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In ricordo di Yassine

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Sulla morte di Yassine e sui ragazzi che restano dentro

del Gruppo Ipm dell’Associazione "L’altro Diritto Onlus"

 

In questi giorni, dopo la terribile morte di Yassine, i riflettori dei media sono stati improvvisamente puntati sull’Istituto penale per i minorenni di Firenze, e molti sono stati i commenti di politici e rappresentanti delle istituzioni. Le volontarie e i volontari del gruppo IPM dell’Altro diritto onlus, che entrano nell’istituto da dieci anni, svolgendovi una serie di attività di informazione e sostegno per i ragazzi detenuti, hanno finora taciuto perché troppo colpiti da questo lutto. Solo oggi, dopo molte riflessioni, desideriamo esprimere la nostra profonda tristezza per la morte di Yassine, che per noi non è uno dei tanti, ma è il ragazzo conosciuto in questi mesi e al quale abbiamo sperato di poter fornire un po’ di sostegno e di leggerezza, invano. Chi è entrato costantemente nel carcere minorile in questi mesi, non può dimenticare il suo volto. Vogliamo però non limitarci a una espressione di cordoglio, perché siamo consapevoli del fatto che la storia di Yassine non rappresenta un’eccezione. È sì raro che un ragazzo si uccida in un Istituto penale per i minorenni, ma non è rara la sofferenza che Yassine si portava dentro.

Oggi nell’Istituto penale minorile di Firenze sono rimasti altri 21 ragazzi, che portano dentro di sé un dolore immenso per quel che è accaduto, un dolore che si è andato ad aggiungere alla già difficile esperienza di chi vive in stato di detenzione. Per alcuni di loro questo non è il primo suicidio cui assistono, per molti questo lutto si somma ad altri già vissuti nonostante la giovane età. I compagni di cella di Yassine ne hanno raccolto l’ultimo respiro, uno di loro lo ha vegliato pregando. Tutti ieri hanno voluto incontrare l’imam di Firenze, forse una delle poche figure pubbliche che sia davvero riuscita a portare loro conforto.

Oggi, prima che i riflettori si spengano di nuovo (qualcuno ci ha già detto che è tardi per questa riflessione perché la notizia non è più fresca!), vorremmo segnalare alcune cose che riteniamo importantissime: la prima è che, contrariamente a quanto si pensa, le carceri minorili non sono giardini d’infanzia. Sono luoghi per lo più migliori delle carceri per adulti, sono luoghi - come il "Meucci" - dove gli operatori sono profondamente dediti al loro lavoro, ma sono pur sempre dei luoghi di reclusione.

L’art. 37 della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, di cui proprio in questi giorni si celebra il ventennale, stabilisce chiaramente che: "L’arresto, la detenzione o l’imprigionamento di un fanciullo devono essere effettuati in conformità con la legge, costituire un provvedimento di ultima risorsa e avere la durata più breve possibile". Il Consiglio d’Europa non ha fatto altro che ribadire questo principio a più riprese, affermando che la carcerazione non è uno strumento adatto alla risocializzazione dei minori autori di reato, e che essa deve essere inflitta loro solo quando non sia possibile ricorrere a un diverso sistema di controllo o di sanzione.

Nella stessa direzione va, lo sanno tutti, la normativa italiana sul processo penale minorile, considerata come una delle punte più avanzate del mondo occidentale in tema di tutela dei diritti dei minori. Non possiamo allora accettare che persino di fronte al suicidio di un ragazzo detenuto per mesi in attesa di giudizio per un tentato furto si dica che "spesso il carcere è la soluzione migliore per questi ragazzi". Nonostante la buona volontà degli operatori, il carcere non è un luogo di presa in carico: si fa il possibile, ma il possibile è troppo poco e le buone intenzioni sono costantemente frenate dalla burocrazia e dalle esigenze di controllo tipiche di ogni situazione carceraria, quel che è accaduto a Yassine ne è la tragica dimostrazione.

