DEApress

Tuesday
May 05th
Text size
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Palestina e Palestina di "oggi"

E-mail Stampa PDF
Premessa:

Affrontare l’argomento della Palestina e del suo popolo comporterebbe la necessità di trattare in modo analitico tutta una serie di temi e di questioni specifiche, che possono essere così elencate:

-    Analisi e uso delle fonti di riferimento, come fattore di affidabilità delle informazioni fornite, ma anche come strumento di rimozione dell’attendibilità delle ricerche e degli studi effettuati dalla controparte palestinese.
-    Attenzione all’uso dei termini, perché fonte di un processo di rimozione del problema palestinese, oltre che di uso strumentale del diritto internazionale (vedi: Territori Palestinesi Occupati/Territori Contesi/Samaria e Giudea, OLP e ANP, Israele/Stato ebraico e democratico, Sionismo ed Ebraismo, Palestina storica e Palestina), con tutte le conseguenze relative.

Per comprendere poi il contesto attuale del problema israelo-palestinese sarebbe opportuno partire da una descrizione dello stato presente della situazione politico-territoriale alla luce delle:

-    proposte avanzate di recente dal governo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sulla costituzione di uno stato palestinese “temporaneo” e sulle prospettive future dell’area, già accettate dall’Amministrazione statunitense e sulle quali AP non si è ancora espressa in un modo chiaro e definitivo;
-    proposte della costituzione di uno Stato Palestinese, sovrano e indipendente, e sul suo riconoscimento internazionale, fatte proprie da varie forze palestinesi governative e non, ma non attuate per le conseguenze economiche e militari che si determinerebbero nella Palestina occupata.
-    Aspetti internazionali connessi al riconoscimento ufficiale da parte di Brasile, Argentina, Uruguai, Bolivia e altri di uno stato palestinese all’interno della Linea Verde e con capitale Gerusalemme Est.
-    Processo di “normalizzazione” in atto.
-    Proposta di cancellazione dell’ANP e con essa il rigetto palestinese degli Accordi di Oslo, con la ricostituzione di una OLP allargata a tutte le forze politiche per la ripresa di una lotta unitaria di liberazione dall’occupazione israeliana.

Si dovrebbero trattare le diverse aree della Palestina in relazione ai loro aspetti geografici e ai risvolti strutturali, politici ed economici che le caratterizzano e che influenzano le prospettive del loro futuro. In particolare, si potrebbero effettuare le seguenti aggregazioni:

a – La West Bank (o Cisgiordania), la Striscia di Gaza.
b – Il Massiccio Centrale palestinese, la Valle del Giordano, la regione del Mar Morto.
c – Le Aree A, B e C, come definite dagli Accordi di Oslo.
d – Gerusalemme Est e Ovest . Israele.

Alla luce di tali suddivisioni andrebbero analizzate le questioni e le controversie associate ai:

-    confini e ai valichi interni (check point) ed internazionali,
-    rapporti economici, sociali e politici esistenti tra città (Jenin, Tubas, Nablus, Tulkarem, Qalqiliya, Salfit, Ramallah, Gerusalemme Est, Betlemme, Jericho, Hebron, nella West Bank e Gaza City, Khan Younis, Rafah nella Striscia di Gaza) i villaggi e la campagna,
-    conseguenze connesse alla costituzione di aree chiuse tra Linea Verde e Muro, di aree militari chiuse, di zone per esercitazioni militati, di “buffer zone”, di parchi naturali e di aree archeologiche sotto il controllo israeliano,
-    delle colonie e degli avamposti - tutti illegali secondo il diritto internazionale – delle Bypass Road solo per ebrei e delle strade solo per palestinesi, dei tunnel.

Andrebbero descritte le conseguenze nel campo dello sviluppo interno alla West Bank e alla Striscia di Gaza, dovute all’uso, all’appropriazione e alla trasformazione dei territori, allo sfruttamento delle risorse naturali e all’inquinamento ambientale, dovute a:

-    lo stato di occupazione militare o di assedio dei territori,
-    l’ingerenza politico-finanziaria internazionale o la sua latitanza nei momenti cruciali e sui problemi essenziali.

E le ricadute che si sono determinate nel campo socio- politico- economico che hanno portato ad una  economia parassitaria, al ricatto politico, a lotte intestine e alla perdita dell’identità nazionale, con le relative ripercussioni nel campo delle:

-    attività industriali, artigianali e commerciali,
-    attività legate all’agricoltura,
-    attività inerenti al turismo,
-    istruzione di base ed universitaria (nazionale o estera),
-    formazione e della produzione culturale,
-    diritto a usufruire del servizio sanitario sia all’interno che all’esterno della Palestina,
-    trattamento dei traumi fisici e psichici a carico di bambini, giovani e vecchi, donne e uomini, determinati dalle violenze connesse allo stato di occupazione militare, alle aggressioni belliche, alla detenzione, alla tortura, aggravate dall’assenza quasi totale di una tutela sanitaria e legale.
-    Precarietà dell’esistenza e prospettive sul futuro.

Data l’impossibilità di trattare i vari argomenti indicati in modo analitico all’interno di questo contesto, spesso risulteranno variamente intercalati, associati e integrati nelle fasi successive dello sviluppo del tema.


Che cos’è la Palestina.

In primo luogo, con il termine di Palestina talvolta si vuole configurare una ben precisa realtà geografica, storica e culturale; tal’altra sta a rappresentare solo la sublimazione di un’aspirazione alla quale si vuol dar corpo e concretezza in un futuro non ben determinato. Infine, può essere un vocabolo rimosso o da cancellare, che potrebbe far riferimento ad un mondo che non deve essere più, sostituito da un’altra realtà che vuole essere la materializzazione di un progetto storico alieno al contesto mediorientale.

Si può parlare così di una “Palestina Storica”, da non confondersi con la Palestina attuale, altrimenti definita dalle Nazioni Unite con la denominazione di “Territori Palestinesi Occupati” (OPT), e considerata invece, da parte israeliana, come un insieme di “territori contesi” – Samaria e Giudea – che andrebbero a comporre, insieme al territorio riconosciuto dello stato di Israele, la “Eretz Yisrael”, la Terra di Israele  del mito sionista.

La “Palestina Storica” rappresenta il prodotto artificioso del pensiero politico coloniale europeo nato nella seconda metà del XIX secolo e messo in atto agli inizi del XX secolo, quando le potenze vittoriose dell’Impero Britannico e della Francia, contravvenendo ai principi sanciti dal presidente americano Woodrow Wilson, a conclusione della Prima Guerra Mondiale imposero la ripartizione del territorio arabo ex-ottomano in aree di distinta influenza sulle quali, successivamente, la Società delle Nazioni avrebbe attribuito loro una funzione mandataria.
L’accordo Sykos - Picot del 1917 aveva tracciato linee di confine tra nuovi stati che nulla avevano a che fare con la reale distribuzione delle popolazioni prevalentemente arabe che già abitavano quelle terre.
La Palestina, cosiddetta “Storica”, divenne così l’intero territorio dislocato lungo le coste del Mar Mediterraneo e delimitato da nord a sud dagli stati appena costituiti del Libano, della Siria, della Giordania e confinante a sud con l’Egitto.
Una parte considerevole della popolazione arabo-palestinese venne a ritrovarsi così sul versante esterno dei confini, mentre al loro interno rimasero alcune popolazioni transnazionali, come i drusi, i beduini, i circassi, gli ebrei e i samaritani, oltre ad altre minoranze variamente ripartite nel territorio.
I termini di “Palestina Storica” e di “Palestina Mandataria”, nella accezione storica più diffusa, sono venuti così a coincidere.

