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Riflessioni ed inflessioni politiche

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In queste giorni ne ho lette davvero di tutti colori. Il politichese e il politicante conditi in tutte le salse. Mediatiche e non.  Un prodotto da nouvelle cuisine. Dalla puttanopoli che segue vallettopoli,sanitopoli, calciopoli e tangentopoli  al buffo tentativo franceschiniano  di proporsi come unica e valida alternativa politica, compiendo  opera di maquillage elettronico.  Senza dimenticare i ripetuti e ripetitivi tentativi di svegliare le coscienze del paladino Travaglio della giustizia. Accesi  dibattiti sui quesiti referendari. Ma nemmeno più di tanto. L’unica cosa che gli italiani hanno ben capito era il loro numero. Non  per loro mancanza certo, ma diciamo per deficit informativo e mediatico. Altrimenti forse anche la sinistra avrebbe capito che sostenendo il sì, si sarebbe passati dal porcellum al porcellum con il rossetto. Ma poco è sempre meglio di niente. Si è visto un Di Pietro dapprima acclamarli a gran voce tranne poi proporre l’astensionismo.  Abbiamo visto lo skipper di Arcore accusare e demonizzare la stampa, i media. Dicendo di non riconoscersi e riconoscerli più. Proprio quei media che, come direbbe Michael J. Fox, sono stati il segreto del suo successo.  Proprio lui che ha contribuito in maniera decisiva al processo di mediatizzazione e spettacolarizzazione della politica. Si badi bene, sono fenomeni che comunque volente o nolente si sarebbero generati  da sé seguendo la traiettoria dei cambiamenti imposti dai tempi. Dalla scomparsa dei partiti storici, del peso e dell’identità di quelli rimasti, dagli scandali giudiziari dei primi anni novanta, ai mutamenti tecnologici nel campo mediatico. Ho visto il folgorato Fini sulla via di Damasco parlare di attacco alle istituzioni e alla credibilità delle stesse da parte di stampa e tv. Come se le donnine che entrano incontrollate  a Palazzo Grazioli (edificio di stato) per brindare ad un incontro (piccante?!?) o il presunto harem di Villa Certosa  non fossero di per sé indicatore di un malcostume. Etico e morale. Prima ancora che politico. E allora che senso ha attaccare i media e la tv? La televisione è il più grande veicolo culturale del nostro tempo. L’interrogativo, semmai è volto a capire che tipo di cultura propone la tv, se lo sport è Galeazzi, se la politica è Vespa, se la scienza è Cecchi Paone, se le liti condominiali li risolve Santi Licheri, se l’intelligenza viene certificata da Scotti, se la dea bendata ha scelto Bonolis per presentarsi a noi.  Non è che sarà un modo anche molto calcistico di rispondere laddove l’attacco è la miglior difesa? Il fatto è che una spiegazione a noi poverelli elettori ci è dovuta. Dobbiamo sapere. Per il momento ciò che sappiamo è solo la scaltrezza di Mr B. nell’utilizzo e nella conoscenza della grammatica mediale da una parte, e dall’altra l’inconsistenza e la sciatteria di un opposizione che, in qualunque altro paese democratico, avrebbe come minimo chiesto un interrogazione parlamentare. Non c’è bisogno certo di ricordare  quali conseguenze abbiano avuto i vari impeachements  e scandali  a stelle e strisce. Ci è dovuta perché  dobbiamo continuare ad essere whatch dog del potere politico, perché anche il controllore devi sentirsi costantemente controllato. Sempre. Perché lo scandalo delle donnine a pagamento è un tema d’interesse pubblico, collettivo. Non sono affari suoi. Perché chi rappresenta le massime istituzioni italiane non può permettersi il lusso di cadere nel faceto. E se lo fa non può esimersi dal prendersene le responsabilità. Davanti a se stesso e davanti alla collettività che rappresenta e che lo paga per essere rappresentata.  Max Weber, quasi un secolo fa,  parlava della necessità di recuperare, anche e soprattutto in politica, l’etica della responsabilità o delle conseguenze . Sempre più soverchiata dall’etica delle intenzioni che uscendo  dal suo ambito di pertinenza (quello individuale) per sfociare nell’ambito collettivo (la politica), diviene un’etica della irresponsabilità. Perché questo? Ebeh, siamo in Italia, direbbe qualcuno. La situazione è grave ma non è mai seria.  Il problema, dice Sartori, è che siamo diventati troppo normativi e anche troppo emotivi. Troppo normativi non soltanto nel senso che il dover essere scavalca troppo l’essere, il mondo com’è; ma anche nel senso che perseguiamo obiettivi senza strumenti, senza sapere come. E troppo emotivi specialmente nel senso che il sentire travolge la ratio. Quell’eccesso di emotività che ci porta dapprima a condannare, seppur sempre in forme edulcorate, e poi a dimenticare. A puntare il dito ma non troppo. A tirare un ceffone ma senza far male. Ecco il buonismo esasperato, quelle buone intenzioni che spesso lastricano l’inferno. Se non si conosce. Se non si usa la ragione e non si recupera la memoria storica. Se non si comprende che per non servir padrone bisogna servire la legge. Ci credeva Cicerone qualche millennio fa. Forse non ci crediamo, noi. O non vogliamo crederci. E questi sono i risultati.

 

 

Simone Grasso

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 25 Giugno 2009 14:28 )  

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