Un Grillo nel Pd

Martedì 21 Luglio 2009 20:09 Simone Grasso
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Pochi giorni, un piccolo circolo di un piccolo paese dell’Irpinia ha confermato la propria disponibilità a rilasciare la tessera di partito al signor Giuseppe Piero Grillo. Di professione comico senza condizionamenti. Come ama definirsi. Tessera numero 40. Circolo del Partito Democratico “Martin Luther King” di Paternopoli. Fin qui nulla di male. Se non fosse per il fatto che il neofita pieddino è un personaggio dello spettacolo prestato, da qualche anno, alla politica. Per certi versi scomodo. Sopra le righe certo. Ma credo anche con qualche condizionamento. Come ovvio che sia. Per chiunque di noi. Sfioreremo altrimenti l’ipocrisia o il qualunquismo. Il problema non alberga certo a tale livello. La questione sta nel come questi condizionamenti possono influire sulla nostra attività, come in essa si declinano e, soprattutto, con quali conseguenze.

Ebbene, circa un secolo fa,  un signore di nome Max Weber, con acume e sguardo lungimirante, parlava di un “politeismo dei valori” che si declina nell’etica sotto forma del dualismo tra l’etica dei principi  - anche detta etica delle intenzioni o delle convinzioni - e l’etica della responsabilità. Dov’è la differenza? La prima fa riferimento a principi assoluti che vengono fatti propri dall’individuo a prescindere dalle conseguenze che essi possono produrre.  Atteggiamento tipico, dice Weber, dei sindacalisti, dei rivoluzionari, del religioso.  Di contro vi è l’etica delle responsabilità, dove si tiene conto, sostanzialmente, del rapporto mezzi fini. Sicché l’etica dei principi e quella della responsabilità sono due etiche opposte e inconciliabili, che fanno capo a due diversi modi di intendere la politica, come nota Weber in Politica come professione: l’etica dei princìpi è, in definitiva, un’etica apolitica, come è testimoniato dal cristiano che agisce seguendo i suoi principi e senza chiedersi se il suo agire possa trasformare il mondo. Al contrario, l’etica della responsabilità è indissolubilmente connessa alla politica, proprio perché non perde mai di vista (e anzi le assume come guida) le conseguenze dell’agire.

Cosa centra questa breve digressione col caso Grillo, e ancor più, con le infauste vicende interne al Pd? Un legame c’è.

Ho sempre sostenuto la giustezza delle questioni sollevate dal noto comico genovese, ma quasi mai ne ho condiviso il modo attraverso il quale ad esse ne dava visibilità. Il modo in cui, tematiche legate all’ambiente, alla giustizia, al parlamento pulito trovavano ampiezza e pienezza di espressione nei media nazionali e nel popolo della rete. Perché presto e facilmente divenivano carne venduta a poco prezzo e mascherata di populismo, di un avversione quasi antropologica nei confronti di Mr B., di sterili discussioni internettiane. Espressione di una politica che viene svuotata del suo senso originario. Ovverosia della capacità di elevarsi a ponte ermeneutico tra distanze. Di ragionare in un ottica inclusiva e non contrappositiva.  Di essere generatrice di condivisione. Di partecipazione. Già nel momento in cui si crea un noi ed un loro non ha più senso fare politica. Forse non ha più senso nemmeno parlare di partiti. E qui si incontra anche il degente di turno. Il partito democratico. Un’ambizione più che un partito. Scettico ero quando l’allora segretario Veltroni, anche coraggiosamente, decise di unire col cappello americano De Gasperi e Togliatti, scettico lo sono ancora oggi di fronte all’incapacità di tale ambizione di divenire realtà fattuale. Di scegliere, cioè, cosa essere. E quindi anche cosa non essere. Di organizzarsi come partito. Tenendo presente che le distanze sono molte. Che il cappello americano era solo una moda. Vacuità. Il modello americano è ben altra cosa. Non esistono regole transitive in grado di garantire la perfetta corrispondenza di un sistema, ancor più in contesti diversi  anni luce. Negli Stati Uniti non esistono bandiere, simboli, tessere di partito, le primarie sono cosa seria. Si veda lo scontro “amichevole” tra la Clinton e Obama.  Si abbandonino i piacevoli sogni di una notte di mezza estate. L’inverno sta per arrivare. E forse sarà meglio iniziare a pensare di trovare una cura, che non sia il solito palliativo all’italiana, ma una soluzione politica strutturale e di lungo corso. Che non perda di vista mai le conseguenze del proprio agire. E ciò deve capirlo anche il signor Grillo. Allora sarà ben accetto. Se al vociare e allo schiamazzo sostituirà il dialogo e l’etica  delle conseguenze. Una giusta causa, portata avanti in modo maldestro ed insensato, perde di valore. Per il semplice fatto che così facendo diminuiscono le sue probabilità di vederla concretizzata. Le buone intenzioni lastricano l’inferno. Se non si ha capacità di lettura, azione e previsione. Anche in politica.  Soprattutto in politica. E’ una questione di strategie. 

Detto questo,  lo sconquasso scatenato da Grillo all’interno del Pd, rimane solo un sintomo evidente dell'incapacità di dare prova di forza e coesione, di coraggio e realismo politico. Di paura. Se anche solo un Grillo friesce a far tanto casino allora la sopravvivenza del Pd nella giungla politica, sarà davvero impresa ardua. Se il verso del Grillo diviene espressione di  questioni che pure dovrebbero essere patrimonio e assioma di una partito democratico, allora  la vedo ancor più ardua.

Come giustamente ricorda il segretario del circolo di Paternopoli, Forgione, il partito democratico si avvinghia sul caso Grillo, facendo cadere nell’oblio questioni ben più contingenti: su 110.00 iscritti in Campania, quante tessere appartengono ad affiliati a clan camorristici? Quante sono state consegnate con il gioco delle compravendite? Chi è senza peccato scagli la prima pietra. E intanto al circolo di Paternopoli è già boom di nuove iscrizioni. Mah.

 

 

Simone Grasso

 

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