Furono invece le guerre che esplosero dopo il 15 maggio 1948, a seguito della dichiarazione unilaterale di indipendenza dello stato di Israele; le operazioni di “pulizia etnica” che precedettero e seguirono tale data – la Nakba – in patente violazione delle indicazioni espresse nella Risoluzione 181 delle Nazioni Unite del 1947; le successive guerre di Israele con gli stati arabi del 1967 – con la Naksa che ne derivò – e del 1973, che portarono alla trasformazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza nei “Territori Palestinesi Occupati”, “Contesi” per Israele.
In un secondo tempo, Il regno di Giordania e lo stato egiziano rinunciarono alla sovranità su questi territori, precedentemente soggetti alla loro sovranità,  perché divenissero patria di un futuro stato di Palestina.
La linea armistiziale del 1949, denominata successivamente “Linea Verde”, per distinguerla dalla “Linea Blu” sui confini non definiti con il Libano e dalla “Linea Rossa” lungo quelli con la Siria, venne ad assumere a livello internazionale la funzione di linea di demarcazione tra stato di Israele e Territori Occupati, anche se questa accezione non venne mai riconosciuta da Israele che continuò a considerare i territori acquisiti manu militari come costituenti la Samaria e la Giudea  della tradizione ebraica.
Neppure i successivi Accordi di Oslo I e II, rispettivamente del 1993 e del 1994, conseguenti alla Prima Intifada, valsero a modificare sostanzialmente questo stato di occupazione militare dei Territori Palestinesi, anche se, con la ripartizione dello stesso in Aree A, B, C, si cercò di definire una diversa attribuzione delle funzioni tra Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e le Forze di Difesa Israeliane (IDF) nella gestione amministrativa e militare delle Aree stesse.
Tutto ciò divenne ancor più evidente, dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin (1995) e l’insurrezione armata della 2° Intifada (2000), che portarono alla rioccupazione militare israeliana di tutte le Aree, A inclusa.
Anche la costruzione del Muro dell’Apartheid o Barriera di Separazione, tuttora in corso, non ha avuto altra funzione se non quella di accaparramento delle risorse naturali palestinesi, di rimozione di qualsiasi prospettiva socio-economica e di assoggettamento totale dell’occupato alle decisioni arbitrarie dell’occupante.
La possibilità che tale Barriera possa costituire nel futuro il confine tra due stati indipendenti, pur ventilata, in realtà è strumentale al graduale processo di colonizzazione di tutta la Cisgiordania o West Bank.
Basta osservare le carte geografiche israeliane o leggere gli ordini militari o le leggi promulgate dal parlamento, per avere la conferma che, per Israele, i Territori Palestinesi in quanto tali non esistono e mai ci saranno.

I Palestinesi: un popolo dai molti e diversi documenti di identità.

In questo contesto territoriale e storico la popolazione palestinese è costituita dai:
-    palestinesi del ’48,
-    palestinesi gerosolimitani,
-    palestinesi della West Bank (o Cisgiordania) e della Striscia di Gaza,
-    palestinesi profughi,
-    palestinesi della diaspora

a – I palestinesi del ’48 o Arabo-israeliani.

Dopo la proclamazione unilaterale di indipendenza dello stato di Israele del 1948, una minima parte della popolazione palestinese riuscì a rimanere in Israele, sopravvivendo ai massacri e alle espulsioni forzate operate dalle truppe dei contingenti ebraici durante il periodo della Nakba, che dal 1947 si estese fino al 1951.
Altri palestinesi, divenuti invece profughi in Libano o nei territori limitrofi soggetti alla sovranità giordana, non resistettero alla forza del richiamo delle loro case, dei campi e dei loro beni lasciati alle spalle nel tumulto della fuga e ritornarono clandestinamente, a rischio della vita, nei loro villaggi abbandonati per trovarvi solo le rovine di ciò che era loro appartenuto. Molti vennero uccisi, alcuni catturati, vennero nuovamente respinti oltre il confine. Solo una parte poté restare, spesso riacquistando dalle autorità occupanti le proprietà che una volta erano state loro.

Attualmente i palestinesi del ’48 vivono prevalentemente in città e paesi della Galilea, della regione centro-settentrionale di Israele, in particolar modo nell’area del triangolo caratterizzato dalle città di Haifa, Akko, Nazareth, Taibe e Umm al-Fahm. Per anni sono stati soggetti all’autorità di governatori militari, privi di diritti, talvolta anche in villaggi non-riconosciuti, mentre le loro terre venivano cedute a kibbutz o a moshav israeliani, o venivano trasformate in aree per esercitazioni militari, talaltra divenivano parchi naturali o archeologici.
Solo in seguito (1972) vennero riconosciuti come cittadini arabi dello stato di Israele. Come i cittadini ebrei di Israele, ottennero il diritto ad una rappresentanza parlamentare. Venne estesa loro la sanità pubblica, il diritto allo studio ed al lavoro. Poterono amministrare direttamente le località ove costituivano la maggioranza della popolazione. Ma non vennero accettati nel sindacato dei lavoratori, l’Histadrut, non poterono usufruire dei progetti di edilizia pubblica realizzati sulle terre a loro espropriate - la loro presenza venne dichiarata incompatibile con il carattere ebraico dell’insediamento. Il 93% dell’intero territorio dello stato di Israele, definito come “bene nazionale”, era stato riservato infatti ai soli “ebrei”. Le Amministrazioni delle loro città e villaggi non ricevettero i finanziamenti pubblici per la manutenzione e lo sviluppo urbanistico, per la gestione delle scuole, per le strutture degli ospedali, allo stesso modo delle corrispettive istituzioni ebraiche. Vennero esentati dall’obbligo del servizio militare – per motivi di sicurezza – e alla stessa stregua non poterono svolgere funzioni operative importanti negli organi dello stato di cui erano cittadini. Venne negato loro il diritto al ricongiungimento familiare con coniugi non residenti in Israele a differenza della popolazione ebraica che ne poteva usufruire ampiamente e senza alcun limite, se non quello dato dall’essere ebrei.

Al momento, i palestinesi del ’48 in Israele, pur rappresentando circa il 20% della popolazione dello stato (circa 1,3 milioni su un totale di circa 6,5 milioni abitanti) sono oggetto di provvedimenti istituzionali assurdi e di operazioni medianiche oltre che di manifestazioni popolari di natura decisamente razzista. Se, in varie occasioni, membri del parlamento hanno proposto l’espulsione dei rappresentanti arabi dalla Knesset, suggerendo anche modalità elettorali per rendere impossibile la loro eleggibilità; iniziative politiche e governative hanno proposto disegni di legge – come il giuramento di fedeltà allo stato “ebraico” di Israele – che porterebbero di certo alla perdita del diritto di cittadinanza, e conseguentemente di tutti gli altri, alla quasi totalità degli arabo-israeliani.
Non casualmente, esponenti politici e governativi ad alto livello, in svariate occasioni, hanno suggerito  meccanismi di rimozione forzata della popolazione araba presente in Israele - denominati “esodo volontario” e “scambi territoriali e di popolazione” - che avrebbero la funzione di portare alla totale ebraicità dello stato di Israele, che si sarebbe sentito minacciato dalla permanenza della loro presenza.
Parallelamente, organizzazioni rabbiniche ultraconservatrici stanno proponendo campagne volte alla non concessione in affitto di abitazioni a famiglie o a studenti arabo-israeliani, suggerendo alle donne ebree di non contrarre matrimonio con arabi e perfino di non lavorare per loro o negli stessi luoghi. Manifestazioni di massa stanno chiedendo l’espulsione da Israele di tutti i non-ebrei, quindi anche dei cittadini arabo-israeliani, in una esplosione di razzismo xenofobo che trova terreno più fertile negli strati economicamente più disagiati.


b – I palestinesi gerosolimitani o di Gerusalemme.

In questo contesto i palestinesi che vivono a Gerusalemme, e specie quelli che abitano nei quartieri della Gerusalemme Est, vengono ad acquisire una posizione più fluida, meno definita e stabile, dovuta all’attuale processo di ebraicizzazione della città che mette in discussione il loro status di “residenti”, qualcosa che è a mezza strada tra l’essere arabo-israeliano e palestinese dei Territori Occupati.

Dopo la conquista e l’occupazione anche della parte giordana di Gerusalemme verificatesi con guerra del 1967, Israele decise di dichiarare unilateralmente la città “capitale eterna ed indivisa dello stato di Israele” (1980) e tale decisione unilaterale è rimasta operativa fino ad oggi nonostante le Risoluzioni 476 e 478 delle Nazioni Unite, del 1980, con le quali veniva dichiarata la nullità dell’occupazione e poi dell’annessione di Gerusalemme a Israele.

A quel tempo, ai cittadini arabi della città, venne concesso lo status di “residenti”, che se da un lato non li rendeva equivalenti agli arabo-israeliani, pur tuttavia permetteva loro di usufruire di una maggiore libertà di movimento e maggiori vantaggi socio-sanitari a condizione di una loro presenza stabile nella città e dell’obbligo di pagare tasse maggiorate rispetto a quelle spettanti alla comunità ebraica.

