Ricorre in questi giorni il quarantennale delle rivolte studentesche che scoppiarono alla Columbia University di New York. Era il 1968 quando i tumulti opposero studenti e forze dell’ordine. Il clima, già infuocato per le contestazioni alla guerra in Vietnam e per la campagna presidenziale, divenne infuocato quando fu reso noto che alcuni dipartimenti dell’Università erano coinvolti in ricerche scientifiche finalizzate alla elaborazione di armi chimiche. Altra scintilla che scatenò i manifestanti fu la decisione della Columbia di costruire, nel vicino parco di Morningside, una palestra che avrebbe previsto una entrata “riservata” per gli abitanti di Harlem, quartiere a maggioranza afroamericana che si trova alle falde della collina su cui sorge l’Università. Questa entrata dal basso venne percepita come discriminatoria per la popolazione nera che avrebbe usufruito della palestra, creando di fatto un accesso per gli studenti bianchi e uno per gli abitanti neri del quartiere. Le proteste, che condussero all’occupazione del sito su cui avrebbe dovuto sorgere la palestra e di alcuni edifici della Columbia, furono duramente represse dalla polizia di New York. Ben 700 manifestanti furono arrestati e 150 riportarono ferite durante lo sgombero forzoso. 30 studenti furono espulsi dall’Università. Le manifestazioni ottennero comunque due effetti concreti: la Columbia mise fine ad ogni collaborazione con l’esercito per la realizzazione di armi e il progetto della palestra venne accantonato. Per anni l’Università ha ritenuto quelle proteste una macchia da cancellare. Oggi, dopo 40 anni, la Columbia ha deciso di riappropriarsi di un pezzo della propria storia, commemorando i fatti del 1968. Per tre giorni si susseguiranno incontri, dibattiti e proiezioni di filmati. Un albero è stato ieri piantato per ricordare il luogo su cui la palestra avrebbe dovuto essere edificata. Andrea Pardini, corrispondente da New York DEApress.