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La lotta contro l'immigrazione incontrollata inizia sulla terraferma, non sull'acqua.

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Da un'analisi tratta dal giornale britannico "The Guardian"

ad opera dell'autore di "Refugees Deeply", Daniel Howden.

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Il Mar Mediterraneo è stata la culla per tante civiltà: la sua dinamicità ha portato una crescita delle relazioni sociali che hanno beneficiato tanti aspetti, in primis l'economia del continente europeo. Ma dopo tanto tempo siamo arrivati al punto in cui gli scambi e i trasporti di persone, la libera circolazione nel Mediterraneo è messa a repentaglio dalle vicende legate ai flussi migratori.
Da quando il problema dell'immigrazione dal Nord Africa ha assunto dimensioni preoccupanti, ogni stato dell'Unione ne è stato inficiato in qualche modo. Si sono aperte innumerevoli discussioni, a volte sfociate in litigi o azioni rivendicate (chiusura delle frontiere, accordi saltati, costruzioni di muri improvvisati, forze armate disposte in campo ecc...).

Oltre a questo, i tentativi di mediazione e di ricerca di compromessi sono all'ordine del giorno: già nel 2013 si ricorda l'operazione "Mare Nostrum" che aveva come obiettivo il controllo e recupero di tutte le imbarcazioni approssimate alle coste italiane in pericolo di vita. A seguito del suo fallimento, altre 2 operazioni, "Triton e Sophia", sono state perpetrate, con uno scopo pressoché opposto a quello di Mare Nostrum; impedire il contrabbando di immigranti, combattendo le reti nei territori incriminati.

Ma queste operazioni, evidentemente, non hanno avuto molti sviluppi fintanto che le reti di contrabbando continuano ad operare evolvendosi ogni volta che sembrano essere messe al bando. Una delle mediazioni più riuscite (anche se nella fattispecie molti storcono tuttora il naso) è quella che vede l'Italia cooperare con organi ed organizzazioni dell'Ue nel supporto diretto alle forze costiere della Libia mantenendo un certo grado di legittimazione ad agire nei loro territori, nonostante nel resto del paese ex-colonia italiana stiano combattendo una guerra civile.

I fatti dicono che la storia non cambia più di tanto: meno barconi effettivi ma un flusso numerico di persone che sbarcano, muoiono o cercano di arrivare in Italia. E ci sono già richieste a giro dell'Europa sulla necessità di mantenere (a spese europee) Triton e Sophia; la House of Lords inglese ha chiesto ufficiosamente di interrompere tali iniziative, preso atto della loro inefficacia.

Il contesto italiano resta quello più difficile per via delle battaglie tra populisti e nazionalisti che si rinforzano ad ogni evento. E soprattutto, senza fare nomi, ci sono attori politici che prendono il sopravvento nel pensiero comune legittimando a livello popolare un'unica via d'uscita al problema: quella più drastica, che toglierebbe ogni legittimazione alle missioni di salvataggio e recupero. Sempre secondo queste fazioni, sono le stesse ONG a dare adito al contrabbando, visto il loro crescente numero.
Nel 2015 e nel 2016 sono state diminuite le missioni a dimostrare come questi appelli siano stati influenti.

Il capo della commissione della House of Lords annessa per indagare sulla situazione, Baroness Verma ha indicato il punto: "People smuggling begins onshore, so a naval mission is the wrong tool for tackling this dangerous, inhumane and unscrupulous business. Once the boats have set sail, it is too late."Le reti di contrabbando si sviluppano sulla terraferma quindi le missioni in mare sono la soluzione sbagliata. Una volta che i barconi sono partiti, è già tardi.

La verità è che ci sono tante fazioni divise che confondono le idee e ben pochi politicanti disposti a raccontare ai loro elettori che non esistono soluzioni rapide, quando il problema ha una radice complessa. Esistono confini giuridici sottilissimi che le autorità europee non possono varcare pur di aiutare attori extraeuropei. E i battibecchi perenni su chi debba assumersi le responsabilità e le conseguenze sono solo distrazioni da qualsiasi forma risolutiva alla crisi.

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 14 Luglio 2017 12:41 )  

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