5. Il 1992 (espressione)
Il numero 1/2 si apre con un’interessante recensione di Anna Paola Bosi sulle Ballate di Stefano Benni, un libro che reinterpreta in chiave parodica (ma proprio per questo attualizzante) un genere lirico di antica e radicata tradizione – un tentativo di ‘rivitalizzare depotenziando’ versi che, altrimenti, oggi perderebbero la loro efficacia: «cosa ti è successo / cosa è cambiato / cosa sarà stato / forse il troppo mangiare / nel tornar dal mare / cosa avrà pensato / quando si è schiantato / cosa farà adesso / cosa farà dopo / dopo cosa poi» (p. 2).
Segue una serie di recensioni sull’opera di artisti giovani ed emergenti ospitati presso il centro D.E.A.: ogni breve descrizione della loro tecnica si accompagna a un esempio della loro arte. Possiamo quindi conoscere l’impulso ‘primitivo’ di Amir Abe’ Bendev, l’essenzialità di Monica Maria Londono S. (p. 4), i nudi di Doroty Sancineto (p. 5)… Di particolare impatto visivo, la presentazione dell’opera di Flavio Coppola (p. 7), la cui esposizione «Tra mito e leggenda» fu ospitata dal centro D.E.A. dal 20 al 30 gennaio. In una pagina dalla grafica vorticante, testo e immagini si confondono in un moto continuo, che dal bisbiglio del diavolo nell’orecchio dell’artista, attraversa la tela su cui egli sta dipingendo, per aprirsi alle più ricche figurazioni di carattere mitico (i piedi alati di Mercurio, le porte dell’Ade…). Sospeso «tra realtà e fantasia» è anche il racconto di Gianna Franceschini, «La valle degli elfi» (p. 12), forse un poco ingenuo, ma pur sempre suggestivo, in una prosa che trasmette l’incanto della scrittrice stessa , ancor prima di quello del lettore. Volgendo lo sguardo alla pagina seguente, invece, giunge come un macigno l’impatto con il «racconto drammatico» di Niccolò Feder. Filipponi, che, nella scelta del nome del protagonista (Federico), adombra forse un’esperienza di vita vissuta. Stravagante ma di indubbia intelligenza la pagina affidata ad «anonimi» (giornale di poesia nato a Firenze nel 1991), «Se il Gobbo è il Matt’ador di o’Santo» (p. 15), prosa paroliberista, ma per nulla imparentata con il futurismo: «Eleggere Ere e sere prima che anche le mani giungano a noi, ovvero chiaramente esprimere la propria opinione sul voto bianco, e, raggranellata tutta la grana del padrone, tritare il volidivo gobbo» (miei i corsivi – si noti la consecuzione ‘logica’ delle parole, che in un apparente accostamento di puri suoni, rivela invece sorprendenti significati nascosti).
Da non trascurare, poi, la promozione a pagina 16 del «progetto di intervento teatrale» «A occhi chiusi», in cui, partendo da Le città invisibili e le Lezioni americane di Italo Calvino, si prevede una compartecipazione degli stessi spettatori alla ideazione dello spettacolo teatrale: «L’intento è di rendere lo spettatore consapevole della propria soggettività nel percepire e nell’immaginare».
In un trafiletto a pagina 19, poi, fa la sua prima comparsa sulla rivista Hasan Atita Al-Nassar, poeta che diventerà un punto di riferimento fisso per i lettori di “D.E.A.”, con le sue immagini cariche e luminose, ‘brucianti’ sul foglio: «Il regno dei morti / si muove verso una valle / luminosa, / così la rivolta / si affratella alla Virtù / e la povertà al bastone».
Il numero successivo, come suggerito dal titolo («DEArt»), è quasi interamente dedicato alla “E” di espressione, e anche la parte ‘geografica’ non a caso tratta «L’isola dei poeti» (articolo di R. Nincheri, a pagina 10). Il numero si apre con le liriche musicate di Gian Luca Azzurri, forse troppo (volutamente) forzate nel virtuosismo tecnico e degli accostamenti, che spesso denuncia una certa vuotezza di contenuti: e la sua poesia-manifesto sarà infatti «Mi piacciono le cose incomprensibili» (p. 2). Tra i momenti negativi di questo numero, bisogna forse annoverare il «racconto interattivo da completare» di Laura Turchi, «Una parola dimenticata» (p. 5), racconto che risente inevitabilmente della pratica della ‘scrittura al computer’ – come denunciano sia il tema della narrazione (protagonista un Pinocchio ‘robotizzato’) sia la forma grafica del testo (con frasi staccate e distinte, delle quali alcune scritte in STAMPATELLO, altre sottolineate).
