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* Information Safety and Freedom*
newsletter n. 363, anno 3°, novembre 2009

 *Turchia: la lista nera dei siti web
controllati dall'esercito
*
*di Alberto Tetta (da Ankara, fonte: Osservatorio sui Balcani)
*
19.11.09 - La denuncia da parte di diversi quotidiani turchi, a inizio
novembre, dell'esistenza di una lista di siti web controllati dall'esercito,
ha provocato una dura reazione da parte del mondo della stampa e delle
organizzazioni dei giornalisti del Paese. Questo ennesimo scandalo mostra
come, dopo l'assassinio di Hrant Dink (ndr: direttore del settimanale
‘Agos’, assassinato proprio davanti alla porta del giornale, a Istanbul,  il
19 gennaio 2007), gli attacchi alla stampa indipendente e alla libertà di
espressione siano ancora all'ordine del giorno in Turchia.
Il 4 novembre il quotidiano 'Radikal' è stato il primo a parlare di una
lista nera dei siti considerati “pericolosi” da parte dell'esercito divisi
per categoria (“reazionari”, “separatisti”, “anti-esercito” e “pro-Erdoğan)
da tenere sotto controllo.
I vertici delle forze armate turche non hanno negato l’esistenza di questo
gruppo né di aver redatto la lista nera. Al contrario, si sono difesi
giocando allo scaricabarile e dichiarando di aver agito seguendo una
direttiva del 2000 inviata dall'allora governo kemalista guidato da Bülent
Ecevit.
Leggendo l'ultimo rapporto redatto da Bianet, network che monitora le
violazioni della libertà di espressione e gli attacchi ai giornalisti in
Turchia, è evidente che la situazione è tutt'altro che rosea. Sono state
190, solo negli ultimi tre mesi, le persone citate in giudizio per reati
d'opinione, 74 delle quali giornalisti. Secondo Bianet inoltre “prosegue
l'attacco del potere giudiziario contro un dibattito libero e il diritto
all'informazione. In particolare, in questo periodo, si sta cercando di
sabotare la cosiddetta apertura ai curdi. Questa lotta contro la libertà di
espressione viene portata avanti grazie a leggi anti-democratiche che non
sono in linea con gli standard internazionali.”
Ma quali sono le leggi anti-democratiche che limitano la libertà
d'espressione in Turchia di cui parla Bianet nel suo rapporto?
Prima di tutto l'articolo 216 del codice penale turco che punisce chi
“incita all'odio e alla violenza”. Nei fatti questo articolo viene spesso
usato per colpire i giornalisti kurdi, come è successo a Eren Keskin, Murat
Batgi e Edip Polat, tutti condannati a un anno di carcere per aver usato il
termine "Kurdistan", o a Ercan Öksüz e Oktay Candemir, colpevoli di aver
intervistato alcuni sopravvissuti al massacro di Zirve, località nei pressi
di Van bombardata dall'esercito turco come rappresaglia per una rivolta
kurda nel 1930. Secondo i magistrati, pubblicando la loro intervista, i due
giornalisti avrebbero contribuito a creare un clima di odio inter-etnico nel
paese.
Un altro degli strumenti usati da pubblici ministeri di orientamento
nazionalista per colpire i giornalisti è l'articolo 301 del codice penale,
in base al quale devono essere perseguiti coloro che “insultano la Turchia,
i turchi o le istituzioni della Repubblica Turca”.
Nonostante che la maggior parte dei processi per reati di opinione in
Turchia si concludano spesso con l'assoluzione degli imputati, la
mediatizzazione di quei processi, tuttavia, viene utilizzata altrettanto
spesso dall'estrema destra per organizzare violente campagne di diffamazione
contro gli intellettuali liberali che esprimono idee non in linea con
l'ideologia ufficiale kemalista. Così è avvenuto nel caso di Orhan Pamuk,
(ndr: premio Nobel per la letteratura nel 2006), processato nel 2005 per
aver affermato che in Turchia erano stati uccisi un milione di armeni e
trentamila curdi, o nel 2006 a Elif Şafak, accusata di aver insultato la
nazione turca per aver parlato della questione armena nel suo libro “La
Bastarda di Istanbul”.
Volgendo lo sguardo dal giornalismo tradizionale alla rete, il panorama è
ancora più grigio.
YouTube è infatti oscurata da ormai 16 mesi in base alla legge 5651 sui
crimini in Internet perché contiene alcuni video che secondo i giudici
insulterebbero la figura del padre della patria Mustafa Kemal Atatürk. Ma
YouTube non è l'unico sito ad essere stato proibito. Secondo quanto
denunciato dall'associazione “Alternativa Informatica”, tra il 23 novembre
2007 e l'11 maggio 2009 l'accesso a 2.601 pagine web è stato oscurato. Oltre
a YouTube anche siti come wordpress.com, geocities.com, myspace.com,
dailymotion.com e alibaba.com sono stati censurati.
In Turchia sono in molti a trovare assurdi questi divieti, ma l'opposizione
non si è ancora tramutata in movimento organizzato per chiedere la
riapertura dei siti, forse anche perché aggirare il bando non è per niente
difficile. E' sufficiente infatti usare “siti filtro” come ktunnel.com o
vtunnel.com, e lo si può fare senza neppure sentirsi troppo in colpa visto
che perfino il primo ministro Erdoğan ha confessato in una recente
intervista di guardare ogni tanto YouTube, nonostante il divieto.


* Information Safety and Freedom
* analisi, documenti e notizie sullo stato di
salute della libertà di stampa nel mondo*
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*sito web: ** http://www.isfreedom.org*

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