di Alessandro De Angelis
«Siamo agli ultimi giorni di Pompei. Nel Pdl è partita la manovra per far cadere il governo». Chi ha parlato con Silvio Berlusconi è certo che il dato è tratto. Alla Camera ci sono una ventina di parlamentari pronti a far saltare la maggioranza.
L’incidente è stato programmato.Tutto parte dalla fronda di Scajola e Pisanu. Il primo, alla Camera, conta su una ventina di fedelissimi che negli ultimi giorni hanno iniziato a tessere la rete. Il secondo, al Senato, da settimane si è intestato il ruolo di profeta dello smottamento: «A forza di gridare che il re è nudo – ha spiegato ai suoi – il popolo arriva. È evidente che la situazione può precipitare da un momento all’altro, prima di quanto si pensi».
Stavolta la sensazione è che il governo non regga più. Paralizzato dal conflitto tra Berlusconi e Tremonti. Esposto alle intemperie dei giudizi internazionali. Non ci sono solo i severi giudizi delle agenzie di rating. La scossa vera ieri è arrivata dal fondo monetario internazionale: «Negli ultimi dieci anni – questo il giudizio – le misure economiche per la crescita dell’Italia sono state deludenti». Una scossa, appunto. Perché – con la breve parentesi del governo Prodi – negli ultimi dieci anni ha sempre governato il Cavaliere. E ormai tra le sue truppe è diventata convinzione comune che il premier è al capolinea, né lo aiutano quei fedelissimi che mettono sul tavolo il suo passo indietro nel 2013 pur di farlo arrivare a fine legislatura.
La manovra per farlo cadere è già partita: «I parlamentari che hanno capito – ha proseguito Pisanu – che si può votare non staranno con le mani in mano e non saranno disposti a seguire il re nudo». Basta un sasso, e arriva la slavina. Alla Camera l’Incidente è pronto, organizzato da Claudio Scajola. Che ha deciso di intestarsi l’apertura della nuova fase, giocando di sponda con Casini. L’ex ministro ha già raccolto le firme per formare gruppi parlamentari autonomi. Fissato il “quando” del voto contro. Due le ipotesi: o si vota «contro» alla prima fiducia utile, anche sulle intercettazioni; oppure quando si discuterà il Def, documento che ben si presta a intercettare la rivolta antitremontiana. I primi segnali sono arrivati ieri con la bocciatura in commissione. Intercettazioni o Def, ecco l’Incidente. Poi un governo di transizione. L’ipotesi è stata già messa nero su bianco, ma Scajola caccerà il documento solo al momento opportuno.
I fedelissimi dell’ex minsitro sono una ventina, ma Scajola è convinto che di fronte a un atto di forza in molti scaricheranno il «re nudo». Il clima di fine impero c’è, si respira ovunque. Ovunque la sensazione di una paralisi, di un governo che non governa, e di un premier che non comanda più. Il rompete le righe, per ora silenzioso, è stato accelerato dall’ultimo conflitto con Tremonti.
Il premier e il superministro si sono visti martedì, a sera tarda, dopo l’incidente delle dichiarazioni spagnole di «Giulio». E stavolta non è stata siglata nessuna tregua, neanche armata. Anzi, è stato un confronto aspro, con toni accesi: «Non puoi più decidere da solo – è sbottato il premier – e ti devi mettere in testa che un segnale sullo sviluppo serve. È finito il tempo in cui apprendevamo tutti nel consiglio dei ministri quello che volevi fare. Devi parlare con tutti, e innanzitutto con me».
Ma Tremonti sul decreto sviluppo non ha concesso nulla. Solito spartito rigorista, solito mantra sulla crescita senza spesa pubblica, sui ministri che si lamentano perché vogliono spendere mettendo a rischio i conti. Distanze incolmabili anche su Bankitalia. È stato quando Tremonti ha detto «no» al tentativo di mediazione del Cavaliere che l’incontro è finito. Per uscire dall’impasse Grilli-Saccomanni, il premier ha proposto una soluzione terza, da concordare con Bankitalia: «Per me – è stata la risposta di Giulio – c’è solo Grilli».
E c’è un motivo se il vertice sul decreto sviluppo, inizialmente previsto per oggi, potrebbe slittare. Si trasformerebbe in un processo a Tremonti, che però non ha alcuna intenzione di dimettersi. Sarebbe solo l’ennesimo segnale di impotenza.
Per questo Berlusconi ha fatto trapelare la sua rabbia attraverso Giuliano Ferrara. Il direttore del Foglio, ospite di Agorà, non ha usato perifrasi: «Ho sentito Berlusconi ed è di cattivo umore. Minaccia di andarsene lasciandoci in balia della sorte e non di una alternativa concreta».
Certo, lui ha delle responsabilità, le colpe vere vanno cercate altrove, a via XX settembre: «Tremonti – dice Ferrara – è un tributarista di genio e per metà un bambino capriccioso e un colossale imbroglione».
Parole che hanno fomentato la rivolta di mezzo governo, soprattutto dei “nemici” storici di Giulio, da Brunetta a Galan. Una raffica di dichiarazioni per addossargli la responsabilità della paralisi. E per preparare l’ennesimo incontro tra «Silvio» e «Giulio». I due ieri si sono sentiti. Poche parole, fredde. Appuntamento fissato per oggi.
A seguire vertice maggioranza. Su tavolo sviluppo e ddl stabilità