Appunti di Storia della Fotografia
La fotografia ha una sua dimensione storica e per poter meglio capirla bisogna partire da un "punto di vista contemporaneo" e affrontato culturalmente sia nell'ambito della sua storia che nei termini fenomenologici della società in trasformazione richiesta durante i vari percorsi storici che attraersa. Quindi chi vuole avvicinare alla fotografia deve comprenderne la sua mappa storico-ambientale con il seguente approccio antropologico per poter visionare quali sono stati i suoi problemi, se e come sono stati risolti, per determinare quali compiti si è assunta e valutare quali condizionamenti ha avuto nel tempo.
Pertano dobbiamo chiederci:
E' opportuno partire dalla tecnica o dalla pratica?
Qual'è il rapporto tra l'immagine e il suo riflesso? Il reale e l'irreale?
Quali sono i suoi messaggi?
Sia la tecnica che la pratica sono ambedue importanti quanto la sua effermazione empatica o commerciale.Oltre alla storia umana c'è anche la parte tecnica: con l'aggiunta di altre scoperte sia nei campi dell'ottica che della chimica. l'ideazione della riproduzione è preistorica mentre la realizzazione di un'immagine fissata si ha solo alla metà ottocento con l'applicazione congiunta di due distinte invenzioni:
1. la proiezione di un'immagine su una superficie
2. l'impressione stabile ed evidente della figura su un supporto sensibile alla luce.
Cenni storici:
Fin dallapreistoria, l'uomo primitivo rendeva grafiche le sue storie e imprimeva segni pittorici come ad esempio la mano sporca di fango su di una pietra liscia.
Alcuni studiosi attribuiscono agliarabiAl-Kindi e Al-Hazen, l'osservazione all'interno di una camera buia, (praticando un piccolo e sottile foro su di una parete, si può vedere un' immagine confusa dell'esterno proiettata capovolta sulla parete opposta).
Le applicazioni del principio della "camera obscura" vengono descritte a partire dalCinquecento(il primo disegno dell'invenzione è su un libro del 1544) e Leonardo Da Vinci ce ne dà notizia nei suoi studi sul "semplice buco" (foro stenopeico).
NelSeicento, la camera obscura si trasforma in una scatola con una lente a menisco e uno specchio che rinvia l'immagine su un vetro, dove con un foglio è possibile ricalcare la figura ma è piuttosto imprecisa a causa della cattiva qualità degli obiettivi e richiede una discreta abilità per essere riprodotta da un disegnatore.
Alcuni pittori, tra cuiCanaletto, se ne servono per studiare la prospettiva dei panorami. I meno dotati artisticamente cominciano a sognare che sarebbe bello rendere stabile ciò che si vede sul vetro; il lavoro potrebbe essere così eseguito in un tempo eccezionalmente breve e moltissimi "quadri" sarebbero così fabbricati con facilità e a basso prezzo.Moltiplicarel'informazione visivadiventa il pensiero di molti così come la stampa con le matrici incise, a mano, avevano permesso di fare per le "idee scritte".
L'aspetto chimico del problema fotografico e l'azione della luce su alcuni pigmenti, erano conosciuti già nei secoli precedenti (vedasi i consigli di Plinio sulla conservazione dei dipinti lontano dall'illuminazione diretta), mentre il suo effetto sul cloruro d'argento viene riconosciuto e documentato scientificamente alla fine delsettecentodaScheele. Altri studosi - tra cuiWedgwood- ottennero immagini per contatto ma non riuscirono a fissarle.Niepce, attraverso i suoi primi esperimenti in camera oscura, ottenne dei risultati con delle lastre di metallo ricoperte di bitume di giudea (sostanza che schiarisce debolmente alla luce), egli lavorava questa sostanza (che diventa insolubile nelle zone esposte) nel tentativo di ottenere una matrice fotoincisa buona direttamente per la stampa tipografica. I risultati non furono però mai qualitativamente adeguati eNiepcesi trovò costretto a collaborare conDaguerre (pittore-scenografo) che si interessava alla sperimentazione degli aspetti fotografici per motivi professionali. Daguerre abbandona il socio e nel 1837 presenta l'invenzione che si chimerà "Dagherrotipo". Il procedimento non viene brevettato perché sarebbe stato mpossibile riscuotere i diritti da tutti coloro che lo avrebbero utilizzato. Con una serie di manovre politiche l'invenzione viene acquistata dal Governo francese che la liberalizza e Daguerre ne ricava una lauta pensione.