Gli operatori della giustizia e i servizi sociali non possono arrendersi a una simile constatazione, che fa ancora più scalpore se pronunciata non caso per caso, ma come massima generale. Noi vorremmo ricordare che, sebbene autori di reato - la maggioranza dei ragazzi ne ha commessi soltanto di lievi -, questi minori hanno diritto a poter costruire il proprio futuro e a vivere un presente conforme alle esigenze proprie di tutti gli adolescenti.

La seconda cosa, urgente, che vorremmo segnalare è che oggi nell’Ipm di Firenze, come negli altri sparsi per l’Italia, restano molti ragazzi e che per loro non solo non viene fatto niente di speciale, ma neppure niente di ordinario. Nell’Istituto fiorentino la scuola non è mai stata organizzata in modo stabile dal Provveditorato. La presenza degli insegnanti dipende dalla buona volontà di chi si fa assegnare una classe in carcere e dall’organizzazione della Scuola città Pestalozzi di Firenze, che si occupa dei corsi di formazione serale per adulti.

Quest’anno non sono riusciti, come altri anni, a incaricarsi anche di questo compito extra, nella situazione già difficile che gli enti preposti alla formazione attraversano, e così la scuola media non è ripartita con l’inizio dell’anno scolastico. Le volontarie e i volontari dell’altro diritto si stanno affannando a collaborare con l’unica insegnante elementare presente per supplire a questa mancanza, e non è la prima volta che questo avviene.

Le istituzioni della giustizia minorile sono state sollecitate dall’istituto stesso, ma invano. Si dà per scontato che in un periodo come questo, dove la scuola è in sofferenza, l’ultimo problema sia quello della scolarizzazione dei minori detenuti. Eppure, la scuola non è per loro solo un diritto, ma è anche una delle poche finestre che essi hanno sull’esterno, un modo per impiegare le mattinate altrimenti vuote, tutte passate - a 15,16,17, 18 anni - entro la cinta di un solo squallido cortile.

Infine, che cosa facciamo per i ragazzi rimasti, come li aiutiamo di fronte al trauma subito? Accettiamo che sia uno dei tanti? Consideriamo sufficiente l’organizzazione ordinaria presente negli Istituti penitenziari? O pensiamo che sia l’ora che la città si prenda cura di questi suoi giovani? Che le carceri minorili diventino davvero luoghi aperti e trasparenti e soprattutto spopolati, in cui sia possibile seguire pochi ragazzi facendo prevalere quelli che Alessandro Margara chiama "gli spiriti della casa" sugli "spiriti del carcere"? L’Ipm Meucci è dietro la stazione centrale. Quanti fiorentini conoscono la sua esistenza?

I ragazzi detenuti nell’Ipm di Firenze, come nel resto d’Italia, appartengono quasi esclusivamente ai seguenti gruppi sociali: sono stranieri, rom, sinti, o minori originari del sud Italia. Se si confrontano i dati relativi alla popolazione detenuta con quelli dei minori autori di reato si scopre facilmente come questi gruppi sociali sono sovra rappresentati in carcere. Il sistema della giustizia penale minorile opera una selezione sociale, individuando come suoi "utenti" privilegiati i minori appartenenti alle categorie più disagiate. Un simile processo di selezione smentisce gli intenti professati dalla riforma del 1988 e dal sistema penitenziario trattamentale nel suo complesso.

Se Yassine fosse stato italiano e avesse avuto alle spalle una "normale famiglia italiana" non sarebbe mai finito in carcere e, certamente, oggi nessuno considererebbe "scaduta" la notizia del suo suicidio. Insieme ai ragazzi reclusi in Ipm, siamo addolorati e indignati. Vorremmo che anche la società nella quale viviamo e lavoriamo continuasse ad esserlo e decidesse di muoversi per evitare che queste tragedie continuino a ripetersi.

 

Firenze, 20 novembre 2009

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 11 Marzo 2010 14:04 )  

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