STADIO ITALIA I CONFLITTI DEL CALCIO MODERNO
di
Bruciati, Cacciari, Contucci, Doranti, Giudici,
Giusti, Grillo, Mungo, Quadrelli, Sturiale, Tintori

Dal 29 Marzo in tutte le librerie e in quelle on-line
INFO lorenzogiudici@volopublisher.com
Questo non è un libro sugli ultras, un testo sugli animali. Un libro sugli ultras è inevitabilmente destinato a fallire come qualsiasi fiction che pretenda di rappresentare la realtà. Qui cerchiamo di fare esattamente l'opposto, invertendo soggetto e oggetto. Questo è un libro sul calcio moderno: al centro dell'interesse sono i poteri e le istituzioni che governano il gioco, l'economia che lo ristruttura completamente, i conflitti che lo attraversano. È così una controinchiesta, una prima descrizione dei meccanismi di potere che, trasformando il calcio, trasformano ben più delle regole di un gioco. A scriverlo è innanzitutto chi negli ultimi anni ha vissuto sul campo queste grandi mutazioni, osteggiandole, e cogliendole nella loro complessità. La convinzione che accomuna gli autori è che lo stadio, nell'epoca del calcio moderno, sia lo specchio delle nostre città e dell'Italia intera: lo stadio non è solo un luogo di passione e intrattenimento, ma un luogo di comprensione del mondo. Vi si dispiega in forme rivelatrici la costruzione di un laboratorio sociale ed economico inedito, capace di spingersi al di fuori dei propri confini. Potremmo considerarlo un'officina del potere.
Gaza è a pochi km da Tel-Aviv, e «l'urbanistica dell'assedio» utilizzata è presa a modello per i progetti di recintamento e repressione di favelas, slums e banlieues sparse ovunque. Ne sono prova sia i documenti strategici della Nato relativi agli scenari futuri di guerra metropolitana, che la muratura e il bombardamento vero e proprio di una favelas di Rio avvenuto qualche mese fa. Gaza, vista sotto tale ottica, non è altro che l'esemplificazione della «guerra permanente» attraverso cui la globalizzazione si realizza. Ciò comporta alcune ricadute che avevamo posto al centro del lavoro. Ci interrogavamo se qualcosa «unisse» Gaza a Lampedusa e Rosarno, Rosarno alla banlieue, la banlieue a New Orleans.
Lavorando intorno alla «battaglia di Falluja» per capire qualcosa della forma guerra contemporanea, alcune interviste effettuate a dei contractors hanno evidenziato come, nelle strategie finalizzate alla conduzione della guerra dentro i centri urbani, vi sia un nesso stringente tra guerra interna (le dinamiche securitarie) ed esterna. Ciò ha suggerito la necessità di un attento lavoro di ricerca sulla mobilitazione reazionaria delle masse all'interno delle metropoli globalizzate dei nostri mondi. La «forma ronda», in tendenza, ci pare dover essere assunta con estrema serietà. Nella sua messa in forma siamo di fronte a un processo di «militarizzazione di massa», dentro una struttura piramidale costituita dalle forze militari e poliziesche, dal mondo dei vigilantes privati e dai «volontari», sul cui sfondo si delinea un potere costituente ancora tutto da decifrare, almeno nei suoi aspetti formali, indicativo però di uno «stato di guerra permanente» dal quale sembra difficile pensare di sottrarsi.
L'intervista al militante musulmano poi inserita nel sesto capitolo del libro, La linea del colore, era parte di questi materiali. Ma la sua insistenza sul fatto che la differenza tra guerra interna e guerra esterna sia solo un problema di scala e l'esempio da lui proposto, la «questione stadi», ci ha dato l'idea di fare un passo indietro e di far partire la ricerca con un'inchiesta più circoscritta, che affrontasse un significativo terreno di conflitto sul nostro territorio.