Il dagherrotipoconsiste in una lastra di rame rivestita di argento che viene esposta all'azione dello iodio. L'immagine, accennata in modo lieve nella fotocamera, diventa evidente e positiva ai vapori di mercurio e viene fissata con un lavaggio in acqua salata calda. I tempi di posa normali sono compresi tra i 5 minuti e l'ora, ma i miglioramenti che seguiranno l'annuncio e la divulgazione ufficiali nel 1839, apportati specialmente da fotografi americani, abbasseranno la posa ad una manciata di secondi (1840).
Talbot, in Inghilterra, lavora per conto suo con una carta al cloruro d'argento ed otteneva le prime negative su carta (1834). La luce che entra nella camera obscura è però troppo debole per produrre l'annerimento diretto in condizioni normali di illuminazione. Talbot stabilizza le immagini con acqua salata ma, consigliato dallo scienziatoHerschel, adotta l'"iposolfito di sodio" che risolve definitivamente il problema del fissaggio. Tale sistema viene immediatamente adottato da tutti, anche per la dagherrotipia. Talbot scopre la possibilità di "sviluppare" i fogli impressionati anche se l'argento metallico (nero) non si è ancora visibilmente formato (1840). La carta, resa trasparente con la ceratura, viene utilizzata come negativo per la stampa di un numero elevato di copie. Una volta trovata una sostanza sufficientemente adesiva e in grado di tenere dispersi bromuro e cloruro d'argento (collodio,1851), l'alogenuro d'argento viene steso su vetro. Un debole negativo di questo tipo, opportunamente trattato, può essere trasformato in un positivo diretto (ambrotìpia), altrimenti è un negativo per la stampa sulla "carta salata", presto sostituita dalla carta all'albumina (dal1850). Il passo successivo dei materiali sensibili sarà la gelatina (1871). Si scoprono sostanze fotosensibili che non richiedono argento (bicromato di potassio...), le applicazioni che ne deriveranno conducono ai vari procedimenti di fotoincisione. Nascono e si diffondono una serie di raffinate tecniche fotografiche che sfruttano la caratteristica del bicromato (divenire insolubile se esposto alla luce - carbone, bromolio...)
Verso lafine dell'ottocentoresiste la ferrotipia, una tecnica che, come consumo popolare, godrà di fortuna nelle località di villeggiatura e nelle fiere.
Tra la fine dell'800 e i primi del 900 le fotografie diventano anche oggetti di regalo e scambiate come biglietti da visita; le loro raccolte fanno nascere l'esigenza dell'album. La fotografia è un mezzo per farsi riconoscere e presentare il proprio status sociale, anche raccontando bugie (abiti in prestito e finti fondali). La capacità di mentire, propria di questo mezzo, viene subito compresa ma si sfrutta la sua apparente obiettività per lasciar credere che essa rappresenti con fedeltà il reale. Trucchi e foto costruite convivevano, senza possibilità di riconoscimento rispetto alle immagini più spontanee. L'aspetto dignitoso e impettito dei nostri bisnonni dipende anche dai lunghi tempi di ripresa che costringevano a quella che, sempre a causa della pittura, si chiama "posa". L'abitudine di posare composti, come generalmente ci piacerebbe essere, rimane anche dopo la soluzione dei problemi tecnici che richiedevano l'immobilità. A causa delle difficoltà tecniche connesse all'uso in esterni della fotocamera, l'impiego più comune fu quello della ritrattistica (i miniaturisti scomparvero) e molti diventarono fotografi per necessità travasando le regole del loro genere nella fotografia, condizionandone gli sviluppi successivi ai canoni della pittura. La fotografia non ebbe più il ruolo di arte autonoma (i primi dagherrotipisti non osavano neppure firmarsi). Le immagini, al massimo, furono utilizzate come bozzetti per i pittori; il concetto di "Arte" arrivò in seguito, reclamata dai professionisti che volevano darsi un tono. I ceti in ascesa seguendo re, corti e cortigiani accettarono volentieri questa invenzione che permetteva anche all'alta borghesia (industriali emergenti) di farsi fare un ritratto (solo ricchi e potenti avrebbero potuto permetterselo). Dal 1927, il colore diventa praticamente accessibilecon i F.lli Lumiere. Le nuove scoperte come il cinema renderanno più dinamica anche la fotografia.
