5. Il 1992 (intervento)
Già a pagina 8 del numero 1/2, nell’articolo «Frammenti di memoria» (scritto da Roco) , il ricordo si mescola con la necessità di intervenire sul mondo attuale: «Gli anni ‘80 rappresentano in fatto di filo mnemonico cosciente un buco, che fa sì che dopo le generazioni sacrificate sull’altare della repressione, arrivino delle generazioni smemorate» (p.8), ed è infatti solo nella salvaguardia del ricordo del proprio passato, che la coscienza dei cittadini può mantenersi vigile e ferma nella percezione della realtà circostante. «La memoria è condizione ineludibile per scegliere e comprendere, senza di questa qualsiasi demagogo può farsi largo e trovare seguito […]: un popolo senza memoria non può che farsi artefice delle proprie catene» (ibidem). E così l’archivio storico “Il sessantotto” (in via Giano della Bella 22, a Firenze) diviene uno strumento fondamentale per chiunque voglia documentarsi su questo complesso (e troppo spesso ‘revisionato’) periodo storico. La rivista “D.E.A”, aprendo questo largo spazio di informazione e riflessione al suo interno, conferma così ancora una volta il carattere ‘sociale’ che ne determina la natura profonda. Ma la regione di interesse non può essere solo italiana (o toscana): così la sezione “GEO” si apre ad un’altra realtà poco conosciuta al pubblico comune, la valle dello Zanskar (articolo di P. Felicetti, p. 9), regione di difficile accesso (la si può raggiungere «solo nei mesi caldi») tra gli altipiani tibetani. E il Tibet torna ancora una volta al centro dell’attenzione a pagina 11, ma anche come spunto per aprire una polemica «sui… diritti dell’uomo», che trascende le lontananze di queste valli spesso sconosciute, e giunge a toccare la nostra stessa ‘isola felice’ europea. Perché quello che qui si critica (e la polemica si espande anche all’articolo di pagina 10, «Le stelle d’Europa stanno a guardare…», di A. Basegni) è semmai un modo di pensare diffuso, che tende proprio ad allontanare i problemi dal proprio orizzonte di percezione, fino a considerarli come invisibili, se non assenti. E così ci si chiede «perché, ad esempio, il diritto di autodeterminazione varrebbe per i Tibetani o per i Croati […] e non per i Baschi tra l’altro torturati nei vari commissariati della “Guardia Civil”» (p. 11), e perché, di fronte agli orrori di Zagabria, in Italia si festeggia regolarmente il carnevale (dove le mascherate, per la Basegni, non sono solo quelle dei ragazzini, ma anche quelle dei politici italiani, che nascondono dietro a sorrisi e vuote parole lo squallore di una realtà ‘inaccettabile’).
L’ultimo articolo del numero della rivista, «Un albero per amico» (di A. Bonfiglio, a pagina 20), apre un interessante spiraglio su una realtà ancora oggi vitale: la ‘legge Rutelli’, approvata 18 anni fa, imponeva a tutti i comuni italiani di piantare un albero alla nascita di ogni bambino. L’ottimismo del Bonfiglio trova oggi però una conferma solo parziale: se nei comuni più piccoli, come per esempio Campi Bisenzio, la legge è ancora oggi rispettata (e a Campi sono stati piantati finora circa 6000 alberi), nelle grandi città la realizzabilità di questo progetto si è spesso rivelata impraticabile. Seguendo i calcoli di Bonfiglio («calcolando una media di 2000 nuove nascite all’anno […] l’ultimo censimento degli alberi risale a 10 anni fa e allora erano 80, 84 mila circa», p. 20) la quantità di alberi in Firenze nel 2010, sarebbe dovuta aumentare del 50% - ma ci rammarica scoprire che, da alcuni anni, causa l’eccessivo numero di nascite, il comune ha scelto di piantare un solo albero (simbolico) all’anno.
Vinicio T. Lari tiene alta la componente polemica del numero 3/4 («DEArt»), tornando alle sue denunce contro l’indifferenza e l’insensibilità degli uomini verso gli animali («In memoria di un cane ferroviere e di un torero ucciso in un impari duello», p. 7). In qualità di addetto stampa della LIDA (Lega Italiana Difesa Animale), qui Lari ricorda le avventure di Lampo, il ‘cane viaggiatore’ che nel 1961 aveva commosso l’Italia con la sua morte sui binari ferroviari, causata proprio da uno di quei treni che, da viaggiatore ‘autonomo’, aveva conosciuto così bene; e, con un violento cambio di tono, accosta questa storia a quella del torero ucciso da un toro imbizzarrito (ma forse proprio perché questo veniva tranquillamente martoriato e torturato in un duello impari, prima di giungere alla morte assicurata?), che ha causato altrettanto cordoglio in Spagna.
E la cultura si mescola alla denuncia nell’articolo (di matrice quasi todoroviana) di S. Grippi, «Cultura e diversità – 5 secoli di invasioni culturali» (p. 11), in cui si discute sulle illusorie convinzioni di noi ‘occidentali’, e sul nostro stesso uso del linguaggio: la celebrazione del cinquecentenario della ‘scoperta’ dell’America, diviene occasione per riflettere sul significato della parola ‘scoperta’, e sulla miopia di chi la usa con tanto orgoglio, «perché non si può parlare di scoperte ma di ri/scoperte, poiché gli indigeni si erano già scoperti da soli.» (p. 11).
