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I numeri della crisi

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La crisi colpisce ancora duro nelle tasche degli italiani, tutti gli indici dell'economia sono negativi, i consumi sono crollati a picco, nell'ultimo anno si è venduto tutto di meno: auto, mobili, elettrodomestici, vesti, scarpe ecc... i cittadini hanno rinunciato anche alla qualità della spesa alimentare. Le aziende hanno assistito al crollo dei consumi e i consumatori hanno visto il calo del loro potere di acquisto. Molte persone hanno perso il lavoro, il tasso di disoccupazione è arrivato al 12% mentre quello giovanile ha raggiunto la cifra record del 40% tra i giovani.

La situazione del paese è tremenda il PIL è in caduta del 2,4% e il debito è alle stelle superiore al 130% di quello che produce, le speranze di recupero sono ridotte allo zero. La necessità di risanare lo stato è urgente, a livello europeo per cambiare la situazione ci sono due scuole di pensiero: una vuole l'aumento dell'austerità, che per l'Italia vuol dire incremento delle tasse, mentre l'altra è l'aumento di misure per rinvigorire la crescita, quest'ultima strada però nessuno sa come intraprenderla con certezza.

La ripresa dei consumi non può prescindere dallo stato di salute dei portafogli dei consumatori, che se gli verrebbero aumentate ulteriormente le tasse si alleggerirebbe ancora di più incidendo sui consumi stessi. Il potere di acquisto delle famiglie secondo l'Inps certifica che tra il 2008 e il 2012 è calato del 9,4% e tra il 2011 e il 2012 del 4,9%. Quasi la metà dei pensionati (45,2%) ha un reddito inferiore ai mille euro al mese: sono in 7,2 milioni di cui ben 2,26 milioni non arrivano nemmeno a 500 euro, mentre chi prende più di tremila euro al mese sono poco più di 650mila pensionati

.

I dati del Fisco per quanto riguarda la busta paga media degli italiani si aggira a 19.600 euro, con quasi 10 milioni di persone che hanno l'Irpef pari a zero,l'imposta sulle persone fisiche che contribuisce maggiormente alle entrate tributarie dello stato italiano.

In questo quadro generale desolante bisogna aggiungere la questione della famigerata tassa dell'Imu, che i politici dopo lunghe battaglie sembrano aver eliminato, è stata una battaglia abbastanza inutile, perché la tassa che incide maggiormente sia per lo stato che per i cittadini è l'Iperf, che sui redditi superiori ai 15mila euro lordi pesa per il 17,6% contro l'1% dell'Imu e l'8,7% dell'Iva (pur aumentata al 22%).

La morsa sugli stipendi non sembra allentare la sua presa, come spiegano gli studi della Camera di Commercio di Mestre, che ha calcolato che alla luce delle decisioni prese nel 2013 il peso dell'Irpef per l'anno prossimo sarà ancora più alto in media di 664 euro. I comuni che sono stati privati di molte risorse, hanno pensato bene di andare a mettere nuovamente le mani nelle tasche dei contribuenti, la dove è più semplice trovare risorse.

Eppure continuare ad aumentare le tasse non porta i benefici sperati. Il caso dell'Iva è lampante: nei primi dieci mesi 2013 il gettito Iva è risultato in flessione del 3,9% (- 3.421 di milioni di euro) sia per la diminuzione degli scambi interni sia per la riduzione del prelievo sulle importazioni.

Dopo la Grecia, l'Italia è il paese della zona euro dove il rischio di povertà ed esclusione sociale è più alto.

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 17 Dicembre 2013 11:58 )  

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