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Il diamante maledetto e non solo...

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Nella fotografia: il diamante Hope
 

 

“I diamanti sono i migliori amici delle donne”, cantava la Monroe. Ma sembra proprio che «HOPE», il diamante maledetto non abbia mai voluto essere amico di nessuno, uomo o donna che fosse. Di questa “preziosa” leggenda e dell’incantevole mondo delle gemme si è parlato martedì 27 novembre, presso la sede fiorentina del GIA, il più noto istituto a livello mondiale nel campo della ricerca e della formazione gemmologiche, che ha sede in piazza Santa Trinita. Il seminario ha offerto basi teoriche  anche allo scopo di avvicinare i non addetti ai lavori, aprendo così la strada verso la conoscenza delle gemme.
Chiunque riceva un diamante può ritenersi fortunato, sempre che non si tratti del diamante Hope, avvertono i professionisti del settore che affrontano la storia commentando la lunga scia di morti che l’inestimabile  cristallo ha lasciato dietro di sé. E’ una meraviglia della natura. Rientra nella cortissima lista dei diamanti più famosi del mondo, e anche in quella più lunga degli oggetti che portano sfortuna.
E’ bellissimo e letale. Chiunque abbia avuto la cattiva idea di comprarlo per rigirarselo soddisfatto tra le mani si è visto arrivare addosso un carico di sfortuna e morte. Se è vero che i cristalli e altre pietre sono in grado di assorbire le energie negative, allora l’Hope è una prova inconfutabile di questa teoria. La sua prima proprietaria morì decapitata e forse da lì è partita la maledizione. Oppure bisogna tornare all’inizio della storia e pensare a quell’idolo indiano profanato dall’avidità umana.
Infatti è proprio nel Paese che oggi, più di ogni altro luogo al mondo, mantiene un legame viscerale e altamente spirituale con il credo religioso che la leggenda prende avvio. La gemma fu strappata da uno degli occhi dell’idolo del tempio di Rama-Sita, vicino Mandalay, e la divinità fu trasformata in una miseranda statua guercia.
Chi crede al potere delle maledizioni sostiene che l’idolo violato riversò sul gioiello tutta la sua ira e tale energia negativa lo rese un portaSfortuna d’eccezione.Viaggiò fino alla Francia e fu acquistato, nel 1688, da Luigi XIV che lo fece intagliare a forma di cuore.
Sia Luigi XV che Luigi XVI sfoggiarono il diamante in varie occasioni, finché venne donato a Maria Antonietta, e considerando quello che la sorte ebbe in serbo per lei, non stupisce la conclusione che la pietra potrebbe essere portatrice di sventura.
L’appellativo “Hope” gli fu assegnato dal banchiere Henry Thomas Hope, che nel 1830 acquistò la pietra per la bellezza di diciottomila sterline e da quel momento in avanti venne battezzato “diamante Hope”. Sappiamo che il signor Hope non riportò nessun effetto collaterale dal possesso del gioiello, né nulla di brutto accadde ai membri della sua famiglia che se lo passarono di mano in mano.A rafforzare la storia negativa del diamante esiste la storia della ballerina delle Folies Bergère che pare sia stata uccisa sul palco la prima sera che lo indossò.
Verità o fantasia? Difficile dirlo. Vero è che il famoso Cartier mise le mani sull’Hope per rivenderlo alla signora Evelyn Walsh, moglie del proprietario del Washington Post. La disgrazia si abbatté sulla famiglia americana. Quello che seguirà sembra un lungo elenco di morti in battaglia, ma è tutto documentato dagli archivi storici.
Sulla base di tali conoscenze, per quale motivo si dovrebbe desiderare di possedere l’Hope? Per rispondere bisognerebbe vedere la gemma. La sua colorazione blu-zaffiro intensa conferisce alla pietra una bellezza unica che si è dimostrata maggiormente irresistibile della sua pessima reputazione.
E’ da tanto tempo che il diamante non viene più sballottato da un paese all’altro. Nel 1958 Harry Winston donò il diamante di 44,5 carati alla Smithsonian di Washington DC, dove continua a brillare di magnifici e sinistri riflessi e dove, sul suo vassoio di velluto, protetto da sofisticati sistemi di allarme, è possibile ammirarne la bellezza senza dover correre i rischi associati al suo possesso. Anche se non sarebbe poi una cattiva idea aggiungere una targhetta con scritto: “Guardare e (per carità) non toccare”.

 

Barbara Provvedi - DEApress

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 29 Novembre 2007 12:13 )  

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