In transito: Armenia, Georgia, Turchia e Grecia

Giovedì 20 Agosto 2015 16:11 Samuele Petrocchi
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In transito: Armenia, Georgia, Turchia e Grecia

A volte lo spazio di una stanza d'albergo è quello di una danza su superfici che si immaginano intoccabili ( quella della doccia ingiallita ed incrostata all'angolo della mia camera, del bagno in comune che si affaccia sul vuoto scuro del corridoio che accoglie le numerose porte di questo albergo ad ore, l'Otel Paris, scelto mentre canticchiavo una canzone di Conte “così vicino, così accogliente dove va a morir d'amore la gente” ); un continuo tentativo di dimenticare gli odori, l'odore degli odori, la sintesi dei tanti corpi che qui hanno transitato, che il tappeto sotto il letto o le coperte di lana sopra il mobile dell'armadio racchiudono; lo spazio di una presupposta distanza, di una proiezione continua dello standard al quale, da occidentale, dovrei essere abituato e che persino nel sorriso appena accennato della donna che mi ha visto salire le scale per arrivare nella hall dell'Otel Paris a Trebisonda mi ha ricordato, così come l'espressione del capo del gruppo di georgiani che da Batumi mi ha portato qua.

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Mi hanno preso su all'autostazione dell'unica città balneare georgiana sul Mar Nero, una Las Vegas clonata a migliaia di chilometri di distanza da quella originale ( a sua volta clone di innumerevoli altri posti nel mondo nel gioco infinito della rappresentazioni globali ), un immenso luna park di palazzi divisi a metà da schermi giganteschi, ruote panoramiche e costruzioni elicoidali che uniscono l'orgoglio razionalistico georgiano concentrato nelle lettere che dominano la torre dell'alfabeto, bello quanto per me incomprensibile, e la struttura elicoidale del DNA. Queste le luci dell'incontro notturno ravvicinato con Batumi dove arrivo a notte fonda, appena in tempo per vedere ancora aperti i negozi di cambio, sentire sgassare per le strade i rombi di improponibili SUV ed ammirare lo sfarzo vacanziero ( e vagamente viareggino nelle strade fiancheggiate dalle eleganti forme di villette dai bei terrazzi lignei ) della vecchia architettura kruscioviana che, con le sue casette a schiera, cerca di resistere in mezzo alle costruzioni da mille e una notte che la aggrediscono tutto intorno ed enfatizzano l'architettura liberty presovietica che domina la piazza dove Medea ricorda ( e l'ha fatto anche Saakashvili ex presidente georgiano al tempo della guerra del 2008 con la Russia ed ora a governare Odessa ed a tentare la scalata alla presidenza dell'Ucraina...) la vicinanza all'Europa in questi anni '10 di nazionalismi crescenti mai sopiti nella zona caucasica.

A Batumi i georgiani dell'autobus mi hanno preso, diciamo, in consegna. Mi sembravano tutti banali avventori del viaggio, ho continuato a crederlo anche quando, con nessun posto disponibile, è salita una coppia che sembrava disinteressata a trovare posto per le cinque lunghe ore di viaggio, così ho creduto per tutto il tempo fino al frontiera di Sarpi. Guardavo la spiaggia di fronte al posto di confine fra Georgia e Turchia, i teli da mare dalla parte georgiana spingersi fin al confine turco, bikini e dorsi nudi muoversi sui sassi della battigia e poi tuffarsi nel riflesso scuro delle onde del Mar Nero ( altrimenti non potrebbe chiamarsi così ). Confine di costumi, territorio strappato da teli da mare colorati ed improvvisamente chiuso, in terra turca, alle abitudini appena lasciate.

