Le barchette e il vento

Domenica 17 Aprile 2011 02:06 Simone Rebora
Stampa

Nel tardo pomeriggio di sabato 16 aprile, una camionetta della polizia piantonava una ventina di persone, con barchette di carta alla mano. Il gruppo di facinorosi era composto da diversi uomini, alcune donne, molti bambini, un’anziana signora con bicicletta – e un anziano cane.

La scena surreale assumeva però presto il suo senso, allorché la folla si espandeva, e giungevano i primi striscioni. “Si protesta contro i naufragi degli immigrati…” Tra le tante barchette di carta, piccole, grandi e variopinte, ne spiccava una spruzzata di rosso, sporcata del colore del sangue: “Si protesta contro le morti assurde in mare, e nella striscia di Gaza…”

Il corteo si muove.

Il percorso conduce da Piazza Poggi sull’Arno, dove simbolicamente sono raccolte le barchette dei naufraghi, fino a Piazza della Signoria, sede (non solo simbolica) delle istituzioni. Si avanza senza schiamazzi, senza urlare slogan: una processione quasi liturgica, di una liturgia che unisce nel camminare fianco a fianco, in silenzio. Un incedere privo della rigidezza del rito, e che si carica invece di tutta l’umana intensità del più puro gioco, senza paludamenti dogmatici o religiosi – fuori da ogni chiesa, insomma, tutti assieme su un’unica strada.

Le barchette sono deposte ai piedi del palazzo del Comune: un segno rivolto, ma solo a chi vuol guardare… Ci si dispone in cerchio, mano nella mano, sulle note di una banda di strada, ma mancano le parole – e il cerchio presto si sfalda, ognuno torna a casa, o inizia la sua serata.

“E tira vento, stasera...”

Lasciate sole al centro della piazza, le barchette di carta sono presto spazzate, una dopo l’altra rovesciate e disperse tra le mattonelle. E forse, domattina, quando chi non ha voluto né guardare né sentire scenderà dalla sua casa per passeggiare in piazza, al loro posto troverà soltanto la nuda pietra, immagine di un naufragio ben più grave: nell’indifferenza.


Simone Rebora

Share