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‘Pensioni d’oro? Ce le teniamo’

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‘Pensioni d’oro? Ce le teniamo’ – l’Espresso

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Non è tagliando i nostri vitalizi che si risolvono i problemi economici dell’Italia”, dicono in coro gli ex parlamentari pizzicati dall’inchiesta dell’Espresso. Pochissime le autocritiche e qualcuno si rifiuta di rispondere

2307 vitalizi erogati, un esercito di pensionati che costa ogni anno allo Stato 200 milioni di euro.  Parlamentari che riscuotono la pensione già a cinquant’anni, anche per un solo anno di legislatura. Calciatori, industriali, giornalisti, professori universitari, principi del foro con uno stipendio che oscilla dai 1.700 ai 7 mila euro al mese, nonostante molti di loro continuino a lavorare. “E’ sbagliato”, ” se l’aboliscono sarebbe una bella cosa”, fanno sapere alcuni suggerendo “una sostituzione con i contributi figurativi”. Ma per altri “è giusto” ed “è una cazzata pensare che cancellando il vitalizio si riducano i costi della politica”. Insomma nessun privilegio, anzi. Perché ridurli comporterebbe persino il rischio “di proletarizzare i parlamentari”.

Ecco alcune delle reazioni all’articolo inchiesta de l’Espresso sull’eldorado pensioni:

Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti italiani, ex ministro della Giustizia, uscito di scena nel 2008 dopo il tonfo elettorale della sinistra, a soli 55 anni percepisce 5.305 euro netti. Una pensione che si va aggiungere al suo stipendio da professore universitario di diritto romano all’Università La Sapienza, ma per lui: “è sbagliato che ci sia il vitalizio. Dovrebbe essere sostituito con i contributi figurativi, in modo da non perdere gli anni dedicati alla politica quando si va in pensione”. Non sappiamo come Diliberto utilizzi gli oltre cinque mila euro di vitalizio, ma ci tiene a far presente la sua magnanimità: “Con la liquidazione dell’indennità parlamentare, 150 mila euro, ho creato una biblioteca a Roma di diritto romano e cinese”.

Paolo Cirino Pomicino, protagonista della prima e della seconda Repubblica, negli anni Ottanta ministro democristiano del Bilancio e della Funzione pubblica, oggi dirigente dell’Udc di Pierferdinando Casini, trova l’argomento tedioso. Il problema non è certo il suo vitalizio da 5.934 euro. “Che noia. E’ una banalità dinanzi al Paese che brucia. Geronimo (lo pseudonimo che Pomicino usa per Libero e Il Giornale n.d.r.), quando scriveva, riceveva di più di quello che è lo stipendio da parlamentare. Perché non mi dite quanto prende di pensione un direttore di giornale? E non ditemi che si tratta di aziende private, visto che diamo un miliardo di euro di soldi pubblici alla stampa italiana. E’ giusto parlare di riduzione dei costi della politica, ma ridurre stipendi e vitalizi dei parlamentari significa solo proletarizzarli per meglio comprarli. Si iniziasse piuttosto eliminando gli orpelli burocratici, come le province e alcune circoscrizioni, e liberalizzando il contributo dei privati ai partiti”.

Secondo Vittorio Dotti, ex avvocato di Fininvest e capogruppo di Forza Italia nel ’94, uno dei primi ad abbandonare Berlusconi e la carriera politica “c’è molta demagogia sulla questione vitalizi. Non si tratta di una regalia, i parlamentari versano i contributi per averli e di certo, in un periodo in cui sono necessarie riduzioni dei costi, sarebbe più opportuno parlare di altri tagli alla spesa pubblica”. Per l’avvocato milanese inoltre “sarebbe un’ingiustizia far pagare le colpe dell’attuale classe politica, sempre più travolta da scandali e da mal governo, agli ex parlamentari”.

Cesare Salvi
, senatore dei Ds fino al 2008, insigne giurista e alfiere della lotta contro i costi della politica, tanto da aver scritto cinque anni fa insieme a Massimo Villone “Il costo della democrazia. Eliminare sprechi, clientele e privilegi per riformare la politica”, con i suoi 5.346 euro al mese di pensione, ha le idee chiare: “Occorre un passaggio al sistema contributivo e l’ho già denunciato anni fa nel mio libro. Basta con gli scandalosi trattamenti di favore. Ad ogni modo guadagnavo di più facendo l’avvocato che la vita politica”.