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Parte della folla che vedevo accalcarsi per entrare in Georgia l'ho percepita anche alle mie spalle, intorno al bus per Trebisonda, il mio posto occupato e poi liberato da una frase perentoria del conducente, il mezzo che si riempie di nuovi passeggeri lasciati uscire man mano che la costa turca si avvicendava davanti ai miei occhi con le sue industrie, i posti di villeggiatura e l'acqua immobile del mare. Poi sono rimasti in pochi, tutti appartenenti ad un unico gruppo, l'uomo salito in ritardo a Batumi è divenuto il capo delle operazioni, un volto da duro, capo rasato ed una minuscola croce sulla mano fra il pollice e l'indice, una voce profonda scavata dalle sigarette, la stessa croce riprodotta nell'anello di un ragazzo che ha iniziato a discutere con una giovane donna che più guardavo più assomigliava al capo ed allora ho capito quale era la questione. Cento chilometri dal confine hanno iniziato la spartizione dei beni di consumo, sotto i miei occhi, l'unico vero cliente del bus, con assoluta tranquillità: bottiglie di wodka, whisky e vari superalcolici che passavano di mano in mano, decine di pacchetti delle supereconomiche sigarette georgiane confezionati con lo scotch in pacchi da quattro; tutte cose distribuite con tattiche soste ai primi semafori che intervallano la grande arteria di ingresso a Trabzon dove, pazienti ed in perfetto orario, uomini sorridenti prendono in consegna per poi dileguarsi velocemente, intere borsate di tabacco e alcool di cui, passeggiando a sera fra le strade affollate della città, ho notato la mancanza. Si pasteggia con Çay ( quello coltivato sulle alture della costa orientale del mar Nero ) e coca cola nella provincia turca, dove i georgiani avranno sostato appena i minuti necessari per concludere le loro commissioni e ritornare indietro, oppure staranno trascorrendo la serata proprio nel quartiere dove si trova l'Otel Paris, in uno dei locali dove vendono alcool e sulle cui entrate spiccano le foto di formose cantanti turche, incantatrici, con le malinconie dei loro gorgheggi in minore armonico, degli spettatori viziosi dei loro concerti, ben diverse dalle fattezze delle ragazze ucraine che ti invitano a bere qualcosa nei bar adiacenti la città vecchia di Tbilisi ( che unisce nel suo tratto la fatiscenza di certi suoi angoli ed un'architettura che mantiene, nonostante lo sfacelo, la sua eleganza ). A Trabzon mi sono accontentato di un piatto di sgombri su un porticciolo, la strada statale alle mie spalle che punta verso Istanbul a tagliare la città dal mare, Trebisonda in italiano, un tempo porto essenziale nella rotta dei traffici marittimi verso oriente, cardine di un tragitto senza il quale si perdeva la giustezza della rotta ed il senno con lo slittamento di senso successivo. Una cena tranquilla con decine di giocatori di Tavla tutto intorno a sorseggiare Çay e fumare sigarette, ben diversa da quella di due sere precedenti, sul treno che da Tbilisi mi stava portando a Batumi, colmo di studenti in cerca dei divertimenti della villeggiatura, di donne stanche vogliose di una pausa, anche solo per tre giorni, dal caldo della capitale. Mentre vedevo sulla mia destra alzarsi le prime alture del Caucaso maggiore ( per i Greci una delle colonne su cui poggiava il mondo, il corpo roccioso al quale incatenare l'estro di Prometeo al gocciare lento della quotidiana consunzione del suo fegato da parte dell'aquila ) costeggiavo il confine dell'Ossezia del Sud a Gori ( la città natale di Stalin bombardata durante la guerra del 2008 ) e ripensavo alla sera precedente trascorsa con alcuni amici conosciuti in loco, al discorso a cui avevo dato il via raccontando la manifestazione contro la Russia che avevo visto vicino all'ambasciata. “I russi vogliono dare la cittadinanza a tutti quelli nati fino al 1989”, mi dice preoccupata una ragazza georgiana in un buon inglese, una cittadinanza retroattiva, una ulteriore spinta ai separatismi che già hanno infiammato la Crimea ed ora il Donbass ( e subito a bilanciare il discorso il pensiero va a Olga, ragazza russa che lavora nel nostro ostello, che del Donbass ci ha mostrato delle foto senza riuscire a trattenere la commozione per una situazione critica per i civili della regione ucraina a maggioranza russa ). “Con il pretesto di una riparazione delle condutture ( che qua scorrono all'esterno disegnando zig zag nel perimetro delle entrate delle case georgiane ed armene ) strappano pezzi di territorio. Siamo tutti preoccupati” ed all'improvviso ripenso alla faccia di Bush che celebra la fine della seconda guerra mondiale a Tbilisi, in quella che era piazza Lenin, la faccia che giganteggia anche all'ingresso del grande viale a lui intitolato che conduce all'aeroporto. Ognuno ha i suoi amici, penso, la Georgia gli USA e l'Armenia la Russia, divisi nelle amicizie ma unite nella moda, commento mentalmente alla barzelletta che mi raccontano ( “se la Georgia e l'Armenia si uniscono lo stato si chiamerebbe Giorgio Armani”... ), trionfo del made in Italy, la forza creativa della moda che veste uomini e donna, trapassa costumi nazionali e si infila sotto il chador delle donne turche che aspettano il volo nell'aeroporto di Trebisonda, la mattina dopo la mia cenetta in riva al mare, al porto della città. Mentre attendevo il volo che dopo il treno e l'autobus mi avrebbe portato nel sud della Turchia, pensavo al profilo internazionalista che univa i partiti comunisti nel mondo e quello che si ritrova anche nelle religioni che travalicano i confini nazionali, al tratto globale del nuovo integralismo religioso che rappresenta il nuovo incubo per l'occidente indebolito nelle sue strutture da quasi un decennio di crisi economica. Internazionalismo e globalizzazione, i crismi del capitalismo che si rivoltano contro il sistema, un quarto di secolo dopo la “fine della storia”. Altro che fine, ci ritroviamo qua a parlare di tensioni, crociate, nazionalismi, amicizie opposte e costumi globalizzati. Come quelli che dominano le eleganti strade di Yerevan, dove arrivo dopo l'introduzione georgiana, dopo una notte passata nel treno che lentamente, in 14 ore, arriva da Tbilisi nella capitale armena, attraversando il confine poco dopo mezzanotte e mi lascia entrare, insieme ai compagni viaggiatori Alessandro e Simone, nella notte del primo stato ufficialmente cristiano della storia. Nel bel museo nazionale di Tbilisi si condanna l'occupazione sovietica di quella che era l'antica Colchide dove Giasone venne a cercare il vello d'oro, nel grande atrio della stazione di Yerevan, immerso nella luce dell'alba che ho visto avvolgere la cima innevata dell'Ararat, il monte sacro agli armeni, ora in terra turca, verso il quale si rivolgono tutte le direttive della città, una mostra sulla vittoria sovietica sui nazisti illustra manifesti di propaganda contro Hitler.