Ma il contenuto di questo numero della rivista si rivela da subito non solo di pura ‘espressione artistica’, ma anche di diretto intervento sociale: per esempio, l’articolo di Maria Sador, «Fai da te», nel raccontare una storia di ‘vita quotidiana’ fornisce un esempio pienamente paragonabile con quello celebre di Pirandello sull’umorismo (qui la vecchia truccata diviene una «distinta signora» con ombrello, ma che, da ‘distinta signora’, lotta animalescamente con il suo ‘strumento ribelle’), ma quel che ancor più interessa, è la decisione di narrare questo «spettacolo spontaneo […] per attutire le raffiche della verborrea televisiva» (p. 6). Insomma: non solo un semplice divertissement letterario, ma una possibilità per finalmente DIRE qualcosa di REALE a un pubblico che rischia di perdere nell’invasione delle parole il proprio senso della realtà. Allo stesso modo, l’inserto di pp. 7-10, nel pubblicizzare una mostra fotografica di «immagini di bambini […] raccolte in varie parti del mondo da fotografi professionisti» presso il centro D.E.A. («Bambini nel mondo», curata da Silvana Grippi e Paolo Felicetti), si propone principalmente di aiutare i bambini tibetani – confermando ancora una volta quella primaria zona di interesse già emersa nei primissimi numeri della rivista. La sezione «Poesie» è dedicata a otto autori, quattro dei quali (tra loro ritroviamo H. Al Nassar e E. Grippi) pubblicati da EDIT DEA: un segno inequivocabile del largo impegno del Centro Culturale nel campo dell’Espressione, che non si limita a far conoscere nuovi autori, ma anche li accompagna nell’inserimento nel mondo del mercato.
In «alDEA» la parte ‘espressiva’ risulta di gran lunga inferiore, ma mai esaurisce la propria forza: a pagina 3, Vinicio T. Lari porta avanti la propria inchiesta sui teatri fiorentini («A che punto è la storia del Teatro Goldoni»), e la componente polemica si unisce a quella puramente divulgativa, con un inserto a centro pagina di Maria Mattina dedicato alla rappresentazione dello spettacolo teatrale «Giochi con Emily», presso il Teatro delle Laudi (12-15 novembre), in cui si narrano gli ultimi giorni della vita della poetessa americana Emily Dickinson – uno sguardo a ritroso su un passato pieno di rancori e sofferenze, ma anche avvivato dall’inesausto amore per la poesia.
Ritorna poi la promozione dei giovani artisti, con un trio di pittori recensiti da Silvana Grippi a pagina 11 – la leccese A.M. Russo, che porta in Firenze le atmosfere di sole e mare del Salento, in quadri dai tracciati scarni ma carichi di significato, soprattutto a livello metaforico; Ottavio Guzzi, il cui stile vitalissimo e potente, risente indubbiamente delle influenze dei pittori informali attivi negli anni ’50-’60; e il giovanissimo Paolo Gianfreda, il cui astrattismo geometrico non accusa però alcuna freddezza o distanza. Chiudono il numero le due storie (di vita) di Giorgio Tuti e Niccolò Morrison D.C. (p. 16), un momento di distensione, in chiusura di un numero caratterizzato dal forte impegno attivo e polemico.
A ravvivare la sezione “Espressione”, sono poi i diversi ‘inserti poetici’ (alle pagine 6, 7, 10 e 14, le poesie di M. Righetti, T. Simoni, Cek, G. Franceschini), che si immettono al centro o ai margini degli articoli, leggere increspature su una superficie omogenea, che rendono più piacevole e stimolante l’esperienza della lettura della rivista.
Simone Rebora
| Share |
| < Prec. | Succ. > |
|---|
