TRAVELLER SHOW: viaggio virtuale tra luoghi sconosciuti e l’umanità.

A Palazzo Strozzi presentata l’ultima opera di Philippe Daverio
Venerdì primo febbraio presso la Sala Ferri di Palazzo Strozzi a Firenze, si è tenuto il convegno Traveller Show a cura della Società Nazionale Viaggiatori, in collaborazione con Gabinetto Viesseux e la Soprintendenza del Polo Museale Fiorentino, al quale hanno partecipato figure centrali del panorama storico culturale e tre atipici viaggiatori.
L’incontro, suddiviso in due tempi, si è aperto con gli interventi dei tre viaggiatori che attraverso racconti e immagini suggestive di luoghi lontani, hanno condiviso con il pubblico la loro esperienza.
Alessandro Vegari racconta il viaggio a piedi in Albania tra altipiani, villaggi e monasteri alla scoperta delle tradizioni e delle usanze di questo popolo geograficamente così vicino all’Italia ma culturalmente diverso. Roberto Righetti, alla guida di una 500 Fiat d’epoca e una Campagnola, ci descrive l’impresa compiuta in Africa del nord da Giza a Axum -“A bordo della piccola quattro ruote Fiat abbiamo voluto rappresentare l’Italia e al tempo stesso confermare la nostra solidarietà nei confronti delle popolazioni africane con una donazione di farmaci”-.
Bruno Cardile, uomo di mare, regala un’emozionante racconto della sua ultima impresa a bordo di una barca da regata Neozelandese navigando l’Atlantico e il Pacifico fino a raggiungere il porto di Auckland. Cardile e la sua squadra hanno compiuto un viaggio unico, le immagini e i video accompagnati dalle parole dello skypper catapultano al cospetto di quella infinita e affascinante distesa d’acqua -“Salendo da sottocoperta il corpo si riempiva di emozioni…ogni giorno ero stupito dai colori dell’alba che annunciavano il nuovo giorno e da quelli del tramonto che ne segnavano la fine”-.
Tre storie, tre modi diversi di viaggiare che riportano al centro dell’idea di viaggio l’individuo quale soggetto empirico che entra in contatto con un mondo che non gli appartiene dal quale ne esce rinnovato. Testimonianze importanti, ricche di significato che traghettano il pubblico dalla suggestione di luoghi sconosciuti a quella scaturita dal viaggio virtuale nella nostra storia, alla scoperta del nostro patrimonio culturale. Così facendo ci addentriamo nel terreno affascinante e tortuoso della cultura e dell’arte europea degli ultimi due secoli.
A guidarci in questo labirinto di conoscenza tre importanti personalità dello scenario culturale fiorentino e italiano. Dal confronto, coordinato da Wlodek Goldkorn dell’Espresso, animato da Philippe Daverio, Gloria Manghetti e Cristina Acidini, emerge uno scenario poliedrico nel quale siamo chiamati ad orientarci.
Un confronto, un’analisi del nostro tempo a partire dall’ultima fatica letteraria di Daverio uscita il novembre scorso per Rizzoli. Il secolo lungo della modernità; un’analisi attenta e personale nello stile originale e mai scontato di Daverio pronto, ogni volta, a sviscerare e ricomporre “come il bambino che smonta i vagoni del suo trenino di legno”, teorie e fenomeni sociali, a disobbedire alle consuetudini storiche, a mettere in discussione per poi tessere nuovamente quel fil rouge che attraversa i secoli e l’umanità.
“Il mio lavoro non è quello di un critico d’arte, è piuttosto un lavoro antropologico, un viaggio indietro nel tempo volto ad individuare i segni che contraddistinguono una tribù”, a mettere sotto la lente d’ingrandimento di un occhio attento e curioso le tappe storiche che si sono susseguite fino ad oggi.
Il secolo lungo della modernità ci porta, con un salto indietro di due secoli in quello che, secondo Daverio, si definisce il “secolo lungo”, dalla Rivoluzione Francese alla Prima Guerra Mondiale, in cui ritroviamo le radici del nostro modo di pensare ed agire.
“In fondo -ironizza Daverio- la lunghezza di un secolo, basta misurarla, non è così difficile”; i toni divertenti e convincenti di Daverio ci conducono in quelli che sono stati gli anni delle grandi scoperte, del grande dibattito filosofico che il XX secolo, il “secolo breve”, ha interrotto.
Se oggi siamo come siamo dobbiamo ingranare la marcia indietro, recuperare le opere del passato che ritroviamo nel nostro mondo e che ci stimolano a vivere -“Pensiamo al sistema binario, senza il quale l’impero della tecnologia informatica odierna non sarebbe stato possibile; al motore a scoppio; alle scoperte di Marie Curie; alla teoria della relatività di Einstein”-.
Scoperte ed invenzioni che oggi sono ancora vive e che continuano a trovare un posto nella società, a collocarsi nella quotidianità anche se il più delle volte non ci facciamo caso. È da questa trasmutazione secolare che si può giungere ad una definizione di cos’è la modernità.
“Un concetto antico, un’opera del passato riportati nella contemporaneità, che tornano vivi nel mio presente è ciò che distingue la modernità dalla contemporaneità che invece si riferisce a qualcosa di assolutamente nuovo, che si protrae all’infinito”. Una distinzione fondamentale che ci mette in guardia davanti alle insidie e i pericoli che il nuovo nasconde e che, come testimoniano gli eventi del XX secolo, può declinarsi tragicamente se interiorizzato da una mente perversa che come obiettivo ultimo si poneva la costituzione di un impero della razza superiore.
Una distinzione necessaria che ci aiuta a capire e a dare una risposta a quella domanda -chi siamo?- che tutti, almeno una volta ci siamo posti -“ciò che oggi siamo è il risultato di quello che siamo stati e non potrebbe essere diversamente”-.
Quali scenari si declineranno nel futuro non siamo in grado di dirlo; il XXI secolo sembra avere le caratteristiche di un “secolo lungo”, suggerisce Daverio, ma solo gli eventi ci daranno una risposta.
L’uomo ha creato grandi cose, pensatori, artisti, filosofi, uomini politici, scienziati hanno alimentato una conoscenza che gradualmente si è stratificata alimentando la storia dell’umanità.
“Se Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, l’uomo è e continuerà ad essere un essere creativo e la creatività -come ci suggerisce l’antropologo- continuerà a rimanere una prerogativa dell’uomo: “il mio cane Tom è intelligentissimo, apre la porta, preferisce il caviale alle scatolette ma di una cosa sono certo, io sono creativo, Tom no”.
Con un’ironia semplice ma assolutamente intelligente Daverio ripone la sua fiducia nell’umanità; anche se a volte dimentica il suo ruolo -“come il vescovo che prende il posto di un marito al quale non rimane altro che aprire la finestra della camera dove aveva sorpreso i due e benedire la folla”- l’uomo cercherà tra difficoltà e mutamenti, tra negazione e riconferma a compiere la propria missione dando al mondo i frutti della sua creatività| Share |
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