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Teatro: Gli innamorati

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Gli innamorati

Teatro Bellini - Teatro stabile di Napoli presenta ‘Gli innamorati’ di Carlo Goldoni. Con Daniele Russo, Angela De Matteo, Carmen Pommella, Antonio D’Avino, Pino L’Abbate, Giovanni Allocca, Simona Esposito, Mario Zinno, Felicia Del Prete. Scene: Roberto Crea. Costumi: I Dominorosa. Musiche: Paolo Coletta. Adattamento e regia: Gabriele Gi Russo.

A trecento anni anno dalla nascita di Carlo Goldoni, in questo 2007, le opere dell’autore veneziano vengono frequentemente portate sui palcoscenici italiani. Gabriele Gi Russo propone Gli innamorati del 1759, una commedia che parla delle difficoltà di comunicazione e di comprensione tra chi si ama, delle gelosie e dei piccoli castighi che le coppie sono capaci di infliggersi.
Eugenia e Fulgenzio si amano, ma il loro matrimonio ha da attendere perché lui, per celebrarlo, vuole aspettare il ritorno del fratello. Dal canto suo, la giovane non tollera che il fidanzato debba badare alla bella cognata con la quale convive. I caratteri dei due giovani, diversissimi, ma ugualmente cocciuti, finiscono per essere cagione di continui sciocchi litigi.
Carlo Goldoni di tanto in tanto, nel corso del testo, si diverte con alcuni intelligenti giochi di parole, come ad esempio quando Flaminia definisce la sorella Eugenia “sofisticata” e il fidanzato “istintivo”: un modo elegante per dire che la giovane è una viziata, mentre Fulgenzio è del tutto irrazionale.
L’autore veneziano ha scritto una commedia basata più sui caratteri, che sulla fabula. Ne emerge un attento studio sugli infiniti battibecchi dell’amore, ma soprattutto sull’incomunicabilità degli esseri, sul nostro egoismo, sulla nostra ipocondria. Ricorre l’immagine della donna forte e intrattabile, il cui carattere viene messo in risalto dal confronto con uomini pusillanimi e malaticci.
Gli innamorati non è una commedia basata sull’intreccio. Gli equivoci non costituiscono l’architrave tematica del testo, perché si presentano e si dissolvono quasi ad ogni dialogo. Per questa ragione sarebbe essenziale che il ritmo della commedia fosse costantemente alto. La rappresentazione di Gabriele Gi Russo presenta a tratti, specie nella prima parte, alcune scene sin troppo didascaliche, che ne rallentano brio e divertimento. Il regista ha optato infatti per la progressione della recita; in questo modo, se il secondo atto è certamente indovinato, il primo funziona solo in parte. Tuttavia l’accelerazione finale, costruita su un turbinio di grida, di litigi, di movimenti, è il felice compimento di una commedia piacevole che non trova nel riso, ma nelle sfumature psicologiche delle inquietudini dell’amore, il proprio punto di forza.
Senza dubbio, l’elemento più riuscito della commedia è l’attenta caratterizzazione dei personaggi. Zio Fabrizio è l’emblema del peggio della piccola borghesia, inelegante, ostentatrice, invadente, bugiarda e presuntuosa. Flaminia è l’emblema della donna sola che, pur avendo conosciuto più sofferenze che gioie, riesce con le proprie forze a mantenere un decoro e un orgoglio degne di una nobildonna. Ridolfo, amico carissimo di Fulgenzio, rappresenta invece il martirio visto che, in nome dell’amicizia, riesce a contenere, con una strepitosa carica comica, lo straripare di un amore sconveniente.
Del resto la compagnia d’attori, proveniente in larga parte dall’Accademia del Teatro Bellini, è compatta e piacevole: le recitazioni sono convincenti e hanno il merito di essere tutte sullo stesso livello, sicché la credibilità della messa in scena ne risente positivamente.
Molto divertente è il gioco di luci ed ombre che consente di sviluppare il pranzo a casa di zio Fabrizio dietro un fondale opaco da cui emergono soltanto le ombre dei protagonisti, mentre sul palcoscenico la servitù ci aiuta a capire cosa succeda nella stanza dei padroni. Intelligente è anche la scelta della regia di far riconciliare i due protagonisti, con lui che abbaia e lei che miagola: l’amore, in fondo, è passione, istinto, irrazionalità; le parole sono spesso di troppo, creano ostacoli, incomprensioni, pericolosi distinguo; i gesti d’affetto sono forse l’unico modo per esternare dei sentimenti troppo complessi (o troppo primitivi?) per essere ridotti in verbo.

Al teatro Cantiere Florida fino a sabato 3 marzo.

Giulio Gori - DEA

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 02 Marzo 2007 19:49 )  

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