Attualmente, invece, tutto viene rimesso in discussione. La tassazione viene resa insostenibile per le proprietà e per le attività economiche dei palestinesi. I permessi di edificabilità o di ristrutturazione vengono loro negati proditoriamente. Gli atti relativi al possesso degli stabili vengono spesso contestati. Atti di vendita falsificati o effettuati nella totale segretezza da proprietari impoveriti o impauriti, hanno portato all’esproprio di case nei quartieri arabi della città, con lo sfratto delle famiglie che le abitavano e la loro immediata sostituzione con famiglie di coloni ebrei ortodossi. Atti di esproprio, finalizzati alla costruzione di parchi archeologici pretestuosi o di colonie, stanno rendendo impossibile la vita agli abitanti palestinesi dei quartieri di Sheikh Jarrah, di Al-Silwan e di Al-Bustan nella Gerusalemme Est; mentre la costruzione del Muro ha reciso i legami che univano i palestinesi gerosolimitani alle loro proprietà nella West Bank o le attività economiche, i servizi sanitari, le scuole e l’università, siti entro la città, a coloro che si sono trovati all’improvviso al di là del muro e hanno perduto conseguente il diritto alla “residenza” in quanto trasformati automaticamente in arabi della Samaria e della Giudea.


c – I palestinesi dei Territori Occupati: Cisgiordania (o West Bank) e Striscia di Gaza.

La popolazione arabo-palestinese che risiede nei Territori Occupati, all’interno della Linea Verde del 1967, vive attualmente in una situazione di estrema precarietà per la sua dipendenza da una commistione di poteri e di autorità che spesso si contrappongono o si sovrappongono a seconda dell’evolversi degli avvenimenti.

Nei 5.860 kmq della West Bank attualmente ci sono circa 2,5 milioni di palestinesi (2.163.000) che abitano la regione a vario titolo. Ci sono  residenti le cui famiglie posseggono da secoli le terre  e gli edifici dai quali non si sono mai allontanati; ci sono persone e famiglie palestinesi non riconosciute ufficialmente, e quindi di fatto legalmente inesistenti, perché entrate in quelle contrade in tempi recenti o da decenni, ma che sono prive dei requisiti richiesti per ottenere il riconoscimento ufficiale da parte delle istituzioni dell’ANP – accettazione che a sua volta dipende esclusivamente dal governo israeliano e dalle norme legislative del suo parlamento. E infine ci sono i profughi, quei 177.000 rifugiati registrati che attualmente sono ammassati nei 19 campi di raccolta ove trovarono rifugio a suo tempo dopo la pulizia etnica messa in atto  dalle autorità militari israeliane prima nel 1948 e poi nel 1967. Questi agglomerati di umanità emarginata si sono integrati con difficoltà nelle realtà urbane accanto alle quali sono convissute fino a ora, mentre hanno conservato forti legami con le tradizioni familiari dei villaggi di provenienza, il cui ricordo è rimasto vivo nella memoria in attesa di un agognato ritorno ai luoghi di origine.

Nei soli 360 kmq della Striscia di Gaza, compressi in aree territoriali ad altissima densità, risiedono invece i 1,4 milioni circa di palestinesi, dei quali 479.000 rifugiati registrati concentrati in 8 campi profughi. Per tutti loro non si pone il problema della residenza, bensì quello della mobilità sia interna che quella volta all’esterno dei confini superarmati e blindati - avente per meta Israele o l’Egitto - soggetta dal 2007 a limitazioni fortemente selettive e pressoché insuperabili.

Le vicende storiche della Palestina hanno lasciato la loro impronta sulla cultura e sulla tradizione della popolazione che la abita, tanto da potersi riscontrare una certa disomogeneità tra la società palestinese della   West Bank e quella della Striscia di Gaza,  conseguente al fatto dell’essere stata assoggettata l’una al regno di Giordania, mentre l’altra allo stato egiziano, tanto che le passate norme amministrative e giuridiche, oltre che di costume, in alcuni casi sono rimaste ancora oggi in vigore.
Inoltre, gli ostacoli effettivi imposti da tutti i governi di Israele alla realizzazione di una continuità  tra le due entità territoriali, hanno impedito lo sviluppo di interscambi umani ed economici tra queste due parti della Palestina.

Dopo la Prima Intifada, del 1987, e gli Accordi di Oslo che ne conseguirono (1993-1994), la popolazione palestinese si trovò a vivere l’illusione di un abbozzo di stato nazionale amministrato da un’Autorità Nazionale Palestinese (AP). Presto fu però evidente che, mentre lo sviluppo degli insediamenti coloniali ebraici, impiantati a cominciare dal 1967 sui territori Palestinesi Occupati, non subiva alcuna effettiva interruzione, la suddivisione dell’intero territorio della Palestina in Aree a controllo differenziato ripartito tra l’AP e l’IDF,  contribuiva a rendere irreale ogni ipotesi di sovranità palestinese sulla propria terra, come pure irrealizzabile ogni speranza che l’occupazione militare israeliana giungesse a termine, venendo questa invece di fatto  rafforzata e istituzionalizzata dagli Accordi stessi.
Infatti, se la gestione civile e di sicurezza dell’Area A, era attribuita all’AP; nell’Area B, il controllo civile rimaneva palestinese, mentre quello della sicurezza veniva consegnato ad Israele, che otteneva anche il diritto al dominio totale sull’Area C. Nella Striscia di Gaza poi, a differenza della West Bank, il controllo del territorio veniva ripartito solo  tra le colonie israeliane e l’AP, per cui, fino al 2005, si ebbe il paradosso che una comunità costituita da circa 7.500 coloni ebrei fu di fatto padrona di 1/3 dell’intero territorio, mentre al 1,4 milione di palestinesi restavano i rimanenti 2/3.

Con il controllo su oltre il 60% dei Territori Palestinesi Occupati (che nella Valle del Giordano diventava il 95%) Israele poté assicurarsi l’occupazione militare delle terre della Palestina e il diritto alla gestione delle sue risorse naturali oltre al controllo di tutte le attività produttive locali. Mentre l’esercito israeliano aveva la possibilità di imporre la giurisdizione dei propri ordini militari , aventi funzioni di legge nei confronti dei palestinesi, nella West Bank (Samaria e Giudea) e nella Striscia di Gaza, lo stato di Israele veniva sgravato da eventuali impegni connessi alla legislazione internazionale – IV Convenzione di Ginevra – anche se mai riconosciuti dallo stato ebraico, scaricando conseguentemente l’onere del mantenimento della popolazione palestinese sulle spalle della comunità internazionale.

La Seconda Intifada, esplosa nel 2000 a seguito della proditoria “passeggiata sulla Spianata delle Moschee” di Ariel Sharon, mise in evidenza l’inconsistenza degli Accordi di Oslo. Infatti, anche se a livello ufficiale il governo israeliano si peritò dal rigettarli, dichiarandoli non più validi, fu l’IDF ad annullare di fatto ogni convenzione sottoscritta, in essi contenuta, operando la “rioccupazione”  manu militare di tutti i territori, Aree A incluse, la distruzione di tutti gli edifici istituzionali dell’AP (Mukata), la soppressione delle forze di sicurezza dell’AP e la repressione nel sangue di ogni forma di resistenza, l’imprigionamento illegale della popolazione civile e l’imposizione di ogni forma di blocco e di umiliazione.

I palestinesi della West Bank videro svanire nel fumo delle esplosioni e delle demolizioni il loro sogno di autonomia e la speranza di avere, un giorno, uno stato a riconoscimento della loro identità nazionale, mentre il mondo tutto, attonito, accettò che il diritto alla sicurezza di Israele, fosse ottenuto calpestando il diritto all’esistenza del popolo palestinese.

Da quel momento riprese, in un crescendo di sempre maggiore intensità, l’attuazione del progetto di pulizia etnica del territorio per la realizzazione della “Eretz Yisrael”.