Molte cose, tuttavia, rimangono aperte. Scriviamo (pag. 53): «La ricchezza di spunti che i materiali hanno fornito impongono a questo lavoro la forma del work in progress, nella prospettiva che l'insieme di argomentazioni e suggestioni suggerite dagli attori sociali possano trovare un adeguato ambito di elaborazione teorica e politica in grado di mettere a frutto l'insieme di spunti provenienti dai mondi sociali. Un'impresa che, per potersi dare al meglio, deve trovare delle linee guida intorno alle quali focalizzare lo sguardo. Tra queste, per chi scrive, una sembra essere centrale: la forma guerra dentro la quale la formazione economica e sociale capitalistica è precipitata e che la crisi ha enormemente velocizzato». Sotto tale prospettiva la «questione stadi» può infatti essere assunta sia come un terreno di analisi per 2 motivi:
Alla nota 38 pag. 53, non a caso nel primo capitolo del libro, Quadrelli, con l'intento di chiarire ancora una volta il metodo utilizzato e il fine perseguito dall'intero volume, scrive: «Per non incorrere in possibili malintesi una precisazione sembra necessaria. Ciò che si è provato a descrivere e argomentare è la contraddittorietà, insieme alla potenzialità antagonista, che fa da sfondo alla «questione stadi», il che è ben lontano dal ventilare una sorta di adesione incondizionata verso questo mondo. Marxianamente i comportamenti della classe sono sempre duplici, del resto la figura stessa dell'operaio è al contempo capitale variabile e classe rivoluzionaria, e devono essere letti all'interno di un processo dialettico e non come aut aut dati una volta per sempre. Se, come si è provato ad argomentare nel testo, i comportamenti degli attori sociali che si coagulano intorno agli stadi non devono essere né stigmatizzati né osservati con snobismo salottiero non per questo vanno assunti, immediatamente, come «antagonisti» in quanto tali. Nei confronti della «questione stadi» e delle figure sociali a questa legata se, da un lato, occorre tenere ben a mente il principio: non ha importanza d ciò che le donne e gli uomini pensano di se stessi ma ciò che saranno costretti a fare, è altrettanto vero che, perché ciò che sta in potenza si realizzi, occorre che intervenga una «soggettività» in grado sia di rendere esplicito sia di indirizzare in chiave politica ciò che, altrimenti, rischia di non andare oltre la pura e semplice gestazione di qualcosa che è in potenza, ma non diviene».
La sezione dedicata alla storia orale si conclude, a mostrare ancora una volta l'orizzonte teorico in cui si inseriscono le interviste, con l'intervista al militante musulmano di cui, sempre nei limiti un work in progress, vengono valorizzati alcuni spunti, che possono costituire il cuore della piccola e abbozzata proposta politica della ricerca: «Tra le molte cose ascoltate da K., una in particolare va dritta al cuore del problema: la relazione posta tra la tessera del tifoso e il permesso di soggiorno. Mentre gran parte dei nostri mondi, politici e intellettuali, focalizza la sua attenzione intorno al tema della sicurezza un militante musulmano, in poche battute, centra perfettamente il nocciolo della questione individuando nella messa a punto di una serie di pratiche e strategie un progetto di dominazione mutuato dal modello coloniale e, molto concretamente, propone un terreno di lotta politica comune. Lo fa senza proporre forzature «organizzativiste», non a caso chiarisce che: «Si può marciare divisi, ma colpire uniti», individuando però un possibile percorso di lotta unitario all'interno del quale, i subalterni, possono sviluppare momenti di cooperazione sociale e pratiche di lotta e resistenza in grado di unificare strati sempre più ampi di popolazione. Tutto ciò non è il frutto di un caso. L'aver individuato i nuclei di supporter immigrati [nell'esempio concreto della realtà genovese] come possibile linea di congiunzione tra due realtà continuamente nell'occhio del ciclone delle pratiche repressive mostra come, la questione, sia stata analizzata e ponderata».
Gli autori svolgono le più diverse professioni. Alcuni insegnano e studiano le scienze umane. Molti di loro gestiscono quotidianamente i più importanti spazi di controinformazione sull'argomento esistenti in rete. Tutti hanno in comune una lunga frequentazione degli stadi italiani e più in particolare un'attiva militanza dentro le curve delle loro squadre.
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