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La Biennale al Pecci di Prato

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Una ricca folla di visitatori ha salutato la tappa toscana della Biennale di Venezia, nella sede del Centro Pecci di Prato. Mercoledì 13 luglio, alle ore 21:00 (ma con il già previsto ritardo) Vittorio Sgarbi ha presentato quest’ennesima costola della Biennale, con il consueto spettacolo di colorite (a dir poco) battute, violente polemiche e divertite “prese per il culo” – mi perdoneranno i gentili lettori questo riferimento al basso corporale, ma proprio di una discussione sulla “merda del Pecci”, si trattava (per i curiosi, rimando all’opera “Cloaca turbo” di Wim Delvoye).

Il problema di questa Biennale, anche quando trasferita nelle sedi regionali, è sempre il solito: troppi artisti, in un’abbondanza che sovrasta le capacità critiche (e a tratti l’esperienza estetica) del visitatore. E mentre il curatore tanto insiste sulla “democratizzazione” dell’arte, che a parer suo dovrebbe infine smontare quel “mercato mafioso” impostosi negli ultimi anni, l’impressione che si ha nel visitarla è piuttosto quella di un “supermercato” dell’arte (democratico sì, ma che rischia di inserire ugualmente gli artisti in uno pseudo-sistema economico – dove domanda e offerta si giocano sul campo, dentro il museo).

Il visitatore, per non lasciarsi sovrastare dal brusio di fondo, potrà quindi soltanto scegliere le offerte che gli sembrano migliori (o forse, quelle che gli capitano “sotto mano” con più facilità).

Nel mio percorso attraverso le sale del museo, ho avuto così modo di conoscere la ricerca sostanziale del duo Pieralli)(Favi, che con la loro opera in mostra, Magia e alchimia dell’arte, l’eterno ritorno (2011) hanno proposto uno scavo alle origini dell’ispirazione artistica – ispirazione che non nasce soltanto dal mondo circostante, ma anche dalla semplice materia pittorica: principio di finzione, che permette al contempo quel contatto ulteriore con il mondo reale, che è l’arte.


Vi ha fatto seguito un’interessante esplorazione del lavoro in marmo e neon Fashion Mythology (2011) di Michele Chiossi, opera all’apparenza “semplificata”, ma che proprio nel gioco della “finta finzione”, dell’handmade che si finge meccanico, nasconde una ricerca estremamente complessa e stratificata – sia nel richiamo al mito della Medusa (ibridato al logo anni Ottanta della Maison Versace), sia nella creazione di un labirinto interno al disegno, segno di una sofisticata elaborazione mentale che si armonizza al certosino lavoro d’intaglio del marmo.

Un lungo e sofferto percorso, racchiuso in un’apparente “banalità figurativa”, è stato quello del Senza Titolo (2011) di Lorenzo Banci, artista partito dalla fotografia di paesaggio, dai notturni, per poi giungere ad un totale svuotamento della tela. Ma questo apparente “svuotamento” è in realtà frutto di un lento lavoro di saturazione cromatica (che non giunge mai al nero perfetto), dove il “segno” che permane sulla tela è infine la tela stessa, protetta da un lattice “pollockianamente” gettato sulla tela e poi strappato – in un violento “scorticamento” della superficie, che lascia riemergere dal fondo la sua purezza virginale.


Banci Lorenzo - Senza titolo (2008)

Su una simile violenza si basa la riflessione sul corpo di Virginia Panichi, che propone, con il suo Lievitazioni (2011) tutta la grazia terribile dell’ibridazione tra biologico e meccanico. In un mondo dove la mutazione è divenuta normalità, quasi un fattore “genetico”, la presentazione acritica di questo “corpo in progress” non può che portare lo spettatore a riflettere sulla “normalità” della sua condizione di homo technologicus, sempre più “impiantato” nelle sue stesse tecnologie.

Subito prima dell’ingresso della mostra, in una dislocazione all’apparenza “liminare”, era invece liberamente offerto il Volantino (2006-2011) di Massimo Barzagli, installazione che prende spunto dal volantino politico di Richard Serra (STOP BUSH), proponendo un “B.STOP” che non richiama unicamente il cognome di un altro presidente “da fermare”, ma la necessità in primis di dire Basta! al B-movie della politica internazionale.

Massimo_Barzagli_-_Volantino_-_2006_2010_su_concessione_Ufficio_Stampa

Concludendo il mio percorso nelle affollate sale del Museo, passo attraverso il momento di “riflessione comunicativa”, offerto dalle 4 serie di fotografie “Mind the nap” (2008) di Silvio Palladino (purtroppo assente all’inaugurazione), e vengo catturato da una breve sensazione di malessere (simile a quella suggerita dall’opera di Virginia Panichi) osservando l’autoritratto (“Conflictos que habitan dentro”, 2009) di Yonel Hidalgo Peréz.


 

Mi allontano conscio di aver assaggiato soltanto “un piccolo morso” di quanto questa mostra poteva offrire, e sicuro di consegnare a chi leggerà solo un’impressione parziale e selettiva del Padiglione. Ma se non altro, stimolando la curiosità anche verso uno soltanto di questi artisti, si saranno aperte le porte all’incontro con la molteplicità che lo circonda.

tutte le foto su gentile concessione dell'Ufficio Stampa del Centro Luigi Pecci

per DEApress, Simone Rebora

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 19 Luglio 2011 09:48 )  

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