Per il poeta che affermava: «la [mia] biografia – per nulla avventurosa – passa interamente nella [mia] opera. […] “Il resto non è che psicologia”» (Gabriella Sica, Sanguineti, Firenze, La nuova Italia, 1975, p. 99), quale modo migliore di ricordarlo, se non sfogliare le pagine delle sue raccolte, se non lasciare risuonare le sue parole dentro lo spazio sovraccarico, a tratti soffocante, del nostro mondo contemporaneo?
Perché la poesia di Edoardo Sanguineti voleva soprattutto essere stimolo per una liberazione, occasione di fuga da un mondo uniformato e uniformante, attraverso il potere destabilizzante della parola – capace sì di descrivere, ma anche di aprire lo spazio di fronte a sé.
È questa la tesi alla base della celebre antologia poetica I novissimi. Poesie per gli anni ’60 (1961) in cui l’opera del ‘nuovo’ poeta (assieme a quella di Nanni Balestrini, Elio Pagliarani, Alfredo Giuliani e Antonio Porta) era presentata come esempio per una rifondazione del linguaggio poetico: «La passione di parlare in versi urta, da un lato, contro l’odierno avvolgente consumo e sfruttamento commerciale cui la lingua è sottoposta; dall’altro, contro il suo codice letterario, che conserva l’inerzia delle cose, e istituisce l’abuso di consuetudine (il fittizio “è così”) nella visione dei rapporti umani.» (dall’Introduzione di Alfredo Giuliani, p. 18).
Ma già nel 1956, con la sua raccolta d’esordio Laborintus, Sanguineti aveva inaugurato questo nuovo modo di ‘fare poesia’, in versi tanto complessi quanto violenti nelle immagini, freschi eppure ricchi di stratificazioni (nei continui riferimenti colti alle letterature antiche e moderne, da Virgilio fino a T. S. Eliot). Questa la descrizione della ‘palude di putredine’ che apre la raccolta:
All’interno del Gruppo 63, poi, Sanguineti fu tra i più attivi ‘decompositori’ del linguaggio della modernità – nella proposta di una ‘post-modernità’ composta dai frammenti, dalle macerie di un cosmos ormai privato del proprio principio d’ordine. Ma, nell’ambito di questa ‘instabilità programmatica’, la sua voce si distinse anche per un istintivo bisogno di ricostruire, di ridare una forma all’informe. Come osserva Pier Vincenzo Mengaldo: «Anche in poesia Sanguineti è certamente […] la figura più importante […] della neo-avanguardia: non solo offrendone – assieme specialmente al più ludico Nanni Balestrini – alcuni degli sviluppi formali più conseguenti e radicali; ma anche proponendosi per tempo l’assunto paradossale di sistematizzarla (“fare dell’avanguardia un’arte da museo”), superandone dall’interno, dopo averla attraversata, l’istanza primaria di poetica del disordine, del caos» (Poeti italiani del Novecento, 1978).
Una paradossale risposta a questa affermazione del Mengaldo, sembra contenuta in una sua poesia dello stesso anno, in cui l’emergente bisogno di abbandonarsi, offrendo intero il proprio essere alla pagina poetica, sfocia poi in una dichiarazione di stile, tanto perentoria quanto intimamente sentita (da “Postkarten”, 1978):
E questa necessità di fare della pagina poetica un’occasione di psicanalisi, che diviene al contempo dichiarazione di poetica, permane esigenza viva nell’intera sua opera. Basti citare alcuni versi di pochi anni successivi (da “BISBIDIS”, 1982):
Una scrittura che, si può facilmente notare, con gli anni acquista un carattere giocoso sempre più evidente e divertito (e si potrebbe fare a questo punto una breve deviazione nel campo della prosa, ma basti, per il momento, citare solo il titolo più celebre: Il giuoco dell’Oca, 1967), come testimoniano, nella stessa raccolta “BISBIDIS”, le ‘lettere’ dell’Alfabeto apocalittico (si leggano solo i primi due versi della lettera Z: «zinne & zanne di zanni in zanzariera / zìngare con zigàni in zuccheriera [etc. etc.]»).
Ma questa crescente giocosità si accompagna anche ad una forte franchezza di tono, che spesso lascia da parte le spigolosità del primo stile, per aprirsi a un’immediatezza comunicativa, sul confine dello slang e del ‘parlar basso’. Tornando indietro al 1978, leggiamo ancora da “Postkarten”:
Con gli anni, Sanguineti sviluppò uno stile sempre più inconfondibile, che porta a riconoscere la sua pagina già dalla prima apertura. Caratteristiche grafiche più appariscenti restano l’uso delle parentesi e dei due punti, quasi obbligatori in fine di componimento: ed è quasi con autoironia che, nel 2001, il poeta decise di chiudere la prima sezione della raccolta “Cose” con una divertita parodia del linguaggio delle chat:
Ma quest’ultimo verso apre improvviso, in tutta la sua violenza, uno squarcio di letterarietà nell’apparente nonsense del mormorio quotidiano: un’affermazione del potere latente di una lingua non ancora del tutto svuotata del proprio significato profondo, ma bisognosa di lanciare un vero e proprio GRIDO, per essere ancora ascoltata e compresa.
Simone Rebora
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