Piccolo omaggio a Sanguineti

Mercoledì 02 Giugno 2010 00:18 Simone Rebora
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Per il poeta che affermava: «la [mia] biografia – per nulla avventurosa – passa interamente nella [mia] opera. […] “Il resto non è che psicologia”» (Gabriella Sica, Sanguineti, Firenze, La nuova Italia, 1975, p. 99), quale modo migliore di ricordarlo, se non sfogliare le pagine delle sue raccolte, se non lasciare risuonare le sue parole dentro lo spazio sovraccarico, a tratti soffocante, del nostro mondo contemporaneo?

Perché la poesia di Edoardo Sanguineti voleva soprattutto essere stimolo per una liberazione, occasione di fuga da un mondo uniformato e uniformante, attraverso il potere destabilizzante della parola – capace sì di descrivere, ma anche di aprire lo spazio di fronte a sé.

È questa la tesi alla base della celebre antologia poetica I novissimi. Poesie per gli anni ’60 (1961) in cui l’opera del ‘nuovo’ poeta (assieme a quella di Nanni Balestrini, Elio Pagliarani, Alfredo Giuliani e Antonio Porta) era presentata come esempio per una rifondazione del linguaggio poetico: «La passione di parlare in versi urta, da un lato, contro l’odierno avvolgente consumo e sfruttamento commerciale cui la lingua è sottoposta; dall’altro, contro il suo codice letterario, che conserva l’inerzia delle cose, e istituisce l’abuso di consuetudine (il fittizio “è così”) nella visione dei rapporti umani.» (dall’Introduzione di Alfredo Giuliani, p. 18).

Ma già nel 1956, con la sua raccolta d’esordio Laborintus, Sanguineti aveva inaugurato questo nuovo modo di ‘fare poesia’, in versi tanto complessi quanto violenti nelle immagini, freschi eppure ricchi di stratificazioni (nei continui riferimenti colti alle letterature antiche e moderne, da Virgilio fino a T. S. Eliot). Questa la descrizione della ‘palude di putredine’ che apre la raccolta:


Composte terre in strutturali complessioni sono Palus Putredinis
riposa tenue Ellie e tu mio corpo tu infatti tenue Ellie eri il mio corpo
immaginoso quasi conclusione di una estatica dialettica spirituale
noi che riceviamo la qualità dai tempi
tu e tu mio spazioso corpo
di flogisto che ti alzi e ti materializzi nell’idea del nuoto
sistematica costruzione in ferro filamentoso lamentoso
[…]


All’interno del Gruppo 63, poi, Sanguineti fu tra i più attivi ‘decompositori’ del linguaggio della modernità – nella proposta di una ‘post-modernità’ composta dai frammenti, dalle macerie di un cosmos ormai privato del proprio principio d’ordine. Ma, nell’ambito di questa ‘instabilità programmatica’, la sua voce si distinse anche per un istintivo bisogno di ricostruire, di ridare una forma all’informe. Come osserva Pier Vincenzo Mengaldo: «Anche in poesia Sanguineti è certamente […] la figura più importante […] della neo-avanguardia: non solo offrendone – assieme specialmente al più ludico Nanni Balestrini – alcuni degli sviluppi formali più conseguenti e radicali; ma anche proponendosi per tempo l’assunto paradossale di sistematizzarla (“fare dell’avanguardia un’arte da museo”), superandone dall’interno, dopo averla attraversata, l’istanza primaria di poetica del disordine, del caos» (Poeti italiani del Novecento, 1978).

