SOS pillola del giorno dopo

Venerdì 22 Aprile 2011 12:04 Ivan De Stefano
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L’Italia si attesta tra gli ultimi posti tra i paesi europei, per quanto riguarda la gestione sanitaria di quella che comunemente, ed erroneamente, viene chiamata pillola del giorno dopo, meglio come definita contraccezione d’emergenza, perché non si tratta di una pillola abortiva come la RU486, ma di una pillola che inibisce temporaneamente l’ovulazione, bloccando in questa maniera la gravidanza. Non si tratta di una pillola abortiva, perché nei casi di avvenuta fecondazione, questa pillola non ha efficacia, e si rivela totalmente inutile.
Ciò che fa precipitare l’Italia in fondo alle classifiche, è la scarsissima disponibilità delle nostre strutture sanitarie pubbliche e dei loro addetti a prescrivere questo farmaco. Infatti, in base al primo rapporto triennale su SOS pillola del giorno dopo, emerge che l’85% dei medici generici e ospedalieri, dei pronto soccorso e delle guardie mediche si rifiuta categoricamente di prescrivere il farmaco, appellandosi all’obiezione di coscienza, quando, invece, il medico può ricorrere all’obiezione solamente in casi strettamente legati all’interruzione volontaria di gravidanza, l’aborto, in base alla contestatissima legge 194 del 1978. In questi casi il medico può appellarsi alla clausola di coscienza del codice deontologico, che prevede la possibilità di rifiutare la prescrizione quando vi è un contrasto con il convincimento etico del medico, sempre che la paziente non sia in pericolo di vita.  Qualora il medico facesse appello alla clausola di coscienza, dovrebbe fornire alla paziente tutte le informazioni utili al caso e indicare una struttura in cui sono presenti medici non obiettori, per rendere più tempestiva la contraccezione d’emergenza. Invece nella maggior parte dei paesi europei la pillola del giorno dopo, viene venduta senza bisogno della prescrizione e in alcuni stati anche alle minorenni, perché l’Oms  (organizzazione mondiale della sanità) ha inserito questo farmaco nella classe 1, cioè tra quei farmaci che possono essere assunti senza restrizioni. In Italia, invece, solo il 2.5% delle donne utilizza questo farmaco: la maggior parte lavoratrici o studentesse tra i 19 e i 35 anni, del Centro Sud e di religione cattolica. Molte altre, invece, si vedono negare i diritti fondamentali all’informazione, all’autodeterminazione, alla libera scelta nella realizzazione di se stesse da parte dello Stato, o chi per lui, che diventa in quel momento padrone di un’individualità che non gli appartiene. Il pensiero dominante su questo tema, come per quello dell’aborto, è pervaso da pesanti influenze del mondo cattolico. Infatti quando, nonostante un’iniziale neutralità in materia, per la natura controversa del problema, anche Amnesty International ha preso la decisione di sostenere l’aborto in casi di stupro e incesto, ciò ha scatenato l’ira del Vaticano, che ha minacciato di sospendere i finanziamenti e l’appoggio all’organizzazione. Allo stesso modo lo stesso Stato italiano, nonostante l’articolo sette della Costituzione sancisca la separazione e l’indipendenza fra Stato e Chiesa, si trova da sempre ad esserne condizionato nelle scelte politiche più di ogni altro stato europeo. La dottrina cattolica, in questa maniera, sembra oltrepassare la sfera di adesione intima e spontanea alla fede, per imporre i propri principi dall’alto su chi non necessariamente li condivide. Ciò significa sottomettere inaccettabilmente lo Stato laico al volere della religione, il diritto al peccato. Questo atteggiamento appare ancora più contradditorio agli occhi del “laico” a fronte dell’abituale opera di insabbiamento da parte della Chiesa di casi di abusi su minori, ai quali oggettivamente, può essere riconosciuto un livello di coscienza ed una vitalità maggiore rispetto ad un ovulo. Un ultimo appunto è diretto ai medici, uomini di scienza, che non riescono, o non vogliono, scindere la loro fede, atto privato e soprattutto da esercitarsi nell’ambito più intimo della vita privata del singolo, dalla loro professione. Forse è in questi casi che si dovrebbe parlare di deontologia.

Paola Cama/DEApress

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