini non conosciuto" che con il Mannello di Natascia ci ha forse lasciato un testamento ancora tutto da tradurre. Silvana Grippi - Presidente Centroi Socio-Culturale D.E.A.
Nel momento in cui Pratolini ha parlato e scritto del mondo, il mondo è diventato figura, politica e libertà di espressione. Nel descrivere i vari personaggi egli ha colorito la nostra Firenze d'immagini forti e corpose senza esili compromessi. Forse è per questo che leggere i libri di Pratolini è oltre che un piacere, quasi una documentazione storica.
Con questa iniziativa, abbiamo potuto conoscere meglio un Pratolini oggi troppo (a caso?) dimenticato, narratore documentarista sensibile come pochi altri ai problemi politici e sociali. Ed è infatti sotto questa veste di racconto/cronaca che ci presenta lo sfondo della vita fiorentina, sottolinenado vizi e virtù che si ritrovano sia nelle "Cronache" che nello "Scialo". Momenti importanti, visti con fedeltà oggettiva, omaggio dell'autore al popolo che crea la storia giorno dopo giorno. Maurizio Lampronti - Presidente Archivio Storico "Il Sessantotto"
SCHEDE DEI FILM PRESENTATI IL 17 E 18 OTTOBRE
"Cronache di Poveri amanti"
Ambientato nel 1925 in una cìvia del centro cittadino. Mario, giovane tipografo fiorentino, per essere vicino alla sua fidanzata Bianca, va ad abitare in Via del Corno, come Pratolini stesso che va ad abitare dal nonno alla morte della madre e altra verità, quella che ha esercitato da giovane il mestiere di tipografo. Il personaggio stringendo amicizia con Maciste, un giovane maniscalco, e Ugo un fruttivendolo, tutti e due antifascisti, si troverà coinvolgo in varie vicissitudini che interagiscono nella vita dei personaggi di tutta la via. Il fillm finisce con Mario che scappa all'estero per motivi politici mentre a Firenze la "vita continua il suo corso".
"Cronaca familiare"
Dichiaratamente autobiografico è una delle fonti più significative della storia umana e intellettuale di Pratolini. Nel romanzo, scritto di getto, nel dicembre del 1945, si narra la genesi e lo sviluppo affettivo tra l'autore e il fratello Dante, chiamato dai genitori adottivi Ferruccio, l'allontanamento dei fratellini da casa, dopo la morte della madre, e il suo affidamento al maggiordomo di un ricco Lord inglese, era diventato nella mente del piccolo Vasco una giusta reclusione in una prigione dorata ... il sentimento e l'amore tra fratelli assumono un'emblematica valenza universale.
"Lettere a Vasco" di Alessandro Parronchi - Presentazione al Vieusseux del 13/1/97 dei due volumi del carteggio (Polistampa 1992 e 1996)
Alessandro Parronchi è nato a Firenze nel 1914. Daì '37 in poi ha scritto poesie raccolte in volume presso Garzanti (1961, '70, '80, '90), e la Polistampa di Firenze (1944).
Dopo un periodo in cui è stato critico militante di arte contemporanea si è applicato (1956) allo studio dell'arte rinascimentale con saggi su la prospettiva e l'architettura militare e monografie su Paolo Uccello, Donatello, Michelangelo, Botticelli, Cavallini ecc.
Ha insegnato storia del'arte nelle Accademie di Palermo, Bologna, Carrara, e nelle Università di Urbino e Firenze- Una antologia dell'opera poetica uscirà presso Mondadori nel 1998.
Se mi chiedo che effetto può fare questo ricercare il passato, rileggendo, trascrivendo, ordinando lettere, questo ricostruire carteggi con amici che non sono più, temo non possa non insinuarsi il sospetto di una vanità eccessiva, il desiderio di apparire testimone di età passate; oltre che costruttore della propria immagine, custode di un tempo che da prossimo sta diventando a poco a poco remoto. Rifare un cammino che, per quanto non si voglia, finirà per portarci esattamente al punto in cui ci troviano oggi, nè un passo di più nè un passo di meno, in fondo non è un lavoro inutile?
Questo potevano fare i letterati che appartenevano al periodo aureo della nostra letteratira, ma noi?
E poi, non è questo un lavoro che converrebbe affidare ad altri, che dopo di noi avranno il distacco necesario e ill criterio esatto per separare ciò che può essere utile, ricordare da ciò che è inutile, e da ciò che sarebbe meglio dimenticare?