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Ci lasciamo alle spalle la spigliatezza georgiana, che il pomeriggio prima della nostra partenza si è concretizzata nel sorriso simpatico di Rino, sceneggiatore per Ettore Scola come ci ha raccontato e di ospite di Fellini, Marcello e Sofia nella loro visita in Georgia, per piombare nella serietà armena. Yerevan, la città più antica di cui sia stata attestata la fondazione ( trenta anni prima di Roma ci fa notare, nel suo imperfetto italiano, Edoardo, un armeno trapiantato nel nostro paese ed allenatore di ping pong come illustra la sua maglietta il giorno del nostro incontro al monastero di Geghard ), Li porta bene i suoi anni la capitale armena, messa com'è a lustro in quelle strade linde del suo centro fra i grandi nomi del made in Italy, i tacchi a spillo e i vestiti elegantissimi delle belle ed altezzose donne che la popolano ( grandi occhi neri, petto in fuori e ricciole chiome ), tante di quelle macchine di lusso che viene da chiedersi, all'uscita di un ristorante di cucina tradizionale armena che non abbiamo saputo apprezzare ( la sfortuna ha caratterizzato le nostre avventure gastronomiche nel paese ) dove siamo stati trasportati e la risposta è in un qualsiasi altro popoloso, globalizzato ed alienante mall del mondo. Città elegante Yerevan, dove fa bella mostra di sé un museo di arte moderna con pezzi che qualsiasi altro museo invidierebbe ed opere di arte contemporanea sparse nelle scalinate che conducono alla cima del monumento iniziato in epoca sovietica e terminato da un magnate di origini armena. Ci chiediamo quante siano le rimesse degli armeni che vivono all'estero dopo la diapora seguita al genocidio ad opera turca nel 1915, da dove provenga tutta la ricchezza che vediamo, da quali famiglie. In cima alla scalinata del omumento a soviet si gode un bel panorama sulla città e sull'altra collina che la domina spicca il monumento al genocidio, una spina che richiama da lontano l'Ararat, che pungola per non dimenticare ciò che è stato. La serietà che impone va di pari passo all'atmosfera rilassata della capitale dove però troviamo più difficile confrontarsi, un'aria ben diversa da quella che si respira a Tbilisi, più arruffata ma anche più aperta.

