Italiani brava gente

Lunedì 04 Maggio 2009 13:03 Simone Grasso
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"Italiani brava gente", così recita un film di Giuseppe De Santis del 1964, talvolta veniamo definiti da chi vive oltre confine. Certo, il senso di solidarietà e di fratellanza che unisce gli italiani è palese e costituisce di per sé un forte vincolo. D’altronde anche i recenti eventi che hanno colpito i territori abruzzesi sono di ciò un lampante esempio. A poche ore dallo sciame sismico che ha stravolto l’esistenza di un’intera popolazione, strappando alla vita terrena quasi 300 concittadini, la macchina dei soccorsi e della solidarietà si è mossa con fulminea velocità. Da ogni regione, da ogni comune. Da Bolzano a Canicattì, fino ad arrivare al piccolo paesello di campagna, sono arrivati aiuti, offerte, testimonianze di vicinanza. Lodevole. Apprezzabile. L’ultimo film di Giovanni Veronesi, “Italians”, si chiude con un sempre verde Carlo Verdone alle prese con il tentativo di spiegare a discoli giovincelli russi la conformazione del Bel Paese. Utilizza tanti stracci colorati quante sono le regioni italiane. Uno stivale colorato e colorito, con molteplici e differenti sfumature che lo rendono certo intriso di particolarità ma anche di unicità. Una differenziazione che diviene trait d’union, motivo di fascino ed orgoglio. E questi colori così diversi, nei momenti più delicati spesso tendono a fondersi  in una sorta di mescolanza cromatica di gauguiniana memoria, fino a diventare un’unica materia pittorica. Ed é proprio tale “fusione” che si ritrova e si può leggere oggi nelle manifestazioni concrete messe in atto dalle italiane genti nell’immediato post terremoto. Ebbene, senza nulla togliere alla bontà e alla giustezza di suddette azioni, che ritengo, da irpino che ha vissuto simili precedenti, fondamentali per la ripresa e la ricostruzione dell’Abruzzo e degli abruzzesi, mi sorge però, a questo punto un dubbio. Si, perché viene da pensare che questa fratellanza, questa unione, questo senso comune del bene comune e, in definitiva, questa identità italiana esca fuori, come magma vulcanico, solo in queste occasioni. O meglio, soprattutto in esse. A puntate, finite le quali ci si dimentica di tutto e si smette anche di essere solidali. Di essere uniti. E il teatrino ricomincia. E per altro, in quei pochi, per fortuna, momenti tragici nei quali a ben guardare non si può non far diversamente. D’altra parte siamo uomini o caporali? Ogni uomo acquista senso e dignità di vita soltanto se trova la sorgente del suo realizzarsi come persona nella virtus, cioè nella forza dei valori dell’uomo in quanto uomo. Questi valori sono la solidarietà, la democrazia, la giustizia,la speranza di realizzare identità personali capaci di interpretarli. Allora, se un gruppo sociale condivide questi valori e per questi vive, ed in questi si riconosce, diventa una società, ed i suoi membri sperimentano un sentimento che li accomuna e li stimola ad essere orgogliosi di appartenere a quella società. Questo è il sentimento che distingue un gruppo sociale da un altro. Ma accade per  l'Italia?  Da italiano, purtroppo o per fortuna lo sono, mi chiedo come mai questi sentimenti e questa identità italiana non emerga anche e soprattutto nella quotidianità, nei confronti di fenomeni esogeni. Quali? La camorra per esempio. Ovvero quell’organizzazione criminale - imprenditoriale che in passato ha trovato ampiezza e pienezza di espressione in Campania ma che, seguendo sempre più gli strascichi della globalizzazione, ha maturato interessi anche, e forse soprattutto, al di fuori delle zone di sviluppo originario. Perché nei confronti di questo annoso problema le manifestazioni di solidarietà e vicinanza stentano a tradursi in pratica e, ancor più, lo si tende a considerare un fenomeno regionale? D'altra parte, tempo fa anche un autorevole esponente del governo (Lunardi), nonché ministro della Repubblica Italiana, sostenne che con la “camorra (mafia) bisognava imparare a conviverci e che ognuno si risolve i problemi di criminalità come vuole”. Orbene, tale affermazione non è altro che il sunto perfetto di siffatta visione stereotipata,  altresì perpetuata anche a livello istituzionale e ancor più nociva per la capacità di rappresentare ed inquadrare in modo responsabile la questione. Se è vero, come sosteneva Leo Longanesi, che gli italiani sono un popolo di buoni a nulla ma capaci di tutto, allora ci si potrà (e si dovrà) anche aspettare un’improvvisa presa di coscienza del fatto che le diversità interne sono fonte di crescita, che la verità di questa terra risiede soprattutto in una differenza intrinseca, che è disidentità di sé da sé come sosteneva Carmelo Bene. E allora non solo smetteremo di denigrare l’Italia quando siamo in Italia e apprezzarla quando siamo fuori confine (come non pensare a certi film come Fumo di Londra, dove l’Albertone nazionale sviscerava tutta la xenofilia che ci contraddistingue), di essere Italiani in America ma pugliesi o lombardi in Italia, ma anche di considerare la Camorra come un malattia culturale, economica, politica che, per contaminatio, diviene anche sociale e civile, riguardante un interro territorio nazionale, un’intera popolazione. E in tale processo i media sono chiamati a giocare un ruolo fondamentale, non possono cioè  più esimersi dall’essere strumenti efficaci di diffusione di conoscenza ed informazione e non più di rappresentazioni devianti e stereotipate della realtà. E ciò vale per la camorra come per qualsiasi altro problema "italiano". Come italiani sono stati i soccorsi al popolo abruzzese. Ma italiani sono anche coloro che lì hanno costruito castelli di sabbia (marina). Forse questo è il nostro male. Non riuscire ad andare al di là di  estreme e anacronistiche divisioni dicotomiche: guelfi o ghibellini, fascisti o comunisti, noi o loro, furbi o stupidi. Blake sosteneva che le strade degli estremi e dell' eccesso conducono al palazzo della saggezza. Ma  nemmeno questo è possibile. Il fatto è che qui si rimane sempre impantanati tra un intenzione e un altra, a metà del guado. Mai completamente al di qua o al di là.

Concludo, riprendendo e avallando le questioni poste da Walter Sitti, in un articolo su La Stampa, del 29 marzo:“come comportarsi, quando la realtà descritta non induce al bene, ma al male?Il Werther scatenò un'epidemia di suicidi, Madame Bovary incrementò l'adulterio femminile. La letteratura (anche i media) fa emergere ciò che e' negato dalla viltà e dall'oppressione, e quindi rende un «servizio civile»; ma come considerarla, quando fa emergere quel che è giustamente rimosso, perché contrario alla civile convivenza? Siamo sicuri che la speranza sia sempre più' progressista della disperazione?”                             Simone Grasso

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 04 Maggio 2009 17:46 )