Ricordando Salinger

Venerdì 29 Gennaio 2010 14:31 Simone Rebora
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È morto a Cornish, nel New Hampshire, all’età di 91 anni, Jerome David Salinger, uno degli autori-simbolo della letteratura americana del secolo scorso. Come oggi molti notano, con Salinger ci troviamo di fronte ad un caso assai stravagante nella storia della letteratura: un autore che si fece conoscere con pochi e fortunatissimi libri (fondamentalmente due: Il giovane Holden e Nove storie, pubblicati tra 1951 e 1953) e, dopo il successo, decise di ritirarsi a vita privata, lontano dai riflettori e dalla scena pubblica.

Ma il suo modello, oltre che nell’opera letteraria, è divenuto anche un esempio di vita: autori come Thomas Pynchon, in America, si autodefiniscono suoi ‘discepoli’ anche per la scelta di rimanere ‘nell’ombra’, lontani da qualunque forma di esibizionismo, dedicandosi unicamente all’attività letteraria – intesa come unica possibilità di ‘intervento’ nella società, senza rischiare di rientrare nei suoi meccanismi. Come afferma Don De Lillo, lo scrittore deve rimanere ‘borderline’, agire ai margini, come un virus che indebolisca il ‘sistema biologico’ della società civile. Chiaramente, Salinger non fu un esempio in questo senso, e forse la sua scelta di autoisolarsi deriva più da un impulso di rifiuto che da una necessità di intervento – anche perché, a partire dal 1965, egli aveva pure smesso di scrivere.

Forse la sua assunzione come modello fu frutto di un fraintendimento (anche se è sempre meglio rifiutare soluzioni così drastiche), ma quello che conta è l’indubbio valore del suo magistero letterario, vivo ancora oggi, quando l’autore è ‘doppiamente scomparso’ dalla scena mondiale. Durante la presentazione del suo ultimo libro, qui in Firenze (Venerdì 16 ottobre 2009, presso il Teatro della Pergola), Antonio Tabucchi citò Salinger come punto di riferimento fondamentale per la sua opera: Il tempo invecchia in fretta porta come sottotitolo Storie, una citazione più che esplicita alle Nine Stories dell’autore americano, un’indicazione per il futuro della letteratura mondiale.

 

Simone Rebora

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