In una prima fase, negli anni immediatamente successivi all’inizio della Seconda Intifada, prevalse l’azione devastante e repressiva dell’esercito di occupazione israeliano (IDF). Tutti i Territori vennero assoggettati all’autorità dei comandanti militari di area, all’illegalità dei loro ordini e all’arbitrio del comportamento degli ufficiali e della truppa dei reparti operativi, la cui attività – seppur responsabile di azioni criminali, contrarie al diritto internazionale e a quello umanitario – non erano sanzionabili da alcuna autorità, compresa quella internazionale.
Vennero distrutte sedi istituzionali dell’AP ed interi quartieri abitativi. I palazzi venivano fatti esplodere con o senza la presenza di civili al loro interno. Le città, da Jenin, al nord, ad Al Khalil (Hebron) a sud vennero bersagliate da bombardamenti che colpivano abitazioni di civili indifesi, con la motivazione di voler eliminare i centri della resistenza terroristica. Il coprifuoco venne applicato spesso e per periodi di lunga durata, durante i quali solo le organizzazioni di soccorso palestinesi e internazionali rischiarono la loro vita per portare medicine e cibi agli inermi e agli ammalati. La popolazione civile venne assoggettata a continue umiliazioni, a perquisizioni notturne, ad arresti privi di giustificazioni giuridiche, alla tortura. Alle armi dei militari israeliani si contrapposero prevalentemente le pietre dei giovani e i sassi dei bambini. La disponibilità di armi per la resistenza palestinese era pressoché inconsistente, specie se rapportata a quella dell’esercito di occupazione. Mezzi blindati e camionette presidiavano i centri delle città, spargendo attorno morte. Anche le ambulanze che trasportavano i feriti venivano bersagliate dalla mitraglia dei Merkava. Spesso i feriti morivano dissanguati laddove erano stati colpiti, perché veniva proibito di dar loro soccorso. Gli ospedali erano stati saccheggiati o resi inagibili o irraggiungibili. Le scuole devastate o occupate, trasformate in centri per interrogatori.
Ogni città venne presidiata dall’esercito, le strade dissestate o interrotte da cumuli di terra o da blocchi di cemento armato, che rendevano inutile il lavoro di ripristino compiuto dai volontari internazionali nel loro vano tentativo di rendere accessibili i campi e i villaggi agli agricoltori palestinesi e a tutti coloro che cercavano ancora di vivere una vita normale nella tragedia dell’occupazione .

L’imposizione di posti di blocco (checkpoint) fissi o volanti, più che svolgere una funzione di controllo del movimento della popolazione e di individuazione e arresto dei resistenti, serviva ad acuire la violenza dell’occupazione con l’interdizione immotivata del transito di uomini e mezzi, con la perquisizione e la sosta forzata per tempi prolungati, spesso di diverse ore, di tutti indiscriminatamente siano essi bambini, donne, vecchi, sani o ammalati.
La distruzione di molti laboratori artigianali, di opifici e di strutture industriali urbane, annullò rapidamente le fonti di reddito per una parte della popolazione; mentre un maggior numero di palestinesi, dipendendo dalle risorse di campi situati in Aree B e C e quindi soggetti all’amministrazione militare israeliana, videro decimata la produzione agricola e le risorse degli allevamenti. I frutti seccavano sugli alberi o non potevano essere raccolti e cadevano. Le merci prodotte trovavano difficoltà a giungere sui mercati e marcivano o deperivano. Per l’approvvigionamento di quanto necessario, i palestinesi si trovarono costretti a importare sempre più derrate da Israele.

Poi venne il Muro….la “barriera di difesa”, il “muro dell’apartheid”, la “barriera di separazione”, il “muro della vergogna”…..
Già progettato alla fine degli anni ’90 dal governo laburista israeliano, dal 2002 con Ariel Sharon primo ministro esso diventò una realtà. Una barriera costituita da un reticolato sulle colline o nelle vallate delle aree rurali, o da un muro di cemento di 8 metri circa di altezza, laddove s’incuneava dividendo nuclei urbani (Barta’a, Nizlat ‘Isa,..), villaggi o semplicemente abitazioni o aggirava assediando intere città (Qalqiliya), cominciò a snodarsi a partire dal nord, verso sud-est e verso sud-ovest, o da Gerusalemme per delimitare, espandendosi, la nuova area metropolitana.
Per far spazio alla realizzazione del “Muro”, vennero sequestrati terreni agricoli, recisi o sbarbicati interi oliveti, distrutte serre e frutteti, mentre interi mercati e aree commerciali vennero ridotte in cumuli di macerie o in cataste di lamiere informi.
Un profonda ferita nel paesaggio palestinese, larga decine di metri, cominciò a serpeggiare lungo i crinali delle colline recidendo condutture idriche e vie di comunicazione, separando i contadini dalle proprie terre, gli abitanti dalle proprie case, con un andamento apparentemente privo di senso, ma che in realtà era funzionale all’acquisizione di terre e risorse naturali a vantaggio delle colonie ebraiche e della loro espansione.
Con il “Muro”, nei Territori Palestinesi Occupati Israele introdusse le “Seam Zones” o “Closed areas behind the Barrier”,  aree interdette situate tra la Linea Verde e quella del “Muro” che, aggiungendosi alle “zone militari chiuse”, ai checkpoint e alle altre forme di prevaricazione, favorirono l’attuazione di una pulizia etnica ammantata dalla parvenza di una più accettabile  “emigrazione volontaria”.

Gli insediamenti coloniali penetrarono sempre più in profondità nel corpo del territorio palestinese e, sebbene fossero illegali sotto ogni aspetto secondo il diritto internazionale, si allargarono come amebe, si riprodussero, crearono zone di rispetto sotto il loro esclusivo controllo, oltre che strade di interconnessione riservate solo a loro, le Bypass Road. La West Bank si trasformò così in una ragnatela di vie non percorribili per i palestinesi, con ai nodi gli insediamenti o gli avamposti (outpost) coloniali situati per lo più “in cima alle colline”. I palestinesi si trovarono così non solo a dover percorrere lunghi tragitti per portarsi da un villaggio all’altro, o alla città, ma furono anche costretti a doversi proteggere e a difendere i propri beni dall’aggressività di coloni ebraici ultra-ortodossi che avevano fatto della violenza sui palestinesi una norma di comportamento quasi fosse un imperativo religioso. Per essi, infatti, pur provenendo in prevalenza da quartieri metropolitani statunitensi o da paesi dell’ex blocco sovietico, quel suolo era terra sacra sulla quale ricostruire la Eretz Yisrael di biblica memoria e ben sapevano di poter agire con la garanzia della totale impunità, indipendentemente dal crimine connesso nei confronti della popolazione araba locale al fine di mettere in atto un’operazione di pulizia etnica.

Nel 2004 morì Yasser Arafat. Al suo decesso per avvelenamento, del quale non fu mai rivelata la natura, contribuirono quasi certamente mandanti israeliani ed esecutori palestinesi, desiderosi di rendere possibile la loro scalata al potere con la eliminazione fisica dell’intralcio diversamente destituibile, “Mister Palestina”.
Ne seguì una fase di transizione durante la quale maturò l’ascesa di Abu Mazen (Mahmoud Abbas), personaggio di scarso rilievo politico nonostante ricoprisse la carica di presidente dell’OLP, ma sostenuto apertamente dall’Amministrazione statunitense, dall’Unione Europea e gradito a Israele che, nel contempo, sosteneva la mancanza di “interlocutori palestinesi credibili” con i quali giungere alla conclusione dei colloqui di pace in una condizione di fiducia e lealtà reciproca; applicava la “detenzione amministrativa” alla quale neppure le donne e i bambini restavano immuni e perpetuava in varia forma i blocchi al movimento dei palestinesi,  facendo precipitare ancor più la già povera economia palestinese.
Con il prosieguo della costruzione fisica del Muro, la “Barriera di Separazione” israeliana venne ad assumere sempre più le caratteristiche di un “Muro dell’Apartheid” eretto per proteggere l’espansione delle colonie e che, proprio per questo, separava le terre illegalmente espropriate ai legittimi proprietari palestinesi, ne espelleva gli abitanti, distruggeva le loro abitazioni, le coltivazioni di ulivi ed ogni altra risorsa economica che potesse essere una fonte di sostentamento o di reddito.
Nello stesso periodo, l’esercito di occupazione ripiegò in acquartieramenti posti a ridosso dei centri urbani palestinesi da dove poteva continuare a esercitare azioni di controllo e di repressione, intervenendo con operazioni letali rapide e sempre più mirate.
Sul versante della società civile israeliana si poté osservare un aumento della percezione dell’ingiustizia inflitta alla popolazione palestinese dei territori occupati tanto da determinare una crescita, seppur modesta, ma efficace, del numero delle persone e delle organizzazioni che intervenivano in solidarietà agli attivisti palestinesi e difendevano i diritti civili e sociali negati, operando direttamente nei territori fianco a fianco degli attivisti palestinesi.

