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Nuovo Lunedì nero per le borse

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Neanche il tempo di accantonare il plauso del presidente Napolitano per la manovra varata a tempo di record grazie ad un ritrovato spirito di unità nazionale, che le borse tornano a far pesare i loro giudizi. Più che il calo degli indici ( Milano perde 3%) che non sono dati tragici, il segnale dell’inevitabile crisi della Spagna e dell’Italia (e quindi dell’Euro) è  l’allargamento continuo dello Spread tra Bund tedeschi e titoli di stato italiani e spagnoli. Il rendimento dei titoli decennali italiani ha raggiunto il 6,006% e quello degli equivalenti spagnoli è al 6,35%. In altri momenti storici i dati potrebbero non destare particolare preoccupazione ma, con una moneta che sfugge al controllo degli stati e con una crescita del PIL praticamente nulla, la situazione è molto seria. Gli esperti sostengono che la soglia da non superare sia il 7%, oltre di essa si ritiene che lo stato non sia capace di ripagare tassi di interesse così elevati e, andrebbe incontro al default se si finanziasse sul mercato. Sono quindi “costretti a intervenire” Bce e Fmi che pongono delle condizioni ai prestiti elargiti. Si crea un circuito di pseudo solidarietà che nasconde lo strozzinaggio in cui gli stati più ricchi prestato denaro a tassi d’interesse più bassi rispetto a quelli di mercato. Il rovescio della medaglia è che, per garantire il risarcimento del prestito, lo stato indebitato deve dimostrarsi capace di ripagare il proprio debito e, per fare ciò, smantellare il proprio stato sociale. Oltre ai giudizi etici del singolo, che può valutare più o meno giusto dissanguare una popolazione per arricchire i banchieri, il punto cruciale è che fin quando si tratta di prestare soldi a Grecia, Irlanda o Portogallo, si parla di cifre piuttosto basse a livello macroeconomico. Altra cosa è salvare due paesi, Spagna e Italia che, messe insieme contano 100 milioni di abitanti. Ci vorrebbero molti più soldi di quelli fin qui utilizzati per i tre staterelli colpiti dalla crisi. Si profila un effetto domino poiché l’insolvenza Greca, i cui tasso d’interesse sui titoli decennali è al 30%, rischia, anche se si dovrebbe parlare più di certezza che di rischio, di coinvolgere tutti gli stati europei che le hanno prestato soldi. Ormai è chiaro che la Grecia non riuscirà a far fronte a un tale indebitamento e gli stati più fragili ne stanno pagano le conseguenze. La manovra finanziaria di venerdì è stata ritenuta sostanzialmente insufficiente per dare garanzie dell’annullamento del deficit in tempi brevi e della progressiva riduzione del debito. Servirebbero molti più sacrifici per allontanare gli speculatori dall’I’Italia: l’intera area Euro dovrebbe risultare capace di ripagare il proprio debito perché, fin quando uno stato sarà ritenuto debole, gli altri dovranno correre in suo soccorso e, così facendo si indebiteranno creando i presupposti diminuendo la loro credibilità di ripagare il debito. Questo stato di cose non muterà fino a quando le popolazioni europei non torneranno a controllare la propria moneta. Non è un caso che l’Economist valuti la possibilità che alcuni stati escano dall’Unione Monetaria.

Fonti: Ansa, Il Sole 24 Ore,Reuters,  Comedonchisciotte, The Economist

Fabio Conforto/DEApress

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