Per Tiziana Parenti, forzista della prima ora, ex magistrato che indagò sulle tangenti rosse, oggi avvocato a Roma, non è un privilegio senza ragione: “il vitalizio è giusto perché io ho rinunciato al mestiere di magistrato per fare politica. Avrei guadagnato tre volte di più a fare il magistrato”. Semmai, secondo Titti la Rossa, 3.190 euro di pensione per i suoi dieci anni di contribuzione, il problema è che “il vitalizio non è indicizzato e come avvocato non vedrò mai la pensione perché servono quarant’anni di contributi”.

Luciano Benetton, l’industriale del casual, eletto senatore nelle file del Partito Repubblicano nel 1992, nonostante una carriera politica di soli due anni riceve un assegno mensile di 3.108 euro. Un vitalizio a cui per legge non si può rinunciare e così, dal quartier generale di Ponzano Veneto, già quattro anni fa, hanno fatto sapere che “ogni mese quando arriva l’assegno la somma viene automaticamente girata a una persona di fiducia. E’ una signora, che da anni si occupa personalmente di destinare il denaro a diverse associazioni benefiche della zona. A rotazione”.

Vittorio Sgarbi, il non ancora sessantenne sindaco di Salemi, reduce da una trasmissione flop su Rai Uno, si consola con oltre 5 mila euro al mese e ricorda: “Il parlamentare era considerato classe dirigente e i compensi dovevano essere parametrati a quelli degli alti dirigenti pubblici. In tempi recenti si è posto il problema della necessità di ridurre i costi, ma non capisco perché nessuno si interroghi sugli stipendi dei magistrati, dei dirigenti di società partecipate, sul perché l’amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, abbia un compenso di oltre 4 milioni di euro all’anno o quello di Ferrovie, Mauro Moretti, di oltre 2 milioni. Più che sul vitalizio, che potrebbe essere ridotto, bisognerebbe tagliare sui rimborsi elettorali. Non si può dare un rimborso elettorale 5/6 volte più alto di quanto un partito spenda. Il Pdl ha un rimborso da 300 milioni di euro a fronte di una spesa di 70 e così il Pd”. Da ultimo Sgarbi tiene a precisare che il doppio incarico non è incompatibile e il vitalizio ha la sua utilità: “senza quel compenso non potrei fare il sindaco di Salemi gratuitamente”.

Gianni Rivera, mito del calcio, primo calciatore italiano a vincere il Pallone d’Oro e deputato della Democrazia Cristiana prima e dell’Ulivo poi, rinuncerebbe tranquillamente al suo assegno da oltre cinque mila euro. “Potrei farne a meno, soprattutto se si pensa che in questo modo si possano risollevare i problemi del Paese. Ma a patto che si azzeri tutto e che tutti rinuncino al privilegio”.

Raffaele Della Valle, avvocato penalista di successo, tra i primi ad aderire al progetto berlusconiano, al suo vitalizio rinuncerebbe volentieri. “Se l’aboliscono sarebbe una bella cosa. Così come dovrebbero abolire tutti i privilegi a partire dai rimborsi di treni e aerei. Io rinuncerei al compenso, ma dovrebbero restituirmi i 70 milioni di lire che ho versato all’epoca come integrazione contributiva per aver svolto solo due anni e mezzo di legislatura. Ad ogni modo è assurdo e paradossale che come avvocato prenda, dopo 47 anni di contributi, una pensione di 2.500 euro, mentre come parlamentare per mezza legislatura, seppur con l’integrazione, dai 1.950 ai 2.100 euro netti”.

Secondo Gianni De Michelis, una carriera nel Psi, pluri ministro della prima Repubblica, travolto dagli scandali di Tangentopoli (35 procedimenti giudiziari e due condanne in via definitiva), oggi consulente del ministro Renato Brunetta, si accontenta di 6 mila euro al mese. Ma per lui “le pensioni di ex deputati e senatori dovrebbero sottostare alle stesse regole di qualunque altra categoria professionale. Sia per quanto riguarda l’età pensionabile sia in termini di retribuzione”.