Io ho voluto pubblicare le lettere ricevute da altri, e quando ho potuto ritrovarle, le mie. E ho preferito non darne una scelta, pubblicarle integralmente. La nostra natura, e così la nostra vita, è fatta anche di materia. Così ho voluto non distinguere tra ciò che può essere reso pubblico e ciò che una convenzione civile vorrebbe che rimanesse privato. E' una distinzione che non sussiste nel mio ricordo, e non sussiste in quello che in me del passato è rimasto fino ad oggi e dura tuttavia. Quando queste lettere venivano scritte non si pensava nemmeno lontanamente che esse potessero essere pubblicate; per questo palavamo di tutto. Allora perchè distinguere tra pubblico e privato? Non noi - io, gli amici - ma l'epoca che abbiamo vissuto mi è parso che richiedesse questo obbligo di obiettività e di completezza. Dopo i fasti del Romanticismo e dell'Ottocento, ci è parso he un nostro dovere di letterati bandisse ogni aspirazione alla "grandezza" per ciascuno di noi e per tutti in generale. E tuttavia in tutti noi è il senso di aver appartenuto a un'epoca non comune. Anche e forse soprattutto per quello che essa ha veduto cancellarsi, sparire in giri di tempo brevissini, e per quello che ha distrutto. Il mondo di oggi si presenta - a chi almeno, come me, ha varcato gli ottanta anni - come un cumulo di rovine. Ma in questo sfacelo, che insieme al tramondo di tante illusioni ha visto la distruzione e la fine di tanta umanità e di tanta bellezza, il senso e la vastità stessa della rovina ci hanno convinti che sia pure da considerarsi un privilegio l'aver appartenuto a un'epoca che con la fine di tante cose, non poteva non considerarsi la premessa di un nuovo principio.
L'addio ad una serie secolare e il saluto di una nuova serie, non può ripetersi per noi con la sicurezza del verso virgiliano, ma sì con la coscienza, logorata di dubbio, che ci aspetta un tempo nuovo, dal volto indecifrabile, un tempo in cui quello che abbiamo sperato di salvare delle cose amate non avrà forse più alcun valore, un tempo in cui la nostra cecità cerca invano di leggere e di riconoscersi.
L'unico sentimento che ci sostiene è ripetere fino all'ultimo, sia pure indebolito ma non estinto, questo atto di amore, questa solidarietà che tra noi singolarmente insufficienti raggiunga la pienezza e la coscienza del vivere. Così si impone il combattere contro una morte, che Leopardi salutava "sola nel mondo eterna", questo ripercorrere il nostro intersecato e incerto cammino, con tutte le titubanze, le svolte, gli errori, i vizi, le particolarità che lo anno caratterizzato e reso dissimile da tutti i precedenti.
Non ho una storia personale da salvare. La mia vera storia è quella che ho avuto in comune con gli amici che, vivendo lontani, sono divenuti i miei corrispondenti. Vasco Pratolini, Mario Marcucci, Mario Tutino, Vittorio Sereni, Giuseppe Ungaretti, Giorgio Morandi, e, tra altri morti, Oreste Macrì e Umberto Bellintani, felicemente viventi. Corrispondendo con ciascuno di questi ho chiarito una parte di me stesso. E mi sono anche sfogato. Sono uomini che mi hanno dato fiducia nell'epoca che tutti abbiamo vissuto e dalla quale siamo stati sommersi. Vittime, fortunosamente scampati o inconsapevolmente travolti, dalla grande alluvione del nostro tempo, eccoci qui. Io sono grato ad alcuni miei contemporanei d'aver vissuto nella stessa epoca, e lieto di non aver partecipato alla festa a cui altri miei contemporanei hanno creduto di partecipare. Ho peccato sì, nel formulare giudizi avventati, ma non ho voluto toglierli da queste lettere. Molte cose, forse, non ho capito. In compenso vorrei che di me si potesse dire quel che il Vasari dice di un artista a me particolarmente caro: "Amò, sebbene era persona stratta, le virtù degli artèfici suoi". E' un giudizio che mi aveva colpito, e che ho stentato a capire. Pensavo prima che invece di "artèfici" fosse da leggere "artefici". Ma no: qui non si trattava di amore dei propri artifici, ma della "virtù" degli altri che erano intorno a lui. Cioè, questo vuol dire: "l'arte di quelli che gli furono amici". Così non ho da rimproverarmi di non aver amato l'opera di quanti al mio tempo operavano. Anzi, d'averne accresciuto l'argomento stesso delle mie ricerche.
Mi fermo qui, per non correre il rischio che questa, che era partita per essere una "palinodia" possa trasformarsi in una "apologia". Da intendersi se mai nel significvato inglese di "scusa".
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