Nella Striscia di Gaza, nel contempo, la conflittualità e l’attività di repressione  erano rimaste di basso livello dato l’alto numero delle colonie ebraiche distribuite sul territorio, rapportato all’esiguità dello stesso, e le necessità connesse alla loro permanenza e sviluppo, oltre che alla difesa della produttività specifica di ogni insediamento, agricola o industriale che fosse. La mobilità dei palestinesi entro la striscia litoranea  o quella diretta all’esterno trovava ostacoli in massima parte nelle strutture mirate alla “sicurezza” degli stanziamenti coloniali israeliani, mentre l’attività militare era impegnata principalmente nella eliminazione dei vertici dell’organizzazione di Hamas.
L’impoverimento delle falde idriche della Striscia e la loro contaminazione oltre alla sperequazione tra il numero dei coloni residenti da proteggere – circa 7.500 – e l’entità delle forze armate dispiegate per salvaguardarli – circa 20.000 – portarono il primo ministro Ariel Sharon ad optare, nel 2005, per un “disimpegno unilaterale” che avrebbe prodotto l’esodo forzato di tutti i coloni e il trasferimento di gran parte degli stessi in altre colonie, ma queste nella West Bank. Obiettivo abbastanza evidente di Sharon fu anche quello di rimandare sine die, con questa operazione, qualsiasi possibilità di affrontare il nodo non risolto degli accordi di pace tra Israele e l’ANP, sollecitati da più parti a livello internazionale.
Dopo che il “disimpegno” si concluse tra pianti e reazioni violente degli ebrei ultra-ortodossi, sulla popolazione palestinese della Striscia si abbatté la furia della vendetta israeliana. Venne praticata una vera e propria “punizione collettiva” a causa della quale le fasce dei più deboli, in particolar modo i bambini, furono costrette a vivere il terrore dei boati determinati dal superamento del muro del suono da parte degli aerei F15 o la paura degli elicotteri apache che lanciavano i loro missili destinati a colpire esponenti rappresentativi del movimento Hamas, ma che facevano spesso, per “effetto collaterale” un gran numero di morti innocenti. Mentre l’occupazione israeliana si trasferiva dall’interno all’esterno della Striscia di Gaza, la popolazione palestinese sperimentò sulla propria pelle la trasformazione del proprio status da quello di occupato a quello di assediato.

Se il 2005 fu l’anno delle elezioni presidenziali, con le quali Abu Mazen venne confermato ufficialmente a capo dell’Autorità Nazionale Palestinese, il 2006 fu invece l’anno delle elezioni politiche per il rinnovo del Consiglio Legislativo Palestinese (Parlamento).
Imprevedibilmente, almeno per l’entità della vittoria, queste portarono ad un rivolgimento della situazione politica il Palestina. L’elettorato, che vi partecipò numeroso sia nelle città che nelle zone rurali, nella West Bank come nella Striscia di Gaza e a Gerusalemme Est, espresse un giudizio inequivocabile di condanna della classe di potere legata al partito di Fatah, da sempre responsabile della storia della Palestina e dei palestinesi, e dette la propria preferenza all’organizzazione caritatevole islamica Hamas che, per la prima volta, si era presentata con lo status di partito politico.

La risposta internazionale all’esito delle libere e democratiche elezioni palestinesi non si fece attendere e fu rovinosa. Supini alle pressioni del governo israeliano gli Stati Uniti e l’Unione Europea si rifiutarono di riconoscere qualsiasi tipo di governo palestinese che fosse espressione della volontà popolare e che contenesse quindi rappresentati del partito vincente, cioè di Hamas. Oltre a ciò, non solo Israele si dimostrò ostile all’idea di consegnare al legittimo governo del primo ministro Ismail Hanyieh i proventi derivati dalla riscossione dei tributi spettanti all’Autorità Palestinese, ma anche i paesi occidentali optarono per la sospensione dei finanziamenti umanitari e di cooperazione recidendo in tal modo le fonti della rendita parassitaria dalle quali traevano sostento diretto o indiretto ampi strati della popolazione araba dei territori occupati, rendendo conseguentemente questa sempre più permeabile alle sollecitazioni e ai ricatti fino a essere causa della trasformazione di molti, da cittadini inermi e immiseriti, in collaborazionisti a favore dei Israele.

Nei mesi successivi, la Striscia di Gaza venne sottoposta a un succedersi di micidiali operazioni militari israeliane, dalla Summer Rains del 29 giugno, alla Squeezed Fruit dell’ottobre, alla Spring Clouds del novembre 2006 che causarono un elevato numero di morti tra la popolazione civile e che avevano tutte le caratteristiche di vere e proprie “punizioni collettive”, crimine questo condannato dal diritto internazionale.
Nella West Bank, invece, il partito di Fatah, sconfitto ma sostenuto dai paesi occidentali, rialzò la testa rinunciando a farsi da parte come richiesto dall’elettorato palestinese, e colse ogni occasione di scontro con Hamas per la riconquista del potere. Infatti, dato che neppure il governo di unità nazionale era riuscito a vincere le preclusioni imposte dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e da Israele, nonostante ad esso partecipassero tutti i partiti dello spettro politico palestinese, stante in carica il primo ministro Haniyeh, nel 2007, il presidente dell’ANP Abu Mazen assegnò a Salam Fayyad il compito di formare in breve tempo un governo “provvisorio” ben accetto all’Occidente.
Da allora i Territori Occupati Palestinesi hanno due governi distinti: uno “provvisorio e di emergenza” insediato a Ramallah sotto il controllo di Fatah, ed un secondo a Gaza a direzione Hamas.
Questa dicotomia si accentuò in modo drammatico, con conseguenze che ebbero ripercussioni su tutta la popolazione palestinese, in particolar modo dopo il tentativo dell’ex responsabile alla sicurezza Mohammad Dahlan di capovolgere il rapporto di forza esistente nella Striscia di Gaza utilizzando milizie armate finanziate da Fatah grazie al supporto della Giordania, di Israele e del Regno Unito. Nel giugno 2007, le milizie fedeli ad Hamas, sebbene numericamente inferiori, anticiparono le operazioni programmate da Dahlan e presero il controllo su tutta la Striscia di Gaza.

La divisione politica all’interno dei Territori Palestinesi Occupati in due aree distinte, geograficamente incomunicabili e ostili tra loro, si dimostrò funzionale alla politica di occupazione di Israele, mirante a esaurire il problema palestinese in una contrapposizione fratricida che avrebbe distolto l’attenzione dalle pratiche di pulizia etnica che avrebbero reso possibile l’annessione a Israele della maggior parte delle terre palestinesi riducendo al minimo tra i residenti la componente araba. Nel frattempo le due fazioni politiche palestinesi dominanti, ciascuna in un’area geografica distinta dall’altra, incapaci di giungere a un compromesso avrebbero continuato a mettere in atto iniziative di contrasto sempre più repressive nei confronti degli avversari considerati ormai più nemici da eliminare che oppositori con i quali dialogare per giungere ad una strategia comune di lotta contro l’occupante israeliano.

Favorita da questa rivalità, Israele continuò la sua prassi di violenza  e per prima cosa dichiarò Gaza “entità nemica”,  sottoponendola a un embargo  che ne mise rapidamente in ginocchio l’economia con il blocco all’accesso delle forniture necessarie all’attività industriale e il divieto all’esportazione di manufatti e di prodotti agricoli, unica fonte di reddito per la maggior parte della popolazione locale; quindi nel novembre 2007 la fece oggetto di una nuova operazione militare, l’Autumn Storm, i cui esiti letali come sempre colpirono prevalentemente la popolazione civile.

