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Uno sguardo alle carceri

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Foto: Fonte Google 

Ieri una sommossa da parte dei detenuti del carcere di Ravenna a causa della totale mancanza d’acqua nelle docce con tanto di ostaggio, un medico donna al quale è stato puntato alla gola il coperchio di una scatola; oggi, le accese proteste all’interno del carcere di Bologna che di acqua, come dire, ne ha in sovrabbondanza quando piove, la struttura all’apparenza nuova (1984) è già vecchia. Al terzo e ultimo piano, nei corridoi, ci si bagna in continuazione se fuori inizia a piovere a dirotto.
Prima del provvedimento di indulto firmato da Mastella i detenuti erano 4.053, al 31 gennaio scorso erano 3.722. Le carceri sono di nuovo una polveriera. L’Emilia Romagna è la regione italiana più a rischio, nel senso che il numero dei detenuti, oltre che superare abbondantemente la capienza regolare delle sue tredici strutture detentive, sfiora anche il grado di massima tollerabilità.
Ma cosa significa massima tollerabilità?
Massima tollerabilità vuol dire che certe volte mettono anche sei detenuti per cella. Sta diventando la regola poi riunire tre persone in una cella: tre detenuti che vivono e dormono in dieci metri quadrati. La normativa europea prevede invece che ogni carcerato possa avere a disposizione almeno sette metri quadri.
Recentemente all’Italia sono anche arrivate diffide in tal senso dall’Ue, ma il bel paese, i governanti se ne infischiano. Intanto i detenuti di Ravenna stanno scrivendo un esposto collettivo con il quale denunceranno il degrado della struttura e, sussurra radio-carcere, anche le velate minacce del direttore: «Se fuori si sanno certe cose vi traferisco tutti».
Molte, troppe cose che accadono giornalmente all’interno della struttura non si vengono a sapere fuori: i suicidi dei carcerati per esempio, i tentati suicidi, i gesti di autolesionismo, le risse etc. E poi il vitto: poco e cattivo. Per non parlare del caso di Forlì. Il venerdì e il sabato, i parenti dei carcerati si umiliano in coda, anche per ore, fuori dalla casa circondariale della Rocca, perchè non c’è una stanza che può accoglierli tutti. E chi passa di lì per forza di cose osserva, guarda coloro che hanno genitori, figli, fratelli, sorelle, mariti o mogli in carcere, alla faccia della privacy, verrebbe da dire.
La situazione è incandescente se si pensa che nel solo carcere penitenziario di Bologna ci sono quasi 1100 detenuti e ne entrano 4-5 nuovi al giorno; quasi il 70% sono stranieri, ed è difficile capirli. Gli agenti di polizia penitenziaria sono pochi, stremati e stressati.
Sovraffollamento e strutture fatiscenti rendono le carceri italiane, tutte, più simili a "un carnaio di disperati che a case di rieducazione", contrariamente a quanto indicato dall’art. 27 della Costituzione repubblicana. Sono e rimarranno a lungo precarie le condizioni di vita dei 56mila carcerati italiani che si dividono spazi previsti per poco più di 41mila persone, in edifici spesso antiquati ed inidonei se qualcuno non farà qualcosa.
Si dovrebbe rendere più incisiva la politica di ammodernamento dell’edilizia carceraria in coerenza con il diritto alla dignità umana previsto dalla Costituzione.
Adeguati fondi dovrebbero essere stanziati dal ‘nuovo e futuro’ governo per l’attivazione di progetti di inserimento e inclusione sociale per i detenuti che possono usufruire di pene alternative al carcere ed ex detenuti, per ridurre il rischio di un loro rientro nel circuito malavitoso.
 
Nicoletta Consumi - DEApress 

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 28 Febbraio 2008 12:24 )  

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