Alta tensione: il Governo rischia il cortocircuito - Ma quale futuro dopo Berlusconi?
Riportiamo un articolo pubblicato oggi su ilSole24ore che spiega, dal punto di vista del giornale di confindustria ovviamente, come il governo rispetto ad un anno fa, quando ottenne la fiducia il 14 dicembre, rischia di cadere nel prossimo autunno. Le motivazioni sono tutte legate alla crisi, all'aumento dello spread, all'instabilità economica e ai rapporti sempre meno solidi tra lega e pdl. Nessun riferimento, ovviamente, al conflitto sociale che cresce nel paese.
Ma al di là dei motivi, tutti auspicano una caduta di Berlusconi e, ancor più, un superamento del berlusconismo. Ma il punto è il 'dopo', cioè chi andrà al governo se sarà capace di invertire una tendenza culturale, economica e sociale e di apportare quel cambiamento necessario e richiesto dal basso nel Paese. Perché la priorità è mandare a casa Berlusconi, ma poi è anche mettere in campo misure in grado di migliorare le condizioni della cittadinanza, che negli ultimi anni è stata massacrata da politiche e tagli senza precedenti.
Ma quella opposizione parlamentare vista fino ad oggi, che si candida a ricoprire quel ruolo di governo tanto atteso, non ha dimostrato grandi elementi di cambiamento in tal senso, in particolare sulle politiche economiche. L'abbiamo visto in fondo con l'ultima manovra approvata in tempi record proprio grazie alla 'non' opposizione parlamentare, perché era necessario, su invito di Napolitano, essere 'responsabili' e 'uniti' per ridare fiducia ai mercati (i risultati li vedete tutti). Nessuno, tranne alcune forze di opposizione extraparlamentare come la Federazione della Sinistra, si è posto il problema di come fermare la speculazione nazionale e internazionale.
Allora il rischio che noi vediamo è che si mantenga anche dopo la caduta di Berlusconi un atteggiamento 'responsabile' con l'Europa e il bipolarismo neoliberista europeo che vuole stabilire una nuova gerarchia di poteri economici e politici nel vecchio continente, facendola però pagare al popolo come si vede in grecia, portogallo, spagna, italia, etc. Un rischio che esiste e che proprio il popolo, con la propria rabbia, la propria resistenza e capacità di rivolta contro questo disegno di colpo di stato monetario (così l'abbiamo chiamato e c'abbiamo azzeccato!) potrà evitare, costringendo le future forze di governo e parlamentari a non scherzare più sui diritti fondamentali delle persone, quelli della nostra Costituzione.
Alta tensione: il Governo rischia il cortocircuito (ilSole24ore del 1 agosto 2011)
Palmerini Molte cose sono cambiate dal 14 dicembre scorso e per questa ragione è più probabile che quell'esito, allora mancato, si avvicini invece nell'autunno 2011. Quel giorno il Governo non cadde – come era nei programmi del neonato Fli e di Casini – e Silvio Berlusconi ottenne la fiducia ma le condizioni politiche attuali sono talmente deteriorate da riproporre, quanto prima, un test simile a quello del 14 dicembre 2010. E perfino con un finale diverso: la sfiducia. La lista di cosa nel frattempo si è aggravato è piuttosto corposa, nei numeri e nella sostanza. In primo luogo la situazione finanziaria ed economica.
Ecco, un anno fa non avevamo lo spread con i Bund tedeschi sopra i 300 punti, non c'era stato ancora il terremoto finanziario sulla Grecia né sull'euro o sull'Italia e sul suo sistema finanziario e bancario. La Borsa e le aste dei titoli di Stato non davano notizia di una scarsa credibilità verso il Governo italiano e la sua capacità di tenere il passo con un debito pubblico così alto e con una crescita così bassa.
E non c'era stata neppure un'inchiesta giudiziaria che coinvolgeva il più stretto collaboratore (ora ex) del ministro dell'Economia con tanto di richiesta d'arresto. Giulio Tremonti era il dominus del Governo mentre ora deve difendersi da sospetti e domande. E soprattutto deve far fronte a una crisi ulteriormente peggiorata nei suoi contorni internazionali.
Insomma, il 14 dicembre fu un test politico e basta. Oggi finanza, politica e inchieste della magistratura sono legate in modo poco virtuoso e si rischia il cortocircuito. Un rischio che fa chiedere una «discontinuità» politica, come l'hanno chiamata le parti sociali nel loro appello congiunto affinchè si realizzino riforme per la crescita. Sarà pur vero che è facile strumentalizzare quel documento ma se la gran parte del mondo produttivo chiede un cambio di passo è un fatto. Un fatto che un anno fa non c'era.
Passiamo alla politica. Un anno fa ci fu (a settembre) lo strappo di Gianfranco Fini e la costituzione di Fli, da lì la marcia verso il voto di sfiducia di dicembre. Bene oggi c'è molto di più: c'è un asse con la Lega che non appare più solido come un tempo. Umberto Bossi continua a proteggere il suo amico Silvio e pure il suo amico Tremonti ma nel Carroccio qualcosa di profondo si sta muovendo, nella base come nei suoi vertici.
Senza contare che l'addio di Fini avvenne qualche mese dopo una vittoria elettorale alle Regionali 2010 mentre oggi la maggioranza ha già fatto i conti con una sconfitta bruciante alle amministrative e ai referendum. Batoste che hanno messo in crisi il patto di ferro tra Pdl e Lega che ha già dimostrato – sul caso dell'arresto di Papa – di volersi tenere le mani libere.
Inoltre, sono anche le dinamiche interne al Carroccio a determinare un cambiamento nella maggioranza. L'ascesa di Roberto Maroni, riconosciuto dalla base come l'unico leader accanto a Bossi e il suo vero successore, modifica quel rapporto che c'è tra Carroccio e Cavaliere. Non sono più le cene ad Arcore del lunedì l'infrastruttura che regge il Governo. La trattativa ora – e sempre più a settembre – sarà costante, sui singoli temi, e soprattutto meno scontata perchè è cambiato l'interlocutore: oggi c'è Maroni in campo.
E lui non vuole ereditare una Lega dimezzata al 4% dopo aver dato il sangue a Berlusconi e Tremonti.
| Share |
| < Prec. | Succ. > |
|---|