Questi ripetuti interventi delle forze armate vennero giustificati pretestuosamente dal governo israeliano adducendo di volta in volta motivazioni diverse. I bombardamenti e le invasioni del territorio della Striscia di Gaza rispondevano alla necessità di porre fine al lancio di razzi Qassem sulle località al di là delle frontiere; oppure avrebbero dovuto indurre la popolazione della Striscia a reagire ribellandosi all’egemonia politico-sociale di Hamas; infine rappresentavano un obbligo morale per giungere alla liberazione del caporale israeliano Gilad Shalit fatto prigioniero da un gruppo combattente di miliziani palestinesi durante una missione d’attacco alla base militare di Kerem Shalom.
Che le motivazioni addotte fossero solo dei pretesti, lo dimostrò proprio il fatto che, nonostante il lancio di numerosissimi razzi Qassem sui territori israeliani, le loro conseguenze in rapporto a morti, feriti e danneggiamenti prodotti furono di scarso rilievo e di certo sostanzialmente inferiori a quelli connessi agli “effetti collaterali” delle “esecuzioni extra-giudiziarie” portate a termine in “operazioni mirate” dai gruppi operativi israeliani nei confronti di veri o presunti militanti di Hamas.
Inoltre, al di là delle affermazioni di solidarietà e le minacce, il governo israeliano non si dimostrò mai realmente interessato alla liberazione di Gilad Shalit dal momento che si rifiutò di portare a termine le trattative con Hamas per lo scambio della sua vita con quella di prigionieri politici e civili imprigionati nelle carceri israeliane.
Se si considera poi l’ultima giustificazione, è un fatto ormai consolidato da un secolo di guerre, da quelle mondiali a quelle “regionali”, che nessun popolo è mai insorto contro chi lo governa a vario titolo a seguito di bombardamenti e massacri perpetrati nei suoi confronti da forze militari straniere, anzi proprio la violenza subita lo porterà a ricompattarsi per reagire ove possibile all’aggressione.

E’ invece assai più probabile che le forze armate e la dirigenza politica israeliana abbiano voluto vendicarsi della sconfitta subita nel luglio-agosto 2006 in Libano ad opera della resistenza Hezbollah (2° Guerra del Libano), e non solo, nonostante la sproporzione delle forze messe in campo, i mezzi e la potenza di fuoco disponibile, durante l’invasione dei territori del Libano a sud del fiume Litani, quando programmarono e scatenarono, tra il 28 dicembre 2008 e il 17 gennaio 2009, l’Operazione “Piombo Fuso” il cui immane strascico di sangue e di “effetti collaterali” è ormai noto a tutti. Anche in questo caso, quando cessò il fuoco delle armi e l’esercito israeliano si ritirò dai territori invasi, nessuno degli obiettivi prefissati ufficialmente risultò realizzato. Anzi il governo di Israele si trovò a dover reagire all’orrore prodotto nelle coscienze di tutto il mondo, ad affrontare le proteste ufficiali e a reagire, mentendo, agli esiti di un’indagine promossa dalle Nazioni Unite, la cui relazione finale – il rapporto Goldstone – mise in evidenza la pratica diffusa di una violenza ingiustificata, e i ripetuti crimini di guerra compiuti dall’esercito di Israele.

Dopo le elezioni del 2006, e ancor più dopo la presa di potere di Hamas nella Striscia di Gaza del giugno 2007, il popolo palestinese si trovò a dover affrontare un insieme di problematiche diverse, anche se tutte ugualmente drammatiche, in funzione dell’area geografica entro la quale erano relegati a vivere.

Nella Striscia di Gaza, ad esempio, la vita di tutti gli abitanti risultò condizionata in modo totalizzante dall’assedio imposto da Israele ai suoi territori e al sostegno che tale prassi ottenne in tutto il mondo occidentale, salvo qualche irrilevante esternazione di protesta.
In essa il problema essenziale fu – ed è tuttora – quello della sopravvivenza fisica, dell’approvvigionamento alimentare ed energetico quotidiano, della cura delle ferite fisiche e psichiche prodotte dall’intervento armato israeliano, del reperimento dei farmaci, dell’istruzione, del recupero di un lavoro per il sostentamento, essendo stata distrutta ogni infrastruttura produttiva industriale, difficoltose le pratiche agricole e pressoché nulle le risorse alimentari e finanziarie che ne sarebbero potute derivare, impedita la pesca sia per una riduzione arbitraria ed illegale della profondità delle acque utilizzabili prospicienti la costa di Gaza, sia per la scarsità del prodotto ittico presente anche per il grave inquinamento derivato dallo sversamento in mare delle acque di scolo non più refluibili in una rete fognaria distrutta e malfunzionante.

In questo contesto, gli aspetti politici connessi alla propensione di Hamas di estendere il suo controllo su ogni risvolto della vita collettiva sia esso morale, religioso, economico o di sicurezza, passarono in secondo piano. Tuttora continua la conflittualità di Hamas con tutte le altre forze politiche operanti localmente, dagli alqeidisti di Fatah al Islam, alla Jiyhad, a Fatah, alle frange del Fronte Popolare o di quello Democratico per la Liberazione della Palestina. La convivenza tra i musulmani e i residuali cristiani presenti nella Striscia non è più coesa come prima, ma le problematiche fondamentali restano quelle della sopravvivenza fisica di una popolazione che all’80% dipende dal sostegno umanitario internazionale.

Se tutta la Barriera di separazione con Israele risulta ormai insuperabile in quanto protetta oltre che da un muro anche da una “Buffer Zone”, la cui profondità varia dai 300 metri dichiarati ai 1000-1500 metri effettivi, all’interno della quale è vietata, pena la vita, qualsiasi attività da quella agricola a quella della raccolta delle macerie per il ricupero del cemento, anche la Barriera con l’Egitto è divenuta invalicabile, se non fosse per i tunnel che permettono la permanenza di un traffico commerciale di contrabbando con il paese confinante. La costruzione del muro di ferro che dovrebbe addentrarsi fino alla profondità di 20 metri sarà di certo causa di mutamenti ideologici e ambientali, ma non limiterà sicuramente un’attività come quella legata ai tunnel che resterà sempre altamente lucrosa, ma anche causa di un maggiore divario tra ricchi e poveri, a meno che il valico di Rafah non divenga più permeabile agli scambi di merci e di persone tra la Striscia di Gaza e l’Egitto.
La popolazione della Striscia di Gaza si trova a dover combattere così due gravi emergenze, legate l’una all’impossibilità di avviare la ricostruzione e il ripristino delle strutture abitative e funzionali dato il divieto israeliano di introdurre i materiali necessari alla realizzazione di tali opere, mentre l’altra dovuta al gravissimo inquinamento ambientale e delle falde idriche connesso ai recenti eventi bellici. Entrambe non sono risolvibili senza l’apertura dei valichi di frontiera e l’utilizzo delle comunicazioni marittime per il trasporto di materiali, strumentazioni e tecnologie essenziali a una ancora possibile inversione di tendenza. Ma il tempo a disposizione prima che la catastrofe sia irrecuperabile è estremamente breve.

Nonostante ciò non è da escludersi un prossimo ed ancor più tragico intervento militare israeliano, con il quale ogni limite precedente agli “effetti collaterali” prodotti sarà di gran lunga superato, dato che è ormai evidente che la Striscia di Gaza per Israele non è una zona abitata da esseri umani, bensì un’occasione per sperimentare nuove tecnologie, nuove armi, nuove modalità operative, al di là dell’umanamente consentito dal sentire comune e dal diritto internazionale, ma fonte primaria di reddito per la sua economia di guerra.

Nella West Bank, invece - nella biblica “Eretz Yisrael”- la popolazione locale si trova a dover subire un processo di “pulizia etnica” sempre più accentuato che si scontra più con le difficoltà connesse al reperimento degli ebrei necessari al ripopolamento delle terre occupate, che non con eventuali remore morali o politiche all’espulsione definitiva di tutta la popolazione arabo-palestinese, prima dall’attuale stato di Israele, poi da tutta la “Grande Israele”.

Nell’insieme questo processo si è sviluppato e sta tuttora proseguendo su strade diverse, ma convergenti per quanto riguarda il risultato finale di un progetto nel quale la “normalizzazione” della politica e della prassi di vita palestinese si coniuga senza grossi contrasti con la “pulizia etnica” degli abitanti dei Territori Occupati.