Vi ritorniamo, in Georgia, risalendo l'Armenia con mezzi pubblici che ci portano come prima tappa a Sevan. Il lago di montagna più grande del mondo ci accoglie con un'acqua che niente ha da invidiare a quella del mare ed un'aria di montagna che rigenera il mio intestino messo a dura prova dal pranzo del giorno precedente. La debolezza del disturbo che mi affligge mi rende nervoso e ne fa le spese il tassista che vuole approfittarne proponendoci in ordine il pranzo, un passaggio verso la nostra prossima tappa nel paesino di montagna di Dilijan ed addirittura la proposta di uno servizio che può portarci fino a Tbilisi, mentre ci propina improponibili conti in cui il prezzo di un autobus di linea, la marshutka, e quello del suo taxi si equivalgono. Riesce a strappare il secondo solo perché, dopo una lunga discussione, ci porta in un ristorante decente dove orde di iraniani consumano alcool invocando il nome del loro paese, festeggiano la fine del Ramadan, la possibilità di bere fuori di casa, all'aperto, senza problemi e forse, ma non faccio in tempo a chiederlo al ragazzo con cui sto parlando, l'accordo sul nucleare fra Iran e USA, siglato due giorni prima. A Dilijan ci accoglie l'aria frizzante delle alture del Caucaso minore, dei boschi simili a quelli italiani dove il pavimento di lapidi di una chiesa abbandonata fa mostra di sé fra il verde. Un fresco che a sera diventa freddo mentre ceniamo in compagnia di Koen, un belga che parla italiano con gli interventi di due londinesi nel tavolo accanto al nostro, di cui uno su di giri per le troppe birre bevute nel frattempo. Finiamo per parlare di politica, dell'Europa e di immigrazione. Vengono al pettine adesso i nodi aggrovigliati che si sono formati in un corso politico e storico a senso unico, ora tocca trovare un balsamo efficace per scioglierli ma non è certo cosa facile considerate le argomentazioni chi ha in mano il pettine. Koen replica che non si dovrebbe permettere a tutti di sbarcare ma solo a quelli che riescono arrivare a riva...Ribatto che mi sembra un po' darwiniana come idea, e chi non sa nuotare? Lo lasciamo affogare come sta già avvenendo oppure lanciamo loro solo il salvagente aspettando che approdino? Silenzio. L'inglese interviene nella discussione: “Nessuno dovrebbe permettersi di interferire nella vita politica degli stati come sta facendo l'UE lasciando poi i problemi più grandi all'Italia”. Replico che sono d'accordo ma per quanto riguarda la prima cosa faccio presente che è paradossale che gli inglesi pensino di insegnare qualcosa a qualcuno al riguardo, considerata la storia del glorioso impero britannico. Simone aggiunge che senza andare troppo lontano bisognerebbe considerare chi ha contribuito a buttar giù il colonnello Gheddafi in Libia e creato un vuoto che risucchia la disperazione dei migranti subsahariani per dirigerla verso le coste italiane. E' la nuova marea dei decenni di storia coloniali, incalzo, che sommerge tutti i nazionalismi spiccioli che la strumentalizza facendone un catino di voti per le prossime elezioni. L'aria diventa troppo fredda per continuare e mentre rincasiamo salutiamo Koen. Ci attende la gola del Debed e la serie di monasteri armeni che visitiamo il giorno seguente. Architetture che da nuclei originari hanno sviluppato interi borghi, spazi sempre più estesi di spiritualità, dove la roccia si fa edificio ma anche grotta, dove la luce filtra ostinata e suggestiva. In uno di questi un prete entra per recitare la sesta, accompagnato da un piccolo novizio che avrà più o meno otto anni. Se lo mette davanti all'altare onendosi dietro a lui come a proteggerlo da sguardi indiscreti, rimette la sua piccola testolina attratta dai nostri sguardi curiosi nella posizione corretta, quella dalla quale, deve leggere recitando il salmo. La voce procede incerta corretta dal guardiano della tradizione che lo segue; le loro voci si intrecciano fino ad alzarsi alla fine della cerimonia in un'estasi di fede e forza e mi sembra di percepire la vertigine di uno sguardo sull'altura dei secoli passati.

