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Ciarle Politiche

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La dilagante incultura di governo rischia di portare il Paese in un vicolo cieco. Quello della demagogia xenofoba e dell’autoritarismo da emergenza perenne. Che si tratti d’immigrazione, di criminalità organizzata, di violenza negli stadi o di giustizia penale o civile, la sequenza degli esempi tipica dell’Italia politica è sempre la stessa. Il ceto di governo e  i suoi gregari nell’opinione pubblica mancano tuttora di quella inclinazione verso la conoscenza minuta, umile, dei fatti, delle cifre della vita associata su cui si costruiscono le politiche sociali dei paesi democratici avanzati. L’ignoranza domina sovrana, e viene perciò sostituita dall’ideologia e dal pregiudizio. Guardiamo all’ultima emergenza della serie. Invece di chiudersi come è stato possibile che un flusso delinquenziale interno ad una comunità di emigranti onesti e abituati al duro lavoro abbia colto alla sprovvista l’apparato della sicurezza pubblica più vasto e capillare d’Europa (i 300mila e più membri delle forze di polizia italiane), si è rincorsa la xenofobia da quattro soldi. Quasi nessuno ha evocato l’imbarazzante realtà della disorganizzazione di questo apparato pletorico e sotto retribuito, che invece di essere presente, viste le dimensioni, in ogni angolo dello spazio pubblico del paese, sembra essere inesistente proprio nei luoghi e nei tempi del massimo bisogno. Le stazioni dei carabinieri sono ormai un mito sbiadito, i commissariati di polizia sono luoghi di smistamento di pratiche che dovrebbero competere ad altri, e la Guardia di Finanza si allontana sempre di più dalla sua vocazione specialistica. Mentre la ploriferazione di pseudo-polizie, semi polizie, simil polizie pubbliche e private sta solo aumentando la confusione e lo sconcerto dei cittadini. Invece di localizzare precise responsabilità a proposito di chi ha consentito la disseminazione di accampamenti rom e baraccamenti precari e privi di servizi in varie parti della capitale, e di chi non ha controllato né prevenuto, si è gettata la croce sulla propensione al furto dei rom e sulla non integrabilità dei rumeni. Invece di fare qualche domanda sulla prosaica questione della sporcizia, scarsa illuminazione, fatiscenza e assenza di sicurezza della stazione ferroviaria di Tor di Quinto, luogo dell’aggressione alla signora Reggiani, si è preferito dilungarsi sull’insopportabile lecca lecca sull’espressione del volto del sindaco di Roma e del ministro dell’Interno, o sulla distanza esatta che decorreva tra le dichiarazioni di Fini e quelle di Prodi. La retorica oscura del posizionamento politico ha finito di contagiare perfino i cronisti della nera. E rimane un mistero la mancanza, a sinistra, perfino del ricordo della colossale operazione di integrazione sociale e risanamento urbano avvenuto proprio a Roma negli anni ’70. I sindacati di sinistra del tempo fecero sparire la vergogna dei 600mila baraccati, la “corona di spine” che svergognava e circondava la capitale. Ma non la fecero sparire con la polizia o il festival del cinema. Bensì con le case popolari e le infrastrutture. Per restare sull’argomento del giorno. La dilagante incultura di governo rischia di portarci in un vicolo cieco: quella della gestione di una questione delicata e senza soluzioni definitive come l’integrazione degl’immigrati. L’Italia è arrivata per ultima, in tutti i sensi, a confrontarsi con  i molteplici problemi della globalizzazione delle risorse umane .La sua classe dirigente sta commettendo due fra gli errori più comuni in questa materia. Sta trattando un fatto strutturale come un’emergenza, e lo sta trattando nell’ottica sbagliata di una minaccia alla sicurezza pubblica, da lasciar gestire alle forze dell’ordine e alla carità dei cittadini. Solo pochissimi commentatori ed esponenti di governo hanno ricordato quanto sia importante mettere in piedi uno sforzo di analisi, di riflessione politica e intervento a tutto campo in questa materia: dalla questione abitativa, scolastica, sanitaria, culturale, e a quella dei diritti politici e civili di un paio di milioni di cittadini del mondo che sono venuti in Italia come ospiti o futuri cittadini. Gente che fa andare avanti la baracca dell’industria, dell’agricoltura e dei servizi, nonché quella della sicurezza sociale. E che si trovano in questi giorni vittime del razzismo e della xenofobia incoraggiati dalla cattiva coscienza di chi non ha saputo né capire né fare nei tempi dovuti.
Fonte: Left, Pino Artacchi 
 
Giovanna Hollesch - DEApress 

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 12 Novembre 2007 14:59 )  

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