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Copenaghen riconosce il quartiere hippy ma resta il nodo della droga pesante

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Libera repubblica dell’hashish Christiania diventa autonoma – LASTAMPA.it

  

 

Una ragazza fuma hashish

Copenaghen riconosce il quartiere hippy ma resta il nodo della droga pesante

FRANCESCO S.ALONZO

COPENAGHEN
Christiania, il «quartiere scandalo» di Copenaghen, è diventato uno «Stato libero» dopo 40 anni di esistenza con l’insidia perenne della distruzione. Creata nel 1971 da un nucleo di idealisti radicali che includeva artisti, scrittori, balordi e cultori della libera droga uniti dal desiderio di autogestirsi al di fuori di ogni regola, la «Città libera di Christiania» era sorta di colpo con l’occupazione abusiva di un vasto territorio demaniale, appena al di fuori del centro storico della capitale danese, e la sistemazione di nuclei familiari in caserme e baracche che erano appartenute all’ex guarnigione militare.

La «repubblica delle banane di Christiania», come la definiscono i benpensanti, ha ottenuto un riconoscimento che le garantisce uno status di quasi «gestione autonoma». «Adesso posso finalmente rimodernare il mio appartamento senza pensare più alla minaccia della demolizione», dice Nina Olsen, una biondina di 39 anni madre di tre figli. «Io lavoro a Copenaghen ed esito a dire che abito a Christiania. E poi la gente si meraviglia che io non fumi l’hashish. Ma se la maggior parte di noi nemmeno lo tocca!». Certo, la fama di Christiania è legata, oltre che alla sua forma costitutiva liberale, agli edifici dalle fantasmagoriche facciate e all’estrema tolleranza della gente allo smercio della cannabis, proibito in Danimarca.

Ma coloro che hanno preso possesso di «Pushers Street», il corso degli spacciatori, sono individui loschi sempre pronti ad aggredire chiunque si trovi là per motivi diversi dall’acquisto di un «joint». Ed è gente che non vive a Christiania, ma vi si reca soltanto per affari. Questo aspetto aveva allarmato i vicini svedesi e norvegesi che vedevano in Christiania una pericolosa calamita per i loro giovani, ed era stato il motivo di ripetuti tentativi di far evacuare la zona.

Oltretutto, nessuno ha mai pagato una corona di affitto nella città libera, e l’opinione pubblica danese aveva accolto con soddisfazione, nell’aprile scorso, la sentenza dell’Alta Corte di Giustizia che negava agli abitanti di Christiania il diritto di possesso del territorio occupato. Ma non si poteva eliminare così di colpo quella che, in effetti, è la seconda attrazione turistica della capitale, e il governo di Copenaghen non voleva usare il pugno di ferro: finalmente il 22 giugno scorso è stato raggiunto un accordo con i circa 700 abitanti.

Il modello elaborato dal ministero della Difesa prevede il diritto di usufrutto del quartiere autogestito (circa 35 ettari), a condizione che gli abitanti acquistino attraverso un fondo (già raccolto) l’intero complesso residenziale per l’equivalente di circa 10,2 milioni di euro. Un accordo che, per l’avvocato dei «Christianiter», consentirà di trasformare un luogo «anarchico» in una sperimentazione legale con attività artigianali, teatrali, culturali. E Christiania vanta un asilo, una sauna, una fabbrica di biciclette, una tipografia, una radio, atelier di artigiani, un cinema, luoghi di ristorazione e di spettacolo. Non tutti sono concordi nel riconoscere alla città il successo pieno come esperimento sociale alternativo.

Per Richadt Thomas Lionheart, fra i promotori dell’espulsione degli spacciatori di droghe pesanti da Christiania, si tratta di un modello che si è svuotato del proprio contenuto. «Per me Christiania era un progetto individualista in seno al quale la comunità si basava sull’autosufficienza, perché la creatività e l’onestà esigono la fiducia in se stessi. Oggi la gente ha paura di dire ciò che pensa. Christiania è una repubblica bananiera dove si fanno favori agli amici e tutto il sistema si basa su un’enorme economia sommersa priva di qualsiasi controllo. Chi ne trae vantaggio ha tutto l’interesse a difendere il sistema, e questo è un vecchio insegnamento marxista: le classi privilegiate non rinunciano volontariamente ai propri vantaggi».

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