Una paradossale risposta a questa affermazione del Mengaldo, sembra contenuta in una sua poesia dello stesso anno, in cui l’emergente bisogno di abbandonarsi, offrendo intero il proprio essere alla pagina poetica, sfocia poi in una dichiarazione di stile, tanto perentoria quanto intimamente sentita (da “Postkarten”, 1978):


[…]
perché io sogno di sprofondarmi a
testa prima,
ormai, dentro un assoluto anonimato (oggi, che ho perduto tutto, o
quasi): (e
questo significa, credo, nel profondo, che io sogno assolutamente di
morire,
questa volta, lo sai):
oggi il mio stile è non avere stile:


E questa necessità di fare della pagina poetica un’occasione di psicanalisi, che diviene al contempo dichiarazione di poetica, permane esigenza viva nell’intera sua opera. Basti citare alcuni versi di pochi anni successivi (da “BISBIDIS”, 1982):

faccio scrittura, e non sono scrittura:
stante il fatto, comunque, che faccio le faville
(con il fuoco e le fiamme): (faccio l’amore, e ti faccio pietà): (e ho fatto i sette
sogni): (e ti faccio l’allegro, e non lo sono): (e ti faccio la faccia che mi vedi):
[…]: (e
finalmente la faccio finita): non essendo scrittura, io dunque, intanto,
ne tengo in testa la similitudine:
(e così la trasmetto a questa carta):


Una scrittura che, si può facilmente notare, con gli anni acquista un carattere giocoso sempre più evidente e divertito (e si potrebbe fare a questo punto una breve deviazione nel campo della prosa, ma basti, per il momento, citare solo il titolo più celebre: Il giuoco dell’Oca, 1967), come testimoniano, nella stessa raccolta “BISBIDIS”, le ‘lettere’ dell’Alfabeto apocalittico (si leggano solo i primi due versi della lettera Z: «zinne & zanne di zanni in zanzariera / zìngare con zigàni in zuccheriera [etc. etc.]»).


Ma questa crescente giocosità si accompagna anche ad una forte franchezza di tono, che spesso lascia da parte le spigolosità del primo stile, per aprirsi a un’immediatezza comunicativa, sul confine dello slang e del ‘parlar basso’. Tornando indietro al 1978, leggiamo ancora da “Postkarten”:


che dolore l’amore!
ho visto un sacco di tipi ridursi come mosche
d’inverno, come flaconi crepati, come gomme da masticare masticate: e io
(io che ho gridato, una volta: questa volta, non mi freghi più), che
mi sono
strappato mani e piedi (nemmeno fossero stati guanti e ciabatte,
guarda),
sono disposto a sputarti la mia lingua, ancora,
a gentile richiesta:


Con gli anni, Sanguineti sviluppò uno stile sempre più inconfondibile, che porta a riconoscere la sua pagina già dalla prima apertura. Caratteristiche grafiche più appariscenti restano l’uso delle parentesi e dei due punti, quasi obbligatori in fine di componimento: ed è quasi con autoironia che, nel 2001, il poeta decise di chiudere la prima sezione della raccolta “Cose” con una divertita parodia del linguaggio delle chat:

il mio messaggio ti dice così:
maggiore di due punti, meno parentesi aperta (>:-():
tu mi rispondi, invece:
due punti meno di (che è di maiuscola) (:-D):
io ti replico,
allora:
due punti e un asterisco: e chiudo la parentesi (:*)): e poi, due punti
e apostrofo, meno parentesi aperta (:’-():
ma tu ti correggi, finalmente, un po’,
con due punti, meno parentesi aperta (:-():
dopo due punti, ormai, sono una sbarra
obliqua, e metto, in mezzo, un meno (:-/):
e adesso, CIAO: non ti internetto,
non ti chatto più (ripeto: CIAO e CIAO): GRIDO IL SILENZIO, MUTO:


Ma quest’ultimo verso apre improvviso, in tutta la sua violenza, uno squarcio di letterarietà nell’apparente nonsense del mormorio quotidiano: un’affermazione del potere latente di una lingua non ancora del tutto svuotata del proprio significato profondo, ma bisognosa di lanciare un vero e proprio GRIDO, per essere ancora ascoltata e compresa.

Simone Rebora

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Ultimo aggiornamento ( Domenica 24 Luglio 2011 12:07 )