Ieri ha avuto luogo il primo incontro dei Mondiali del 2022 in Qatar, i primi mondiali a tenersi in un paese del Medio Oriente e nel periodo.
Sul nostro sito è già presente un articolo ("Mondiali di calcio in Qatar... ecologici e letali") che parla degli aspetti ecologici di tale evento, frutto di una colossale operazione di greenwashing. Oggi, vorremmo concentrarci su altri aspetti di questa manifestazione a dir poco problematica e cercare di esaminare alcune questioni politiche, sociali ed economiche che essa pone.
Per ragioni di spazio, qui parleremo solo di alcuni problemi che rigurdano il paese ospitante, invitando però i lettori ad informarsi sulle problematiche e sugli scandali che riguardano la FIFA
Il Qatar ha ricevuto la nomina per ospitare i mondiali nel 2010, a seguito di una grandissima operazione di marketing e di "finanziamento" (leggasi corruzione) dei dirigenti FIFA. Si trattò di un'operazione intraprese dal governo qatariota per accrescere quello che oggi viene chiamato soft power, ossia l'influenza cultuare, politica ed economica della nazione all'esterno dei propri confini: il Qatar, infatti, vuole usare i mondiali di calcio come "trampolino di lancio" per porsi come interlocutore di primo piano della politica finanziaria internazionale, approfittando delle immense ricchezze che l'emirato ha tratto dall'estrazione del petrolio.
La scelta fu accolta da forti dubbi fin dall'inizio: al paese (che, ricordiamolo, è grande più o meno come l'Abruzzo e conta una popolazione di poco meno di 3 milioni di persone) mancavano le strutture e le infrastrutture necessarie ad ospitare un evento di tale portata, soprattutto considerando il clima desertico e la conseguente mancanza d'acqua, vennero subito notate le gravi carenze nel rispetto dei diritti umani del paese. Per ovviare a questa situazione, il governo qatariota ha avviato un'operazione di costruzione a dir poco titanica: dopo 12 anni di lavori, il paese si è fatto trovare pronto per l'occasione, costruendo innumerevoli stadi, autostrade, centri commerciali, hotel.
I lettori capiranno il risvolto che può avere una tale politica di costruzione in un paese che non si impegna nel rispetto dei diritti umani e si configura come una vera e propria monarchia assoluta, ed è proprio su questo risvolto che ci vogliamo soffermare.
Come sottolinea Riccardo Noury (portavoce di Amnesty International), il 90% della forza-lavoro impiegata nel paese è costituita da migranti, arrivati soprattutto dal Pakistan e impiegati secondo il metodo della Kafala, una vera e propria forma contemporanea di schiavismo per la quale al lavoratore viene confiscato il passaporto, viene impedita la libertà di movimento e di protesta e viene conferito uno stipendio bassissimo, a fronte di giornate di lavoro di 12 ore, sotto il sole del deserto, senza giorni di pausa.
Risultato, dal 2010 al 2019 si sono registrate 15.021 morti di lavoratori di ogni età e occupazione, 6.500 delle quali sono in qualche modo riconducibili ai cantieri organizzati per i mondiali. Si tratta, non c'è bisogno di dirlo, di un numero mostruoso di vittime, naturalmente negato dalle fonti di governo che registrano solo 3 morti legate direttamente a queste operazioni e derubricano tutte le altre a "cause naturali" e "arresti cardiaci", ignorando di fatto il nesso tra le mostruose condizioni di lavoro e il deterioramento della salute che esse hanno provocato.
L'altro aspetto da sottolineare è sicuramente quello del rispetto dei diritti civili e della comunità LGBT. Nel paese l'omosessualità e ancora illegale, e le autorità hanno ricordato, in un avvertimento che suona come una minaccia, che ogni tipo di effusione pubblica può causare l'arresto degli interessati e la loro sottoposizione a "percorsi di riabilitazione". Nel frattempo, si registrano già le prime minacce ai giornalisti che non seguono le regole del governo, come capitato pochi giorni fa a un giornalista della TV danese.
Insomma, come scrivono molti giornali, l'edizione in corso si presta ad essere la più controversa della storia della coppa del mondo. Essa ci mostra come un evento che si vorrebbe apolitico e improntato sull'idea della fratellanza umana sia in realtà un coacervo di incontri e di interessi che servono a definire e ridefinire lo scacchiere politico ed economico internazionale, e sia dunque parte di un progetto a lungo termine, fatto di corruzione, sfruttamento, discriminazioni.
E sopratutto, dobbiamo chiederci se davvero il "gioco vale la candela": vale la sacrificare tante vite umane per un mese di giochi? vale la pena portare denaro a un governo discriminante, autoritario e classista per supportare il nostro sport preferito? Davvero l'amore per il calcio ci deve costringere a chiudere gli occhi sul prezzo economico, sociale e umano che esso comporta, nascondendosi sotto una facciata di pretesa neutralità e fratellanza?
Ma è già tardi per farsi queste domande: i giochi sono appena iniziati, la partita è già persa.
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