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“End the Age of Coal”: la protesta di Greenpeace a Civitavecchia

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“NO AL CARBONE, QUIT COAL”: contro il carbone, è il messaggio e la protesta asssolutamente pacifica che una una ventina di attivisti di Greenpeace esibiscono di fronte alla centrale termoelettrica Enel di Civitavecchia. L'azione dimostrativa di Greenpeace giunge alla vigilia della prima Giornata internazionale di mobilitazione contro il carbone, quella fonte di energia che contribuì a inaugurare il ritmo consumistico delle nostre società affollate di privilegi e elusa di ideali.
“End the Age of Coal” è lo slogan che segnerà domani la protesta contro la fonte energetica più sporca, in tutto il mondo, ed è la prima manifestazione unitaria di un movimento che, in ogni angolo del Pianeta, chiede di consegnare al passato una fonte energetica pericolosa per la salute e il cui utilizzo è il primo fattore di alterazione del clima.
La protesta di Greenpeace si è svolta presso la centrale a carbone Enel di Civitavecchia perché Enel è in testa alla Classifica Grandi Inquinatori 2012, che rende noti i nomi di chi, in Italia, sta contribuendo alla distruzione del clima planetario. La classifica rende note le emissioni di anidride carbonica dei grandi gruppi industriali nell’anno trascorso ed è realizzata con i dati dell’istituto Carbon Data Market. 
Enel è il maggior emettitore italiano di gas serra e si conferma ancora una volta l’azienda italiana più pericolosa per il clima. 
Un'Italia esemplare per i suoi record negativi, che nulla hanno di encomiabile.
Come solo la pubblicità sa fare, la verità ci è data a piccoli bocconi, il più delle volte edulcorati. Mi riferisco in particolare allo spot di Enel “quanta energia c’è in un attimo?”, che pecca di omissione, ovvero non ci dice quanta anidride carbonica c’è in un secondo dei fumi che fuoriescono dalle sue centrali italiane. Si è stimato che registrino un picco che oltrepassa la tonnellata.
Con 38 milioni di tonnellate di CO2 emesse in un anno (8,2 in più rispetto alle quote assegnate all’azienda e 1,2 in più rispetto all’anno precedente), Enel detiene un mastodontico primato negativo. Da sola, in termini di emissione di anidride carbonica, vale quasi quanto le principali cinque aziende produttrici di elettricità sue concorrenti; vale ben oltre le emissioni del comparto dell’acciaio e del cemento messi insieme; rappresenta circa il 30 per cento dell’intero settore termoelettrico ed emette circa il 70 per cento in più di CO2 dei grandi gruppi di raffinazione.
 
“Tra il 2011 e il 2012 Enel in Italia ha prodotto il 5,7 per cento in meno di elettricità, ma è riuscita ugualmente ad aumentare le sue emissioni di CO2. Perché utilizza sempre più carbone” afferma Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace. “È giunto il momento di cambiare e il governo – che controlla direttamente Enel – deve assumersi le sue responsabilità: rimuovere immediatamente il management che sta fallendo su tutti i fronti, ambientale, economico e finanziario, e imprimere una svolta per archiviare il carbone investendo su rinnovabili ed efficienza”.
Greenpeace chiede a Enel di dimezzare la sua produzione a carbone entro il 2020 e di azzerarla al 2030; di rinunciare ai progetti di nuove centrali a carbone e di sostituire la sua produzione a carbone con fonti pulite e rinnovabili. Essendo Enel per parte statale, la responsabilità, il timone dovrebbe essere assunto da Roma stessa, caput mundi non certo per le sue annessioni territoriali, ma semmai per il suo “imperialismo ecologico”.
 
È deprimente constatare quanto poco l'essere umano conti di fronte agli interessi economici e quanta miopia rivelino le istituzioni su temi tanto delicati come le politiche ambientali. È triste che le sollecitazioni ambientaliste provengano solamente da cittadini, volontari, attivisti che urlano un dialogo col colosso industriale energetico partendo da una dispari opportunità rispetto a quella che invece lo Stato italiano potrebbe vedersi prospettata.
Marx aveva prospettato la fine del sistema socio-economico capitalistico. Certo, aveva un po' pompato i suoi pronostici, ma su una cosa aveva ragione: una gestione aggressiva dell'economia, di quella sfera la cui terminologia risale a “casa”, “oikos”, evidenzierà la sua implicita criticità. E tali segnali di fumo “costringeranno” tutti a scendere in campo e a prendersi le loro responsabilità lasciando a casa il risvolto pusillanime dei loro volti. Ecco, la prospettiva sembra nonostante tutto allettante, ma dobbiamo tener presente che la condizione necessaria per cui quella classe sociale fino al tempo di Marx fuori dai giochi politici, poteva inserirsi nel pool statale solo perchè educata, preparata. Tralasciando ciò che voleva effettivamente dire questo meccanismo dialettico per Marx ed estrapolando quindi il meccanismo, il logos, la nostra civiltà sta fallendo. E il pianeta ci manda disperati segnali di fumo che l'oligarchia economica dell'era globalizzata pensa di risolvere con scartoffie e accordi simulati. Ai politici, agli economisti dovremmo affiancare scienziati, filosofi e profeti che relazionino su quelle che si dimostrano essere necessarie caratteristiche dei nostri giorni: lungimiranza e coraggio. 
 

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 18 Settembre 2015 12:22 )  

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