Nizza, 18 dicembre 2000. “I popoli europei nel creare tra loro un’unione sempre più stretta hanno deciso di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni. Consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, l’Unione si fonda su valori indivisibili e universali di dignità umana, di libertà, uguaglianza e di solidarietà; l’Unione si basa sui principi di democrazia e dello stato di diritto. Esso pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell’unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia. L’Unione contribuisce al mantenimento e allo sviluppo di questi valori comuni, nel rispetto della diversità delle culture e delle tradizioni dei popoli europei, dell’identità nazionale degli stati membri e dell’ordinamento dei loro pubblici poteri a livello nazionale, regionale e locale …” Con tale preambolo si apre la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Un documento fondamentale, non solo perché stabilisce un comune patrimonio valoriale ma anche perchè introduce importanti elementi di riflessione, che ancora oggi stentano a trovare voce unanime. Uno su tutti: la questione dell’identità.
Viviamo in un mondo sempre più complesso, eterogeneo, un crogiolo di diversità. Un melting pot (culturale, etnico,religioso..) per usare un termine ora di moda. Una grande scatola dove tanti hanno la possibilità di mescolare e sommare identità, mutare la propria appartenenza ad una comunità e sviluppare identità nuove. Un bene o un male? Dovrebbe e potrebbe certo essere un opportunità, o meglio ancora una scommessa fattibile. Una strada percorribile. Ma la realtà è che troppo spesso tutto ciò sta producendo paure e tensioni, incomprensioni che, come a volte accade anche in Italia, si tramutano in fenomeni ed episodi di intolleranza. Di incapacità di incontrare e accettare la diversità. Cui prodest? A nessuno. Se istituzioni sovra nazionali, così come la suddetta carta dei diritti, cercano in qualche modo di fungere da collante alle diverse tradizioni nazionali, è altresì vero che la realtà sembra essere un’altra. Pochi sembrano essere pronti ad accettare questa sfida, i tempi che si pensavano essere maturi per un processo di integrazione stanno manifestando uno stato ancora incerto. Forse ciò che si è verificato è stato un errore di percezione, oppure un tentativo di forzare i tempi. Fatto sta che proprio le identità nazionali (costrutto intellettuale che presuppone riferimenti culturali solidi, condivisi, e per questo inattaccabili ed incontestabili) paiono essere in crisi. Sembra cedere quello che dovrebbe essere uno dei pilastri portanti dell’intera Unione Europea. Ma allo stesso tempo gli eventi sottilmente ci indicano come essi siano sempre più indispensabili: la storia paradossalmente ci mostra come anche la guida attuale dei più importanti paesi europei sia in mano a chi è in qualche modo estraneo alle rispettive tradizioni identitarie: in Francia, un francese di prima generazione, figlio di un profugo ungherese e nipote di un ebreo sefardita di Salonicco; in Germania ad una donna nata e cresciuta dadrueben, cioè al di là del confine; nel Regno Unito ad uno scozzese. Ciò dovrebbe far pensare. Eppure tanto. Forse questi casi ci mostrano come, con la costruzione dell’Unione Europea, non sia necessario creare una nuova identità, poiché le identità nazionali stesse si evolvono nel tempo. Se emerge un bisogno di approfondimento circa l’identità europea, lo si potrà fare solo partendo dal rispetto delle identità nazionali e non sostituendosi ad esse. Il rischio sarà quello di alimentare diffidenze e paure. Il rischio sarà quello di non riuscire a comprendere questo momento di evoluzione delle identità nazionali. Il rischiò sarà quello di non riuscire a superare questa fase di difficoltà dovuta al processo di allargamento. Il rischio sarà quello di non comprendere che la specificità dell’identità europea si fonda sulla sua diversità. Essa non deve definirsi o costruirsi in opposizioni alle identità nazionali, ma con esse e per esse, perché la diversità genera (mutuando, forse impropriamente, un termine dall’ambito economico) vantaggio competitivo. Certo, queste ultime presentano elementi in potenza destabilizzanti ma che tuttavia possono, in atto, essere neutralizzati in partenza, partendo proprio dal presupposto di una necessaria integrazione e cooperazione trasversale. Anche perché, in ragione di un sistema globalizzato, che ha posto fine all’epoca degli Stati nazionali europei, è solo come europei che potremo confrontarci ed interloquire con i nuovi global players (Cina, India) e farci portavoce dei nostri valori, della nostra cultura, della nostra tradizione.
Oramai siamo lontani un bel po’ da quella che Ferdinand Tonnies chiama Gemeinshaft , ovvero piccole comunità imperniate su tradizioni, appartenenze radicate, fitta rete di rapporti personali basati per lo più su legami di parentela. Ma, scomodando nuovamente Tonnies, siamo nell’epoca del Gesellschaft: una società e un mondo più aperto dove tutto scompare con la stessa velocità con cui compare, dove, con una certa fluidità, tecnologie e comunicazioni travolgono le antiche connessioni del tessuto sociale. E, ribadiamo, sono proprio questi cambiamenti a richiedere una riconsiderazione del concetto di identità, non più fondata sull’appartenenza naturale (famiglia, gruppo..), ma sul riconoscimento di valori comuni che uniscono, i quali solo possono controbattere alla ventata di violenza verso il diverso, o ciò che non si conosce. E allora, in questo nuovo contesto, costruire l’identità europea, vuol dire, preliminarmente, interrogarsi sulla persona, sul nuovo modo di abitare il mondo che valorizza le dimensione della convivenza e della differenza. Sarebbe davvero anacronistico non andare in tale direzione.
Ma l’Europa sarà in grado di amalgamare molteplici entità, soprattutto dopo l’allargamento dovuto da 15 a 27 paesi membri, e quindi di farsi vettore di un’identità precisa e definita? Tale è la scommessa, su cui però conviene e si deve puntare perché, come sostenuto anche da più parti, sarà solo seguendo questa strada che avrà senso cercare lo spazio, all’interno dell’identità europea, per un’identità nazionale. Levi-Strauss sosteneva che “non abbiamo bisogno di una identità comune, non c’è n’è bisogno, perché abbiamo qualcosa di più profondo, un destino comune”. Può sembrare un affermazione paradossale, considerato quanto detto fin ora. Ma paradossalmente non lo è. Anzi, è funzionale ad esso. Perché ciò che essa sottintende è che la gloriosa civiltà occidentale, che ha primeggiato dalle arti alle scienze, è divenuta tale proprio sotto la spinta congiunta di molteplici ma anche differenti impulsi nazionali, dando vita ad un immenso e comune patrimonio collettivo. Ed’è stato così perché nonostante le diversità vi è stato una comunione di vedute e di condivisione di esperienze storiche. Questo il sentiero. Questa è la luce. Ma allora diviene importante ancor prima recuperare e far tesoro della memoria che, come sosteneva Kundera “è da qualche parte, lì dietro”. Ciò che ci appartiene ma anche ciò a cui apparteniamo. Fondamentale per comprendere che ci troviamo in “uno spazio che non conosce frontiere, in un tempo che non ha né principio né fine..di fronte ad un Uomo europeo da sempre proteso verso una città sempre all’orizzonte:.. è la sua ansia storica, il volere sostantivare i suoi sogni, il credere in essi in qualche modo”. Ecco, se l’Europa non si stancherà di far ciò, se non frantumerà gli orizzonti, se continuerà ad avere questo anelito, nonché tale propensione ad appropriarsi di ciò che è altro, saperlo accettare ed includere (nel rispetto sempre e comunque della propria individualità e della propria identità), potrà salire sulla coda di Dio e guardare con ottimismo e fiducia al futuro.
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