I finanziamenti e il sostegno politico internazionale fornito dai governi occidentali all’attuale governo Abu Mazen – Salam Fayyad hanno reso possibile la riorganizzazione funzionale di ministeri e di strutture istituzionali centrali e periferiche dell’Autorità Palestinese, con l’obiettivo di adeguarle agli standard internazionali, ma hanno creato pure una rete di potere clientelare, dalla quale dipende la distribuzione di incarichi, stipendi e prebende, in grado di imporre – anche con la forza – decisioni di politica interna ed estera anche se non condivisi dalla maggior parte della popolazione.
Dall’incremento del potere di Fatah nella West Bank ne è derivato un aumento delle attività investigative e repressive dei Servizi di Sicurezza dell’AP a carico degli enti caritatevoli sulle cui molteplici attività umanitarie si basa, da tempo, la forza di penetrazione dell’organizzazione di Hamas, al fine di reciderne le occasioni per svolgere azione di proselitismo, principalmente tra le masse più disagiate.
La ristrutturazione dei Servizi di Sicurezza dell’AP, addestrati e posti sotto il controllo e la direzione operativa del generale statunitense Kheitel Dayton, ne ha modificato la funzione originaria e ne ha trasformato le mansioni imponendo compiti nei quali l’attività di repressione nei confronti degli attivisti veri o presunti di organizzazioni politiche non governative di resistenza all’occupazione si coniuga con l’obiettivo di fondo di garantire la sicurezza di Israele.
Quanto più si sono venute ampliando le occasioni di collaborazione tra le istituzioni palestinesi e quelle israeliane, tanto più si è diffusa tra la popolazione palestinese la percezione di un sentimento di insicurezza, di diffidenza, di sconcerto, se non di paura che ha favorito la sua estraniazione dalla dinamica politica, il suo rinserrarsi dietro parametri comportamentali opportunistico - qualunquistici , con il suo conseguente abbandono di quei valori fondativi della “causa palestinese” connessi alla difesa dell’identità nazionale, alla libertà, all’autodeterminazione e al progresso sociale che erano incarnati dall’OLP.

Solo i recenti avvenimenti che, dalla Tunisia si sono allargati a tutto il Maghreb  e al Mashreb, dal Marocco agli Stati del Golfo, dove l’onda delle rivendicazioni di libertà, di diritti civili e di giustizia sociale ha travolto o messo in discussione leadership pressoché assolute, hanno risvegliato anche nei palestinesi – specie tra i giovani – il desiderio del superamento di steccati obsoleti imposti dagli schieramenti politici contrapposti, alla ricerca di una nuova unità che, azzerando l’esperienza derivata dagli Accordi di Oslo, sia in grado di rivitalizzare la lotta per la libertà dall’occupazione esterna e dal privilegio interno.

Sull’altro versante, rassicurato dalla debolezza del governo dell’AP e dalla sua disponibilità a collaborare con l’assunzione di posizioni sempre più rinunciatarie – o “realistiche” – Israele ha utilizzato anche l’occasione di pretestuosi “colloqui di pace”, garantiti e finanziati dai paesi occidentali, per gettare sempre più discredito sulle istituzioni palestinesi vantandone la loro “inaffidabilità”, senza però dimenticare di porre nel contempo preclusioni indiscutibili alle trattative e pretese finali tali da risultare non solo sgradite, ma addirittura  inaccettabili per la maggioranza della popolazione palestinese. E’ però evidente quanto tutto questo meccanismo di “stop and go” delle trattative di pace sia funzionale alle politiche di “pulizia etnica” messe in campo dal governo israeliano, in quanto gli forniscono il tempo utile e necessario per portare avanti, in Israele, quei progetti di legge discriminatori e razzisti che determinerebbero l’espulsione della popolazione arabo-israeliana e al suo trasferimento al di fuori dello stato ebraico. Mentre, nei Territori Occupati della West Bank – così come a Gerusalemme –aumenterebbero il processo di ebraicizzazione, favorito dall’espansione dimensionale e numerica delle colonie e dalla creazione delle infrastrutture che  permetterebbero l’assunzione e la conferma del pieno controllo su tutti i territori, riducendo la presenza della popolazione locale palestinese ad un fattore demografico controllato e irrilevante, privo di identità, perché ormai privo di potere, espropriato dei mezzi di produzione e quindi delle possibilità di auto-sostentamento.

Tutto ciò sta avvenendo nella totale abulia dei governi occidentali, indifferenti ormai, se non conniventi, nei confronti delle continue e plateali violazioni del diritto internazionale, del quale paradossalmente lo stesso stato di Israele si dichiara garante.
Nel mentre, la resistenza palestinese, da tempo non più di casa negli uffici ristrutturati dell’Autorità Nazionale, ha trovato incerto rifugio nei villaggi violati dall’aggressione dei coloni e dalla rapina delle terre nella Valle del Giordano e, in particolar modo, all’interno dei bordi della Linea Verde dove la linea di confine è stata riplasmata dallo sfregio del “Muro di separazione” che si appropria con la violenza del diritto altrui.
Per reagire agli episodi di sopraffazione con i quali giorno e notte l’esercito israeliano rende insostenibile la vita  della popolazione locale per costringerla a un “esodo volontario”, gente di ogni età dei villaggi di Bil’in, Ni’lin, al Wallaja, Abud, Nabi Saleh - per citare alcuni dei casi più noti - con il concorso di cittadini israeliani e di attivisti internazionali, da anni affronta i fumi dei gas lacrimogeni, le detonazioni delle granate assordanti e perfino le pallottole in quella che viene considerata una “lotta non violenta” per la difesa di diritti universali negati.

Per cancellare il diritto di un popolo a vivere su una terra della quale ci si vuole appropriare, occorre cancellarne, insieme all’esistenza fisica, anche tutti quegli elementi della sua storia e della sua cultura che sono impressi nel paesaggio. Colline e vallate sono devastate per far posto a realizzazioni urbanistiche abnormi e non correlate con l’ambiente naturale. Strade e autostrade, insieme a gallerie e al “Muro”, spianano, trapanano, spogliano la prospettiva dei colori e dei disegni della vegetazione cresciuta da secoli di cure sollecite. La tradizionale vegetazione mediorientale viene sostituita da alberi e boschi più consoni a paesi nord europei. Le classiche architetture delle abitazioni ottomane scompaiono dalle case dei villaggi e delle città, demolite o fatte esplodere, per essere sostituite dalla monotona e impersonale linearità ripetitiva degli agglomerati delle colonie o della sperimentazione speculativa immobiliare. Le tombe e i cimiteri, anche quelli monumentali, dissacrati e i terreni attribuiti ad altro uso. Interi villaggi palestinesi scompaiono, come pure gli insediamenti beduini, per lasciare il posto a parchi naturali o luoghi di svago, a serre per culture intensive o fabbriche inquinanti. Persino la toponomastica viene modificata con la sostituzione dei tradizionali nomi arabi con altri nuovi, ebraici.

Non è necessario perciò varare leggi che impediscano la residenza a decine di migliaia di palestinesi, disconoscendone i loro diritti ad abitare sulle terre dei loro padri per molte generazioni. Non è indispensabile togliere loro il tetto sotto il quale vivere, i campi da coltivare o i pascoli sui quali portare le greggi, l’acqua da bere e l’aria da respirare. Non è obbligatorio impedire loro di dormire, di giocare, di ridere, di sognare un sogno possibile in una prigione di mura, reticolati, cancelli, posti di blocco. Non è essenziale opprimerli e umiliarli con il far provare loro – non più esseri umani - di valere meno dell’animale che li trasporta o della pianta che dà loro il frutto.
Basta farli sentire estranei in un mondo che non sentono più loro, nel quale non si possono più riconoscere!

Quale migliore riprova di questo assunto se non la proposta sul futuro dell’area avanzata dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu all’amministrazione Obama e da questa accolta, o il monito statunitense ai negoziatori palestinesi per la realizzazione di un accordo di “pace”?
Quale stato palestinese? Forse un aborto di “stato temporaneo” per la durata di 15 anni che non abbia confini orientali con la Giordania – perché attribuiti a Israele – mentre quelli orientali rappresentati dal “Muro” e dalla sua eventuale ridisposizione per permettere l’annessione di terre e colonie a forte densità abitativa ebraica. Uno “stato” che concede l’affitto quarantennale dell’intera Valle del Giordano a Israele e che conserva al suo interno colonie e distaccamenti militari israeliani a controllo del territorio e delle maggiori realtà urbane. Uno “stato” che non è sovrano delle risorse naturali distribuite sul proprio territorio e che quindi non ha il diritto di disporne liberamente ai propri fini. Uno stato che non prevede continuità al suo interno se non tramite viadotti controllati e tunnel, e dove le due aree della West Bank e della Striscia di Gaza restano separate e non comunicanti.
Uno “stato” per la realizzazione del quale la Linea Verde del 1967 non viene ad assumere alcun valore vincolante nella definizione delle frontiere e dove non ha senso parlare di Gerusalemme Est come capitale palestinese, essendo stata completamente ebraicizzata e attribuita totalmente e per sempre a Israele.

