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Teatro: Amerika

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Teatro di Angelo Pizzuto

   

Teatro in Dvd  - AMERIKA (da F.Kafka). Regia di Maurizio Scaparro. Con Max Malatesta, Giovanna Di Rauso, Enzo Turrin. Prod. Italia 2005

  

Teatro filmato. Punto e basta. O, per essere più esaurienti, punto e a capo.

Poiché non sarebbe giusto liquidare in due battute l’intenso, variopinto, intelligente allestimento che Maurizio Scaparro (con il contributo di Ennio Guarnieri, Fausto Marcovati, Masolino D’Amico) realizzò, la scorsa stagione, per il parigino Thèatre des Italiens, supportato da una serie di rappresentazioni al Piccolo Eliseo di Roma. Peraltro accolte da indiscutibile successo di pubblico e di critica. Operazione di reinvenzione e di snellimento, rispetto all’incompiuto romanzo di Kafka (composto intorno al 1910, subito dopo le Metamorfosi, poi pubblicato nel 1927, tre anni dopo la morte dello scrittore) del quale si esalta una giocosità per molti versi impensabile e inapplicabile alla poetica del grande praghese. Il quale, come tutti gli artisti timidi e introversi, coltivava –ora è chiaro- un suo emisfero di fantasie evasive, un dispensario di anticorpi (poco nutriti) contro il grave macigno del disadattamento, della angoscia  (ancestrale), dell’indefinito senso di colpa e di perdita che ne caratterizzano i capolavori narrativi. Di certo Amerika appare ,ed è sempre apparsa, un’ isolotto felice nel contesto di un’opera narrativa disseminata di autocondanne, di entità dispotiche e perniciose, rese ancor più cupe dalla loro insondabilità. Eppure, quel lontano racconto di formazione, quel continente mai visitato e  tuttavia eletto a luogo di “espiazione” e di giovanili scorrerie (dopo un’ingenua esperienza d’amore) non brilla di tutto il luccichio che Scaparro ama evidenziare, ma non esaltare. Forse memore delle annotazioni che Italo Alighiero Cusano accludeva alla traduzione italiana del testo, nell’edizione Newton Company, quando affermava che “pur essendo considerato un romanzo vivace, Amerika non la cede di molto, sul piano dell’angoscia a Il Castello e al Processo”. Da parte sua, lo spettacolo viaggia meglio su i lunghi binari della malinconia e dello sbigottimento, lungo un “teatro delle meraviglie” che onora le sue reminiscenze da Cervantes e trae sosta dagli innumerevoli incontri del giovane Rossman in quella terra frenetica e non più leggendaria, sino al fatidico approdo al Gran Teatro di Okaoma, con cui Kafka mise fine al manoscritto. Così ingiustamente perseguitato, quel ragazzo-è ancora Cusano a scrivere- “ricorda certe comiche di Chaplin e Keaton”. Mentre Max Malatesta, protagonista sia a teatro che in cinema, ha la destrezza acrobatica, la perenne espressione vulnerabile del ragazzotto “buono ma duro di comprendonio”. Sul piano espressivo, la teatralità di Scaparro inondava la platea di tutto un caleidoscopio di citazioni che andavano dal “boulevardier” al music-hall vecchio stile, dal “dixyland” alla musichetta yddish.

Tutte qualità che l’edizione cinematografica riesce a  “surgelare” (anche in dvd) ad uso esclusivamente divulgativo e memorialistico  - senza dar luogo a quella annunciata (e neppure per un attimo azzardata) emulsione di linguaggi e di totalità multimediale che dovrebbe dar luogo ad una cinematurgia (ricordate le teorie di Marcel Pagnol?) in grado di innestare la spazialità del cinema alla perenne metafora che è limite e grandezza del teatro.

       

 

Teatro - IL GATTOPARDO:MANEGGIARE CON CURA

 

di Angelo Pizzuto

 

Se è lecito (come credo che sia) partecipare, con una propria testimonianza filmica e letteraria, al programma di sala di uno spettacolo teatrale (come ho avuto il piacere di fare in occasione dell’ultimo Taofest), e poi trovarsi professionalmente in “obbligo” di riferirne con le debite (soggettive) perplessità;“si parva licet”, come credo sia elegante dire in questi casi, meglio opinare subito che  l’edizione scenica desunta da Andrea Battistini e Luca Barbareschi da Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa (ma, su Rai, radio 3, un inviato annunciava al megafono…Tommaso da Lampedusa, forse un sostituto di  quello di Aquino) è, indubbiamente, una sfida d’orgoglio e spregio della realpolitik, anche contemporanea.Al cui capolinea ci si sente, tuttavia, come storditi e scarsamente persuasi.

