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Rivoglio il mio pallone

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Fa sempre un certo effetto ritornare con la memoria ai bei tempi andati ormai. Non fosse altro per il fatto che  trattasi di operazione che permette di rivedere, ricostruire, analizzare. E perché no anche confrontare. Il mai troppo compianto Mario Luzi sosteneva che siamo quello che ricordiamo,che il racconto è ricordo ed il ricordo è vivere. Ebbene, con stupefacente lucidità ricordo, per esempio, quando da giovincello subito dopo la scuola mi fiondavo per le viuzze un po’ malandate del mio paese alla ricerca dei miei amici. Di un po’ di spazio libero. Bastava poco. Quattro cassette di legno per delimitare le due porte, un pallone, anche bucato. Anche di tela. Non importava. Si doveva giocare. Ma quasi sempre il gioco finiva presto, perché troppo presto o troppo tardi era l’ora in cui ci riversavamo per le strade. Per alcuni abitanti del quartiere o era l’ora della pennichella oppure il momento del telegiornale che, rigorosamente doveva essere guardato sguaiati in poltrona. Quindi spesso (sempre) capitava che il disturbato di turno, ora una vecchia signora ora un pigro pensionato, scendesse in strada. Ma non per prendere parte al divertimento. Con fare minaccioso piombava tra noi indifesi, sfracassava le cassette si impadroniva del pallone e,se andava bene lo bucava, lo avremmo sempre potuto riutilizzare, se andava male sarebbe divenuto prezioso tesoro da custodire nella sua alcova. Era quello il momento più brutto della giornata. Vi era chi si lamentava, chi lanciava frasi ingiuriose contro il ladro di turno, tranne poi darsela a gambe quando quest’ultimo magari si era svegliato con la luna storta e allora dalle parole avrebbe fatto presto a passare all’azione. Ci avevano rubato qualcosa. Ci sentivamo detratti di un bene fondamentale. Ciò che serviva e bastava per ritornare a casa con il sorriso. Anche se con qualche ferita di troppo. E allora o si cambiava posto o si ritornava mesti mesti tra le quattro mura domestiche. Ebbene quella stessa sensazione mi riaffiora oggi dopo tanti anni. Qualcosa di difficile spiegazione, perché mi travolge con un mix di sentimenti che vanno dall’angoscia alla speranza. Dalla rabbia alla consolazione. Mille sfumature. Un po’ come i colori delle strade sui cui giocavamo e dei nostri animi quando il gioco era finito. Questo è quello che ho provato quando, giorni fa aprendo i giornali ho iniziato a seguire con attenzione la vicenda ed i fatti che interessano il mondo universitario. Probabilmente è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Che in qualche modo ha spalancato le porte all’indignazione. Ci stanno rubando il futuro. Forse già ce lo hanno rubato da un bel po’. In un bellissimo articolo apparso giorni fa su Il riformista Giampaolo Pansa sostiene che gli studenti stiano scendendo in piazza, quasi per disperazione. Perché hanno compreso che la scuola non gli garantirà più un futuro. “Vedono il buio davanti a sé e sono disperati. Però non sanno respingere i pifferai che li portano a spasso. Hanno capito che soltanto pochi avranno un avvenire professionale sicuro. Per questo provano una rabbia prima sconosciuta. La rabbia di chi non scorge una via d'uscita. Oggi si rivoltano contro il centrodestra. Domani lo faranno contro il centrosinistra. Perché la politica che adesso li usa, prima o poi, li mollerà. E gli dirà di tornare alle loro scuole di carta, ai loro inutili studi. È questo il pericolo vero che si annida nel caos di oggi”. Come dire che siamo alla frutta. Ma questa è solo la punta di un iceberg attivo da anni, e che ora più che mai inizia a seminare danni irreparabili. Probabilmente i giovani di oggi rappresenteranno la prima generazione, dal secondo dopo guerra, a non aver la possibilità di salire nella scala sociale. Nessuna possibilità di crescita. Quanti ingegnere, avvocati, stimati professionisti di oggi erano e sono figli di umili agricoltori o braccianti di ieri !?! Oggi e domani tutto questo non sarà più possibile. Sopraffati da una politica che negli ultimi decenni ha inteso solo occupare e guadagnare posizioni di potere. Anche se poi guadagnare è un termine che mi suono alquanto offensivo, soprattutto nei confronti di chi esce di casa che è ancora buio e torna che è già buio. Soffocati dai costi di una politica che ci vorrebbero tre nazioni europee per equipararli. Piegati da una classe dirigente che non riesce a guardare al di là dell’arrivismo e del guadagno economico. Da un individualismo e un egoismo senza eguali. Da politiche sfrenatamente liberiste che hanno portato al collasso dell’intero sistema economico globale. Con ricadute, e da qui ad un anno è plausibile pensare che siano sempre più gravi, sull’ economia reale. Questo vorrà dire che anche uscire di casa per fare la spesa diventerà un problema. Violentati da speculatori finanziari che indegnamente hanno giocato sui problemi e le necessità concrete di milioni di persone. Creando le così dette bolle finanziare. Erano e sono tali perché nel loro interno c’ era solo area. Non soldi. Quelli erano virtuali. Presi in giro da chi ha mandato al lastrico centinaia di famiglie mentre nel frattempo si godeva il sole di Copacabana, o brindava con ostriche e champagne. Umiliati da chi predica bene e razzola male. Da chi ha promesso futuro e sviluppo, rose e fiori. Da chi crea atenei e corsi di laurea senza ne capo ne coda. Da chi permette lo sfruttamento del lavoro. Quando c’è.

No. Non è questo quello che pensavo. Non è questo quello che speravo. E’ come se mi fossi svegliato da un brutto sogno. Forse davvero bisogna toccare il fondo per risalire. Ma io rivoglio il mio pallone. Anche bucato. Non facciamoci fregare. Di nuovo.

 

Simone Grasso
 

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 12 Gennaio 2010 17:00 )  

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