Willer Bordon, politico di lungo corso, entrato alla Camera dei deputati nel 1987 con il Partito Comunista Italiano, passato poi ai Radicali, quindi ad Alleanza Democratica, a La Margherita, infine ad Unione Democratica, per poi dimettersi nel 2008 come “atto forte di testimonianza di chi sente il dovere di difendere le istituzioni dalla deriva di sfiducia”, “il vitalizio dopo trent’anni di contributi non è un privilegio, ma non dovrebbe chiamarsi vitalizio e non dovrebbe essere corrisposto a chi svolge solo un paio di legislature o ancor meno”. Per Bordon, che oggi si dedica alle energie pulite e ha recentemente aperto ad Alicante il più grande impianto industriale al mondo di biopetrolio dalle alghe, “la situazione è insostenibile, i costi della politica andrebbero drasticamente ridotti e Stella e Rizzo hanno ragione quando dicono che si parla tanto, ma si fa poco. La cosa più incredibile è il numero dei parlamentari. La situazione è insostenibile, occorre riportare la normalità”.

Massimo Mauro, ex calciatore di Catanzaro, Juventus e Napoli, oggi apprezzato commentatore sportivo per Sky, con una parentesi politica alla Camera per le liste dell’Ulivo nel 1996, metterebbe volentieri “a disposizione il vitalizio per il risanamento del nostro Paese, perché è vergognoso chiedere sacrifici ai ceti più deboli, quando in questi trent’anni c’è gente che si è molto arricchita. Sarebbe opportuno piuttosto applicare la patrimoniale proposta da Nichi Vendola. Sono stato uno sportivo prestato alla politica e l’ho fatto con grande senso del dovere”.

Francesco De Lorenzo, ministro liberale della Sanità, uscito dalla scena politica dopo una condanna per associazione per delinquere e corruzione finalizzata al finanziamento illecito dei partiti durante Mani Pulite, oggi professore universitario in pensione, ritiene che: “in linea di principio il vitalizio sia un diritto che va garantito a tutti per assicurare a ogni cittadino italiano di aver accesso alla politica e cancellarlo significherebbe andar contro i padri costituenti e la democrazia. Ma occorre far sì che il taglio dei vitalizi sia omologo a quello delle pensioni, che sia calcolato secondo il metodo Inps e che l’età pensionabile sia uguale per tutti, anche per i parlamentari”.

Alessandro Meluzzi, sceso in politica nel ’94, quando da sconosciuto psichiatra diventò famoso perché alle elezioni riuscì a battere il giovane segretario del Pds torinese Sergio Chiamparino, nel collegio ultra-rosso e operaio di Mirafiori, non è contrario al privilegio: “Ricevo la pensione perché ho pagato un contributo integrativo a fronte di un’assicurazione. Inoltre come parlamentare ho subito un danno economico enorme. Basta confrontare i miei 740: quando ho fatto politica ho guadagnato molto meno”.

Per Massimo Cacciari , filosofo ex sindaco di Venezia, due legislature alla Camera con il Partito Comunista Italiano, “è una cazzata pensare che cancellando il vitalizio o eliminando dieci auto blu si riducano i costi della politica”. Piuttosto “sarebbe necessario dimezzare il numero dei rappresentanti in ogni tipo di assemblea, eliminare le province, provvedere allo smobilizzo delle proprietà”. L’intellettuale comunque ci tiene a sottolineare che “il vitalizio dovrebbe essere dato solo a chi ha lavorato per almeno due o tre legislature e l’età andrebbe omologata a quella delle altre pensioni”.

Ottaviano Del Turco chiosa con un “no comment”. Lui, ultimo segretario nazionale del Partito Socialista, ministro delle Finanze del governo Amato, ex presidente della Regione Abruzzo, arrestato e poi scagionato nell’ambito di un’inchiesta sulla gestione della sanità in regione, invitato a commentare l’opportunità del suo vitalizio di oltre 4 mila euro al mese si limita a dire: “Non intendo rispondere agli articoli del dottor Primo di Nicola. Per me è un argomento tabù”.

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