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Le particelle elementari

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Houellebecq, Michel. Le particelle elementari, traduzione e note di Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 1999. - 316pp

Un libro scritto in onore dell’uomo. Un libro che ne elenca tutte le atrocità e ‘inumanità’, per poi superarle in un finale di speranza. È questa la fiducia che guida Houellebecq nella propria costruzione letteraria: l’uomo è in grado di superarsi, di annientare ciò che di più brutale vi è in lui, per trovare una via di fuga, per inventarsi un futuro che non sia la totale distruzione.

Bruno e Michel, i due protagonisti di questo libro, rappresentano i due estremi della natura umana: da un lato la sua perversione (sessuale, ma non solo), in un uomo ossessionato dalla propria animalità e incapace di tenerla a freno, dall’altra l’asettica (ma non fredda) mente dello scienziato, incapace di esprimere liberamente la propria natura, alienato dal mondo dei comuni rapporti umani. E se inizialmente la vittima sembra essere Michel, il chimico-biologo chiuso nel suo freddo studio-alveo, alla fine la sua natura ‘angelica’ emerge inattesa, rivelando l’inanità di tutti gli ‘insegnamenti’ del ben più umano Bruno. La sua scoperta di un modo per concedere all’umanità non solo l’immortalità, ma anche la libertà da tutte le sue passioni più distruttive (ridotte scientificamente ad una serie di legami ‘inutili’ nella conformazione del DNA), sembra essere il finale trionfo della scienza, nuova (e finalmente efficace) ‘religione salvifica’, dopo il crollo prima del cristianesimo, poi del materialismo.

Ma fino a che punto l’insegnamento di questo scrittore può essere preso sul serio? È giusto considerare come ‘salvezza’ una sostanziale distruzione della specie umana, che lasci la terra nelle mani di una società perfetta, incapace di violenza ma, forse, anche di amore, di calore, di umanità? Houellebecq sembra più che sicuro della sua scelta finale, ma al lettore rimarranno alcuni dubbi, forse non così estranei alle intenzioni dell’autore. Resta il fatto che la risoluzione della vicenda giunge solo in un breve ‘epilogo’: una sezione decisamente visionaria, ma forse anche la più debole del libro. La ‘parabola’ di Houellebecq non vuole assumere un valore risolutivo, ma vuole essere semmai un monito all’umanità: se l’unica sua speranza di sopravvivenza è nella cancellazione di quei tratti ‘inutili’ del suo DNA che la rendono tanto debole, ma anche umana, allora forse l’umanità come tale è destinata a fallire, e il suo futuro è nella propria cancellazione. Dobbiamo iniziare a (di)sperare?

 

Simone Rebora

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