Non si tratta  inoltre di tirare per i capelli lo spettacolo teatrale dalle “viscere” dell’opera filmica (Luchino Visconti, 1963) cui palesemente si ispira, almeno dal punto di vista iconografico: rigoglioso, epocale, impeccabile tanto nel disegno dei  costumi quanto nel rutilare  di una scenografia a sfondo plurimo e decorativo (tecnicamente arduo ma ben oleato).Ma che del titolo letterario non può far uso per una diffida della Titanus, detentrice –pare- dei diritti d’utizzo, tant’è che la messinscena affronta la sua invernale tournée con il titolo di Il sogno del Principe di Salina, integrata di annotazioni estranee al romanzo, tratte dalla miniera d’appunti che ne precedettero la stesura. Di fatto, e palesemente, è lo stesso Barbareschi ad eleggere Burt Lancaster a modello della sua recitazione asprigna, insofferente, ancora intarsiata dai testi di Mamet, di cui è il massimo e più congruo interprete italiano.  Condizione anagrafica in cui molti attori, relativamente giovani e aitanti, amano dar prova di virtuosismo: ovvero andare incontro alla senilità, non senescenza, di un personaggio in questo caso meditativo, sanguigno, e pur sempre “affetto” dalla pessimistica, pontificale sapienza di un anticipo di vecchiaia tipicamente siciliana (non è un caso che il miglior Principe di Salina, apparso in scena, resti quello di Turi Ferro, seguito d’una spanna dal grande Franco Enriquez).

Pur apprezzando lo sforzo produttivo di  Taormina-Arte, che opera in collaborazione con altri partner,  e le doti drammaturgiche di Andrea Battistini, che imbastisce l’ordito degli accadimenti sotto il segno della “inanità” umana rispetto ad ogni utopia di rinnovamento(in sintonia con l’èsprit del romanzo), resta insoluto  quindi pernicioso, un equivoco di fondo.  Che riguarda anch’esso  la baldanza fisica del personaggio, il suo dinamismo-immobilismo, la sua decadente arsura di vita ancestrale, simile a un Semidio o Narciso  defraudato dalla Storia. Come dire? Lo si voglia o meno, il Gattopardo (sia nell’humus del Principe, sia nell’intensità della scrittura, meditativa e descrittiva al contempo) è energia allo stato puro. Me energia di che tipo? A mio parere, quella immaginata dallo scrittore non può che rientrare nell’ambito dell’energia “statica”, inamovibile, fiera di bastare a se stessa .E lacerata dall’evolversi di accadimenti (Garibaldi, lo sbarco a Marsala, l’unità d’Italia) che ne infastidiscono casato e  beata-solitudo. Lasciato a se stesso, quale forza-motrice della serata, Luca Barbareschi, che è pur sempre “entrenueur” di spiccata simpatia canagliesca, non può non dar sfogo a quanto di meglio lo pervade: quell’energia “dinamica”, camaleontica, palesemente meneghina che – non suoni offensivo, tutt’altro- è stata il suo punto di forza nelle imprese televisive, peraltro spassosissime, di Scherzi a parte. Non voglio certo insinuare che, camuffandosi di barba e redingote incolte, Barbareschi faccia la parodia a Lancaster. Semplicemente avvertire che il “suo” Fabrizio di Salina, modernamente nevrotico, indispettito dai questuanti,  sta alla cultura mediterranea (pigra ed arabeggiante) quanto quella (vivace, velocipede) della Stramilano in trasferta sull’isola della pigrizia endemica. Accade quindi che, in mancanza di humus e genius-loci, lo spettacolo torni ad essere un “viscontiano”  tripudio all’arte della scenografia, della scenotecnica, dei costumi e dell’ingegneria delle luci- convergenti su un ovale o cornice di proscenio che ha la stessa forma dell’occhio-fotografico o culla di bimbo. Quindi dell’ottimo budget di cui beneficia: formalmente godibile, anzi accattivante, ma con ulteriori incongruenze di fondo, cui da fastidio dover “far le pulci”. Benvenuta, ad esempio, Bianca Guaccero, reduce da una televisiva Assunta Spina, e che qui è Angelica, bramosa di vita ma sostanzialmente leale, forse e ancor meglio di quanto seppe esserlo Claudia Cardinale, già “imbambolata” da fisime   divistiche. E complimenti ad  Adolfo Fenoglio, che fa del piemontese Chevalley, inviato da Casa Savoia per blandire il Principe e invano tentare di adescarlo al trasformismo,  un bozzetto d’umanità stupefatta e riguardosa (dell’altrui sentire). Ma cosa farcene di quei mezzadri che, nelle loro irruzioni servizievoli e in italiano al “birignao”, sembrano (questa volta si) la caricatura di Umberto Spadaro, nella tipologia del “villano siculo” che lo rese famoso (vedasi La governante di Brancati e gran parte del repertorio di Martoglio)? Di tante querimonie collettive che fanno petulanza goldoniana , cosa ben  diversa dalla molesta, invadente autocommiserazione delle donne del sud? E del rodomontico Sedara, che rasenta (nonostante la tonda gestualità di Totò Onnis) la macchietta plautina, nel suo giocare al rialzo sulla dote nuziale, pur di imparentarsi con “i nobili”? Facciamo…a non dire altro? E buona fortuna alla compagnia in giro per l’Italia.

 
 

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 14 Novembre 2006 01:51 )  

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