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La stessa che, con un forte impulso ossianico e sepolcrale, sento rianimarsi sulla costa della Licia dove prosegue la seconda parte del mio transito, dove mi fisso sull'illusione di uno sguardo che dalle orbite vuote delle tombe secolari, dalla roccia, abbia visto tutto intorno a sé cambiare, il frinire feroce delle cicale sommerso dai rombi dei motori e delle barche, abbagliato dalle luci dei mercatini dei villaggi estivi stracolmi di souvenir, di ciabatte, di menù di pesce in offerta, di cibo consumato per le strade. Il silenzio delle tombe, delle città dei morti, il loro spazio sacro riempito dal salmastro nelle volte delle camere mortuarie ormai aperte, invaso dai rumori delle frotte vacanziere; la stessa roccia che sul mare si accartoccia nelle conche dove il sale si deposita, si frastaglia nelle forme taglienti che graffiano i piedi che cercano l'appoggio dopo il tuffo, per risalire dall'acqua. La calma delle pietre tagliate, stabili da più di due dozzine di secoli, le forme e le iscrizioni consumate eppure lì ancora ad accogliere il dito che ne percorre le forme, il senso oscuro di una lingua perduta.

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Solo loro, l'illusione ed il silenzio della roccia, mi sembrano aprire un varco nella superficie altrimenti opaca di questo tempo globalizzato della vacanza. Ne penetrano la superficie, arrivano fino al nervo scoperto della sua bulimia, del suo gusto anestetizzato, ne rivela il senso fragile che mai, in un tempo uguale a quello che è trascorso fra la punta dello scalpello che ha creato il manufatto e quello della mia mano che lo tocca adesso, potrà fornire ancora, attraverso i secoli, un'attrazione pari a quella che dell'antico rivela il rito, la premura, la volontà di forgiare bene un oggetto affinché duri e continui a comunicare. Precipito in un attimo di vuoto nel pensare che del tempo presente resteranno le abitazioni dove trascorriamo gran parte delle nostre esistenze, nell'illusione di un eterno presente, e niente, o meglio meno di ciò che è arrivato a noi, resterà invece della nostra idea del tempo e della vita, del senso che avremo dato ai nostri gesti effimeri, ai nostri esser transeunti. Dei popoli antichi abbiamo spesso l'opposto: i sarcofaghi, le urne, le tombe, le necropoli, il loro messaggio all'ignoto che arriva fino a noi.

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Un gatto dorme sulla pietra alla base della tomba del re, a Kas, un ragazzo fuma una sigaretta ridendo con la ragazza, un venditore di pannocchie si affaccia a controllare l'incasso della serata, c'è chi si fa un selfie, alle spalle la pietra immobile da secoli trapassa i giorni per approdare nel tempo vacanziero, sulla costa Licia. Vi sono arrivato da Trebisonda, in aereo, perché il tempo che precede l'appuntamento greco con la mia dolce metà non mi permette di continuare il lento transito terrestre. Mentre il volo mi sta conducendo verso Adana per lo scalo, nella mappa viene indicata Aleppo. Penso che avrei voluta visitarla da anni e che adesso non mi sarà più possibile, distrutta da una guerra civile che imperversa dall'inizio della primavera araba nel 2011, dall'ascesa dell'ISIS nello scacchiere geopolitico della regione che, cui prodest?, si unisce ad Assad nelle sue atrocità forse per farlo rimanere dov'è, da vent'anni ( il tempo di essere stato premiato da Napolitano per l'impegno nel favorire la pacifica convivenza religiosa nel suo paese...) e riproporsi, dopo i minacciati bombardamenti americani di un paio di anni fa, come strumento di contenimento in una regione che è sempre più calda, in tutti i sensi. L'aria ad Adana è soffocante, spira nell'entroterra turco dal deserto, travalica i 900 km di confine che è impossibile controllare nella sua interezza. La Turchia lo bombarda per arrestare i ribelli ed insieme colpisce anche i curdi che li combattono, mentre l'emanazione politica del popolo curdo, il Hdp, entrando nel parlamento, ha reso il percorso politico di Erdogan più difficile da percorrere seguendo le “convinzioni democratiche” che contraddistinguono la sua linea. L'aria ad Antalya è più fresca ma la mattina, all'autostazione, arriva una zaffata del calore dell'inferno mediorientale: mi accoglie lo spazio vuoto nell'atrio dell'edificio delimitato dalle forze di polizia, un allarme bomba ed un artificiere che fa saltare un pacco sospetto per poi raccoglierne dei pezzi da analizzare.

