Lettera di Bahar

Venerdì 24 Novembre 2006 07:40 Giulio Gori
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Bahar Kimyongür, lo scorso 8 novembre, ha scritto dal carcere di Gand una lettera alla moglie. Nell'estratto che vi proponiamo, in una nostra traduzione dal francese, Bahar spiega quanto ritenga assurda l'accusa di appartenenza al DHKP-C, il partito comunista turco, contestatagli dai giudici belgi, e costatagli cinque anni di reclusione in appello.
Ecco l'estratto della lettera:
“Si accaniscono su di noi, su di me, perché sei anni fa, io ho detto "noi" parlando del DHKP-C. Questo "noi" è stato interpretato dal procuratore fascista Delmulle ed dalle sue comparse, i giudici Logghe, Denys e Libert, come la prova della mia appartenenza al DHKP-C ed anche del mio ruolo di dirigente nell'ambito del movimento. Nel momento in cui avevo pronunciato questo fatidico "noi", l'esercito turco era impegnato ad assassinare i nostri compagni prigionieri in nome della sedicente operazione di "ritorno alla vita".
Quel giorno, un giorno triste di dicembre che vide la morte di 28 detenuti, avrei potuto rivendicare qualsiasi atto di violenza rivoluzionaria contro lo Stato turco. Questo “noi” emotivo e empatico, i giudici l’hanno preso per un “noi” reale, fisico e effettivo. Questo piccolo “noi” ha fatto di me un dirigente d’una organizzazione politico-militare clandestina vecchia di 36 anni, nel momento in cui qualsiasi simpatizzante del DHKP-C cui avremmo teso il microfono avrebbe detto la stessa cosa. Non è raro del resto che migliaia di manifestanti gridino all’unisono il proprio sostegno alla lotta armata e alla guerriglia del DHKP-C.
Io, che ho sempre lottato pubblicamente e pacificamente per la democratizzazione della Turchia, in cooperazione con personalità politiche, istituzioni governative e ONG, come avrei potuto essere un dirigente del DHKP-C? Credo bene che i primi a doversi stupire di questo scoop sono i veri dirigenti che agiscono nella più stretta clandestinità, in qualche luogo nelle città e nelle montagne di Turchia o altrove nel mondo.
I magistrati hanno così grossolanamente e meschinamente mentito. Hanno mentito per pura imbecillità? Certamente no. E’ manifestamente per la necessità di giustificare l’applicazione delle nuove leggi antiterroriste in previsione dei prossimi conflitti sociali che scoppieranno in Belgio. Non lo diremo mai abbastanza: questo processo politico intentato contro di noi quadra perfettamente con la strategia di guerra preventiva dell’imperialismo nord-americano”.

N.d.R: L'operazione "ritorno alla vita" fu l'azione di polizia voluta dall'allora primo ministro turco Eçevit, per stroncare uno sciopero della fame ad oltranza di molti carcerati che protestavano contro il progetto (poi realizzato) di isolamento carcerario dei prigionieri politici. L'operazione costò appunto la morte di 28 detenuti.

Giulio Gori - DEApress

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 15 Novembre 2007 21:15 )