E dei profughi palestinesi che vivono in Giordania, in Libano, in Siria o che sono sparsi in tutto il mondo, che farne? Basta continuare a non riconoscerne l’esistenza!

APPENDICE

Carta d’identità israeliana per gli arabo-israeliani: carta con copertina blu che, tra le altre cose, fino al 2005 conteneva l’indicazione della nazionalità (ebraica, araba, drusa, circassa) oggi sostituita dalla religione (ebraica, musulmana). Per gli ebrei ci sono i dati temporali espressi anche secondo il calendario ebraico.

Carta d’identità dei palestinesi gerosolimitani: documento con copertina plastificata blu nel quale è indicata la nazionalità (araba). Ha valore di residenza, ma non di cittadinanza. La cittadinanza viene indicata solo per chi è in possesso di passaporto giordano. Permette di usufruire dei servizi assicurativi, assistenziali e scolastici israeliani. Decade automaticamente dopo la permanenza di 7 anni fuori da Gerusalemme. Permette l’ingresso nella West Bank.

Carta d’identità dei palestinesi della West Bank e della Striscia di Gaza: documento con copertina plastificata in arancio, se rilasciata dall’Amministrazione Civile della Giudea e Samaria e scritta in ebraico. Oppure documento d’identità con copertina plastificata in verde, se rilasciata dall’Autorità Nazionale Palestinese ed è scritta in arabo. Entrambe indicano la cittadinanza palestinese. Sono rilasciate dopo decisione del casellario di Israele. Non autorizzano l’ingresso né in Israele e neppure a Gerusalemme.

I profughi palestinesi.

I residenti in Libano, data l’impossibilità di poter applicare i principi di reciprocità per la mancanza di uno stato palestinese, non hanno documenti di identità e sono in possesso solo di un lasciapassare quinquennale rinnovabile. Sono privi dei diritti civili.
Ai residenti in Giordania  provenienti dalla West Bank è stata concessa una carta d’identità gialla che comporta il diritto alla cittadinanza. Ne fanno eccezione i profughi provenienti dalla Striscia di Gaza. A migliaia di profughi è stata revocata la cittadinanza per evitare che la permanenza da temporanea divenisse definitiva. La cittadinanza non comporta però pieno godimento del diritto al voto e al lavoro.
Ai profughi rifugiati in Siria è stata concessa una carta d’identità personale che permette di fruire di tutti i diritti: alla salute, al lavoro, all’istruzione e alla mobilità, ma non quello alla cittadinanza.

Firenze 18 marzo 2011                                                                                                        

P.S. …….e poi, nei primi mesi del 2011, nei paesi arabi del maghreb e del mashrek sono esplose le rivolte popolari contro i governi autoritari – talvolta anche assoluti – al potere. A partire dalla Tunisia le proteste hanno infuocato e bagnato di sangue le piazze dall’Egitto allo Yemen, dall’Algeria alla Giordania, dal Marocco agli Stati del Golfo – Barhain in testa – passando per la Libia e la Siria. Una guerra “disumanitaria”, imposta dall’Occidente, è iniziata e sta proseguendo nei suoi tragici e irrimediabili sviluppi in Libia.
Anche in Palestina i giovani sono insorti, sospinti da un comune desiderio di rinnovamento e da un’esigenza profondamente sentita, al di là di ogni appartenenza politica o confessionale, di dare un senso unitario alla lotta nazionale contro l’occupazione militare israeliana e per la costituzione di uno stato palestinese libero e indipendente con Gerusalemme Est come capitale. I giovani palestinesi del movimento del 15 marzo si sono ribellati al perdurare della guerra fratricida tra un Fatah e un Hamas, ciascuno arroccato nella difesa dei privilegi connessi al potere acquisito e imposto nella West Bank e a Gaza. Ma, se da un lato la loro pressione è stata una delle cause che hanno portato agli accordi del Cairo tra Hamas e Fatah, alla decisione di indire nuove elezioni per il rinnovo del Consiglio Legislativo Palestinese e del Governo dell’ANP e di proporre alle Nazioni Unite il riconoscimento internazionale dell’esistenza di uno Stato Palestinese, dall’altro essi non hanno alcuna possibilità di risolvere le incertezze connesse con l’atteggiamento intransigente del governo israeliano di Benjamin Netanyahu che si può esplicare sia sul piano della diplomazia internazionale, sia su quello interno nei territori abitati dai palestinesi con una recrudescenza delle misure restrittive, l’applicazione di norme vecchie e nuove di carattere espulsivo, lo strangolamento finanziario ed economico dei Territori Occupati, fino ad una potenziale nuova reazione militare violenta, finalizzata allo stravolgimento definitivo dell’intero assetto geo-politico del Medio Oriente che comporterebbe la cancellazione della Palestina come entità nazionale, culturale e storica.
mariano mingarelli

Di
Mariano Mingarelli

Share

 

Concorsi & Festival

https://zonadiguerra.ch/

Ultime Nove

Silvana Grippi . 05 Maggio 2026
FESTIVAL MEDIAMIX   PARTERRE - SALA MARMI (PIAZZA DELLA LIBERTA' - FIRENZE) GALLERIA D.E.A.  con la collaborazione del Comune di Firenze Q,2      Primo laboratorio creativo dal 27 al 30 maggio 2026 -...
DEAPRESS . 05 Maggio 2026
Segnaliamo la mostra personale dell'artista Rachele Deborah Materiale dal titolo "Il filo conduttore - L'essenza del legame".L'esposizione, curata dall'Associazione Borgo Accogliente, sarà ospitata nella suggestiva cornice del Monacato di Villa Euche...
DEAPRESS . 04 Maggio 2026
Ogni mio lavoro ha la sua genesi nel sentimento ispirato a temi e realtà attuali e scomode e si sviluppa e si dipana su tela come un racconto. Nasce una decina di anni fa come racconto rassicurante del “villaggio dell’uomo”, delle sue ...
Fabrizio Cucchi . 01 Maggio 2026
Presentazione del libro: "Neanche un filo d'erba. Socioanalisi narrativa di un carcere minorile". Venerdì 8 maggio alla Comunità di base delle Piagge.  
DEAPRESS . 01 Maggio 2026
In mezzo a due delle celebrazioni più importanti del calendario civile del nostro Paese, esce il nuovo numero di “Dialoghi Mediterranei” che dall’attualità muove per ragionare, discutere, dialogare. Viviamo dentro una grande frattura che lacera il te...
DEAPRESS . 30 Aprile 2026
Fantasia è un film del 1940 diretto da registi vari. È un film d'animazione americano prodotto da Walt Disney e distribuito dalla Walt Disney Productions. È il terzo Classico Disney.   &...
Silvio Terenzi . 29 Aprile 2026
Patrizia De Benedictis“Veleno nel cuore” Tra le pieghe di una città che non fa sconti e dentro le crepe di esistenze sospese tra caduta e riscatto: eccolo il nuovo racconto di Patrizia De Benedictis. Si intitola ;“Veleno nel cuore”... muovendosi...
Silvana Grippi . 29 Aprile 2026
           "Ogni opera di Coccioli ha un senso metafisico che spazia tra il reale e l'irreale proponendo alternanza tra visione e surrealismo. Una passione artistica nata durante il suo percosso progettuale e lavo...
DEAPRESS . 29 Aprile 2026
DEA CORSI  VIA ALFANI 65/R - FIRENZE WWW.DEAPRESS.COM Email redazione@deapress.com   4 Incontri dalle ore 17.00 alle 18.00 (giorno della settimana da stabilire) Acquerelloterapia Scrivi il tuo libro Scrittura immagnifica Crea il ...

Galleria DEA su YouTube