Dopo dieci anni dalla mia ultima visita mi dirigo di nuovo nella Costa Licia, ed insieme alle tracce dimenticate della civiltà che l'ha popolata, dal II millennio a.c., mi inoltro di nuovo sul terreno della scontrosità turca prima di approdare in Grecia. Si ritorna sempre alla Grecia ed alle sue isole, lo sapeva bene Ulisse concludendo la sua Odissea e sapeva anche che dalla Grecia si riparte per mete ignote, per onde di mari inesplorati come inesplorati sono gli scenari, l'ho sentito ripetere spesso da Mario Draghi dietro ai suoi grandi occhiali rotondi, riguardanti un'uscita della Grecia dall'Euro. Alla Grecia ritorno dopo il transito che dall'Armenia e la Georgia, passando per la Turchia, mi ha portato sulle coste del Mar Egeo e dalla Grecia, da Kos ( altro punto nodale nelle rotte dei migranti ), riparto per l'Italia non prima di aver assaporato un po' di stanzialità sulla spiaggia di Kefalos, metri e metri di ciottoli bagnati da un'acqua cristallina e fresca, un isolotto dove il bicromatismo ellenico di una minuscola basilica spicca fra la macchia mediterranea e le rovine di un tempio, al limitare della baia; oppure dopo aver goduto del silenzio del piccolo lembo di terra di Telendos che, privo di strade e di macchina, ci riporta ad una quiete che elimina dalla mente il brusio dei motori che ci avvolge in città.

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All'isola si torna e dall'isola si riparte, nel mezzo l'intervallo di luce e luna piena, tuffi, pesce e mussaka, ringraziamenti e saluti nel mio greco tentennante. Si gode della quiete prima della tempesta che appena riesce ad increspare le onde appena accennate dalla brezza notturna. Così ci fa capire il figlio del gestore che ci serve la cena, a me ed alla mia signorina ritrovata con il rendez vous isolano. Si chiama Yanis colui che ci serve le pietanze, un volto calmo di giovane uomo che svolge il suo lavoro senza riuscire a nascondere, sotto il velo di buone maniere che fanno parte del suo mestiere, l'ombra di una preoccupazione. Non quella dei tanti turisti che hanno disdetto le loro prenotazioni, quella che non hanno gli italiani che come i greci “sanno pensare al presente e goderselo” ( “brother!” ci interrompe suo padre salutandomi a voce alta dopo aver transitato fra tutti i tavoli della taverna, uno dei tanti appellativi che si sono trasformati in questi giorni, di sera in sera, da “son a “mate” ed altro ancora). “Noi ce la godiamo ma siamo pronti al peggio e, nel giro di due anni, alla guerra” profetizza secco. Alzo le sopracciglia per esprimere la sorpresa davanti ad un così catastrofico presagio, cerco di capire come Russia e Turchia ( le cause del conflitto nel suo discorso ) sarebbero l'origine della guerra e l'unica cosa che risponde mentre lo chiamano dalla cucina, riguarda la politica interna che, come si sa, è tutta proiettata verso quella esterna, riguarda tutta l'Europa, tutto il mondo ( poco ) allegramente e finanziariamente globalizzato. “Ho votato per il partito della pace, quello che ci costringerà a mettere di nuovo le mani nelle nostre tasche per pagare i debiti che abbiamo accumulato ma chi sa che, alle prossime elezioni, il vento non tiri dall'altra parte”, “verso Alba Dorata”, replico io cercando di ricordarmi il nome della formazione di estrema destra in greco. Lui mi guarda seriamente con i suoi occhi grandi e dopo qualche attimo di attesa pensierosa ci chiede se vogliamo il dessert. Una baclava ed un ouzo replico e mentre lo osservo entrare in cucina con l'ultima ordinazione della nostra cena volto la testa verso la luna. Fra un paio di giorni sarà piena mi dice la mia signorina sospirando, che bello.

2015 Samuele Petro(c)chi

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Ultimo aggiornamento ( Sabato 19 Settembre 2015 15:40 )