Molto più sviluppata la parte polemico-divulgativa nel numero 5/6, che si apre con un articolo della dottoressa Silvia Ponti sulla fitoterapia, «tra scienza e magia», in cui viene analizzata questa nuova tecnica medica (la cura attraverso estratti puri delle piante), non solo nelle sue componenti scientifiche, ma anche per le sue conseguenze umane: «La rivalutazione della fitoterapia o comunque della medicina alternativa non credo sia solo un fatto di moda o di “caro ticket”, penso sia una conseguenza dell’evoluzione sociale e culturale della nostra epoca. L’uomo nella ricerca continua di un maggior equilibrio con se stesso si immerge sempre più nell’ambiente e nella natura» (p. 2).
Tra le pagine 3 e 4 si accostano 3 articoli, che sono la traduzione degli scritti di tre studenti americani (della «University of Georgia in Athens, Georgia, USA»), impressioni ricavate dalla visita alla mostra “Bambini nel mondo” presso il centro D.E.A., presentata nel numero precedente della rivista. Un segno sia della effettiva attività del centro nel campo socio-culturale, sia dell’ampiezza degli interessi e del pubblico cui si rivolge.
Sempre nel clima del cinquecentenario, e sempre da un punto di vista decisamente polemico, si distingue l’articolo «Homenaje» di Roco (p. 7), in cui l’esperienza della scoperta dell’America è rivisitata dal punto di vista dei ‘conquistati’, il popolo cubano sottomesso ma rivoluzionario (come la citazione da E. “Che” Guevara conferma: «…da qui, dalla nostra trincea solitaria, il nostro popolo fa udire la sua voce. Non è il canto del cigno di una rivoluzione sconfitta; è un inno rivoluzionario destinato a perpetuarsi sulle labbra dei combattenti d’America. Riecheggia nella storia…» (p. 7).
Dopo la mostra fotografica “Bambini nel mondo”, il centro D.E.A. continua la propria attività di promozione di iniziative culturali, con «Quale pace?» (la presentazione alle pagine 8-9: una serie di proiezioni video, mostre reportage, mostre di artisti internazionali, che culminano in una conferenza presso la Facoltà di Lettere), occasione di confronto su un tema apparentemente banale, ma che, proprio nel periodo natalizio del 1992, apre uno spiraglio di chiarezza su quelle verità che, troppo spesso date per scontate, perdono completamente il loro valore effettivo. Come recita la citazione di B. Brecht: «Al momento di marciare molti non sanno / che alla loro testa marcia il nemico. / La voce che li comanda / è la voce del loro nemico» (p. 8).
L’articolo «Auto-Aiuto» (p. 10), invece, apre uno spiraglio fondamentale su una realtà sociale tra le più difficili, soprattutto all’inizio degli anni novanta: il mondo dei sieropositivi, di persone isolate e temute a causa della loro malattia. E Vera Lazzini consiglia, nel suo articolo, di creare delle piccole comunità di sieropositivi che, vivendo assieme, possano così «costruirsi una qualità della vita migliore, discutere con gli altri sul come convivere col virus» (p. 10). Ma il discorso di Vera Lazzini diviene soprattutto un’accusa al sistema ospedaliero italiano, incapace a comprendere la necessità di iniziative di questo tipo, e troppo spesso intento a «cosificare» i malati, privandoli della loro più profonda umanità.
Nella consueta ‘apertura sul mondo’, si distinguono le due pagine dedicate alla regione del Maghreb – la Libia, terra di antica (e infausta) memoria per noi italiani: una parentesi storica che (ritornando al precedente discorso sulla memoria) permette una migliore presa di coscienza sul ‘nostro’ mondo, e sugli sconvolgimenti che l’uso di questo aggettivo possessivo può aver comportato nella vita del resto del pianeta.
L’intensa attività del centro D.E.A. nell’ambito della didattica, è poi confermata dall’articolo di divulgazione «Educazione all’immagine» (pp. 14-15 – una «Esperienza didattica al Giardino di Boboli ed alle Cascine, organizzato dagli operatori culturali del Centro Socio-Culturale D.E.A.»), in cui sono presentate le iniziative dell’associazione per «creare attenzione attorno all’espressione artistica come momento didattico in rapporto con l’ambiente»; un perfetto momento di fusione tra i tre punti-cardine di D.E.A.: un’occasione di insegnamento (D), attraverso la libera espressione delle capacità artistiche dei giovani (E), in un rapporto di fusione e scambio con l’ambiente circostante (A).
Per un’unità d’insieme
Resta chiaro che la scelta di dividere per argomenti la trattazione dell’anno 1992, non presuppone una reale suddivisione degli interessi della rivista e del centro D.E.A., che permangono invece all’insegna del mix e della compenetrazione tra i più diversi campi. Questo indirizzo è confermato da un articolo del numero 1/2, la cui trattazione si è voluta differire in posizione finale, come sigillo al discorso fin qui sviluppato.
«L’internazionale Situazionista» (n. 1/2, p. 19) è la trattazione storica di un movimento che, negli anni ’60, si è proposto la «rifondazione del mondo dell’arte, e non solo di quello: [...] che le pratiche artistiche si realizzino soltanto nella vita quotidiana, emancipando questa in modo da rendere ogni attività di lavoro appassionante, fondendole in un’unica cosa con le attività di piacere» (ibidem). Un tentativo, insomma, di trovare un punto di contatto tra i concetti apparentemente separati di ‘azione’ e ‘intervento’ – potenziandoli entrambi nel loro incontro. E proprio il centro D.E.A. fu direttamente attivo all’interno del movimento neosituazionista fiorentino (fondato dal prof. Carlo Bastiani, «sostenitore dello stretto rapporto tra arte e politica, tra arte e società, tra arte e ambiente»), che volle riportare in vita la realtà dell’Internazionale Situazionista («Scomparsa per morte naturale»), riprendendone e sviluppandone le tematiche, adattandole ai cambiamenti della società sopravvenuti nei primi anni ‘90.
Simone Rebora
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