Mateo Bonechi: spietatamente jazz e non solo

Martedì 01 Aprile 2025 16:35 Silvio Terenzi
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Matteo Bonechi
"L'estate spietata"

MATTEO BONECHI COVER
ASCOLTALO su SPOTIFY

Mattep Bonechi ci regala "L'estate spietata", un disco che ci riporta a quei pomeriggi estivi e alle tante ritualità che ne fanno da corona. Dai ventilatori alle ciabatte, dai condomini alle stelle rapite alla spiaggia. Amore e fantasia, cinismo e ironia... ma anche quel cantautorato che gioca con i suoni suonati dal vivo e sa farlo anche più che bene. Un disco che avrei voluto in vinile, da ascoltare al tramonto in una di quelle giornate che posso mettere in pausa la vita attorno.

Nel testo di presentazione si parla dell’estate come di una "feroce tortura rivelata dal sole al suo zenit". Come hai tradotto tutto questo in suono?
Una clave cubana, un paio di swing indolenti. Un quartetto sudato fino ai calzini. Accordi ombrosi seguiti da settime scollate. Molte note non suonate o semplicemente “ghost” come si dice in gergo.

Un’impostazione acustica e analogica. Una registrazione “alla vecchia”. Che cosa ha portato di nuovo e di mai raggiunto prima per te?
La scelta è stata dettata da termini principalmente utilitaristici. Alla vecchia si fa prima e si è costretti a disinnamorarsi delle mille apparenti opportunità offerte dal digitale. Non penso abbia portato niente di nuovo, come nulla lo ha fatto negli ultimi trent’anni.

Il disco si chiude dall’inizio diciamo: l’ultimo brano è anche il primo ad essere nato. Che cosa ha dato alla tua ispirazione per scrivere il resto del disco?

Non riesco mai a pensare ad un disco senza tentare di concentrarmi sulla unità della scaletta. Non solo dal punto di vista ordinale, ma anche della coerenza concettuale. In un epoca di singoli solitari nel minestrone dello streaming e delle playlist, lasciare una traccia completa come un disco è una scommessa avvincente.

Ero invisibile" sembra giocare sulla sovrapposizione tra ricordi di vacanze e un senso di alienazione. Come è nata l’idea di raccontare la trasparenza come condizione?
La trasparenza a volte inganna. Come nel caso della rifrazione del cucchiaio dentro al bicchiere d’acqua. Più è apparentemente limpida una condizione e più interpretazioni e sfumature sarà possibile cogliere. Il tentativo di scrivere una canzone capace di moltiplicare le “nuance” è uno dei motivi per cui lo faccio.

E poi sottolineo anche "Se mi versi un Campari” cisto che il protagonista trasforma la monotonia di una slot machine in un sogno di evasione. Qual è il rapporto tra ripetizione e immaginazione nel disco?
Il veicolo della canzone ha in sé la natura della ripetizione, se si pensa anche solo al ritornello. Ed è proprio nei gestí necessariamente ripetitivi che si trova l’ispirazione per uscirne. Trovo la condizione della noia fondamentale per la scrittura e per l’arte in generale.

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