La fotografia è usata per una infinità di scopi diversi: per documentazione, per mostrare posti, persone (biglietti da visita, ritratti, studi antropologici), avvenimenti lontani (cronaca, storia) e far conoscere opere d'arte e paesaggi. Una nuova concezione dell'immagine fotografica nasce a fine secolo e si sviluppa intorno agli anni 2000 con la macchina digitale e la modificazione con tecniche (Photoshop ed altro), se ieri osservare le stampe era una sostituzione dell'esperienza diretta, non un'esperienza estetica in sé, oggi c'è bisogno di "educazione all'immagine" soprattutto contro le manipolazioni, dato che la digitalizzazione tende a far confusione con la realtà. Oggi la fotografia è sfacciatamente condizionata dai mezzi e diventa una battaglia combattuta tra "immaginazione e tecnica". A causa dei cambiamenti sociali, le guerre, la carenza di informazioni, le lotte sociali e le dinamiche sui fronti bellici nasce ilfotogiornalismo che risponde alle esigenze della stampa. A fine '900, la fotografia oltre che riproduzione delle immagini, diviene anche una forma d'arte, trasformando il linguaggio in "mezzo" comunicativo per mode e modi di comportamento, distribuendo informazioni (soprattutto visive) e gettando le fondamenta a quella che diventerà anche "arte creativa".
La fotografia oggiha preso campo in varie discipline e pertanto l'approccio deve essere non solo creativo ma anche corretto, quindi, le foto possono essere una testimonianza attendibile della realtà solo se vengono esaminate tenendo conto dei condizionamenti tecnici a cui sono soggette e delle censure evidenti e inconsce. Le foto, dunque, sono sottoposte ad un linguaggio autonomo ma oggi vi sono varie chiavi di accesso per identificare il contenuto soggettivo, il valore sociale, la scala dei contenuti a cui fanno riferimento il recupero delle tradizioni che vengono automaticamente a imporsi per definire i nuovi rapporti con il digitale e il suo rapporto con i social.
180 anni di fotografia/ Piero Fantechi
Il 7 gennaio 1839 è convenzionalmente la data d’inizio della storia della fotografia con l'annuncio da parte dell’Accademia delle Scienze di Parigi della nascita della dagherrotipia, tecnica messa a punto da Louius Jacques Mandé Daguerre.
Lo scienziato al 1824 inizia a fare esperimenti per riuscire a fissare l'immagine ottenuta attraverso la camera oscura. Inizia una corrispondenza con Joseph Niépce, e sei anni dopo la morte di quest'ultimo, Daguerre riuscirà a mettere a punto la tecnica che prenderà il suo nome, la dagherrotipia. Questa sarà resa pubblica nel 1839 dallo scienziato François Arago in due distinte sedute pubbliche presso l'Académie des Sciences e dell'Académie des beaux-arts. La data è convenzionale, perché si potrebbe usare anche quella dell’inizio del processo calotipico di William Henry Fox Talbot, processo più simile a quello di sviluppo e stampa sopravvissuto anche all’avvento del digitale. Il brevetto della calotipia è del 1841. Per questo la storia della fotografia ha inizio da quando l’Accademia delle Scienze di Parigi attribuì a Louius Jacques Mandé Daguerre il procedimento di sviluppo dell’immagine che da lui prese il nome. L'invenzione, resa di pubblico dominio, frutterà all'autore, e al figlio di Niépce, una pensione vitalizia, donatagli dal Governo in cambio della libera circolazione dei dettagli del processo.
Lo sviluppo avviene mediante vapori di mercurio a circa 60 °C, che rendono biancastre le zone precedentemente esposte alla luce. Il fissaggio conclusivo si ottiene con una soluzione di tiosolfato di sodio, che elimina gli ultimi residui di ioduro d'argento. I punti di forza del dagherrotipo, sottolineati già all’epoca da Francois Jean Dominique Arago, membro della medesima istituzione, sono la velocità di formazione sulla lastra dell’immagine ripresa (una decina di minuti “col cattivo tempo”) e la facilità del procedimento, che non richiede particolari abilità ma solo di seguire “poche semplici istruzioni”, come ricorda lo storico Maurizio Rebuzzini citando sempre Arago (Rebuzzini che una volta iniziò un suo intervento alle 18.39 proprio in ricordo dell’anno di nascita della fotografia...).
I limiti principali del dagherrotipo rispetto alla calotipia risiedono nel fatto che l'immagine ottenuta non è riproducibile mentre nella calotipia a partire dalla realizzazione del negativo si possono poi replicare le stampe e che l'immagine riprodotta deve essere osservata sotto un angolo particolare per riflettere la luce in modo opportuno. Inoltre, a causa del rapido annerimento dell'argento e della fragilità della lastra, il dagherrotipo veniva racchiuso sotto vetro, all'interno di un cofanetto impreziosito da eleganti intarsi in ottone, pelle e velluto, volti anche a sottolineare il valore dell'oggetto e del soggetto raffigurato.
Per quanto il digitale abbia rivoluzionato molto della fotografia, i principi restano gli stessi: si tratta sempre di impressionare con la luce un elemento fotosensibile e di convertirne il risultato in una immagine leggibile. Solo che oggi l’immagine è immateriale e non necessita di fasi di sviluppo.
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