Proprio ieri al Lingotto di Torino si è concluso il Salone Internazionale del Libro, edizione 2013: un evento che, tra giovedì 16 e lunedì 20 maggio, ha coinvolto centinaia di case editrici, distribuite nei voluminosi spazi dell’ex-Fabbrica FIAT, attraverso quattro enormi Padiglioni. Incontri con gli autori, spettacoli, letture e discussioni, ma soprattutto moltissimi stimoli e opportunità per fare nuove conoscenze (letterarie), e portarsi a casa il libriccino (o la borsata di libroni) d’obbligo per ogni buon amante della lettura. Una macchina che nei suoi cinque giorni ha funzionato a pieno regime, con lunghe file d’attesa alle biglietterie in ingresso, code altrettanto lunghe per andare a sentire non solo Saviano o Matteo Renzi, ma anche personalità come Luciano Maiani del CERN di Ginevra, che ha parlato (per l’ennesima volta, si dirà) del Bosone di Higgs.

Salone del Libro 2013 - Conferenza di Luciano Maiani
Nelle giornate di sabato e domenica, la folla ha raggiunto livelli assai prossimi alla saturazione, con i corridoi ostruiti da flussi e moti browniani di visitatori sempre più accelerati. Più contenuto l’afflusso agli stand dei piccoli editori, dispersi loro sì in un oceano che minaccia di giorno in giorno il naufragio, mentre le più grandi concentrazioni si calamitavano sui grandi nomi. Stand, questi ultimi, assai piacevoli e ben organizzati, ma troppo simili a negozi in miniatura, dove il contatto diretto con l’editore (che dovrebbe essere l’obiettivo primario di queste manifestazioni) era pressoché assente.

Salone del Libro 2013 - Padiglione 2
A considerare il periodo di crisi che stiamo passando, che tocca non di striscio il mercato dell’editoria, ci si stupisce almeno un poco di fronte a un simile successo (oltre 300mila ingressi!). Ma il discorso non è così semplice come può sembrare. A fare qualche passeggiata nell’arcipelago dei “piccoli editori”, si notano curiosità che diventano ben presto esempi paradigmatici. Può capitare per esempio di venir fermati da una gentile ragazza, che ci porge un libro appena pubblicato dalla casa editrice tal dei tali, chiedendoci se vogliamo leggerlo (e poi comprarlo) “…perché l’ho scritto io!”. Sono immancabili poi le consuete richieste: “qual è l’ultimo libro che hai letto?”, “ti posso lasciare una copia di questa rivista?” (…che non è in omaggio), “ti posso dare un volantino, un segnalibro, un invito?” Ami e arpioni piovono a fiotti sul flusso dei guizzanti, sfuggenti visitatori. E l’impressione finale, è che pure in un “Salone Internazionale” si respiri tanto l’aria della fiera di paese. Ai giovani autori che arrivano speranzosi di poter offrire le loro “proposte editoriali” direttamente all’Editore, poi, si presenta uno scenario sconfortante, fatto di dinieghi, sbrigativi complimenti o rinvii a data da definirsi. “Perché noi siamo più precari di voi!”, dice non si sa bene chi a non sappiamo chi. E questo Salone del Libro, se non altro, ci offre la sintetica rappresentazione di una condizione ormai diffusa, dove ognuno vende, acquista e s’indebita, e della cultura se ne parla tanto e volentieri, proprio perché poi sappiamo tutti che comunque, alla fine, “non vende!”
Per DEApress, Simone Rebora
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