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Una scossa al doppio volto dell'Italia

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Offeso. Indignato. Eventi come la tragedia che sta colpendo in queste ore la popolazione abruzzese fanno sempre pensare. Al di là di quelli che possono essere i sentimenti di umano dispiacere e fraterna solidarietà. Sono, questi, palpiti e gemiti che appartengono al singolo e che, ritengo, al singolo debbano restare, evitando inutili e faziose forme di spettacolarizzazione degli stessi. Per questo mi sento indignato di fronte a talune forme di esaltazione della notizia “terremoto” declinata in termini di share. Di audience. Si veda l’edizione delle ore 13.30 del TG1, dove la giornalista Susanna Petruni  con italica nonchalance non ha mancato di sottolineare la preferenza degli italiani per la programmazione giornalistica della prima rete in riferimento a questo evento. Con tanto di evidenze statistiche alla mano. Mi sento indignato da chi, sull‘onda dell’emotività  o dell’entusiasmo non perde tempo ad esaltare una presunta italianità, che esce fuori sempre nelle tristi occasioni. Solo nelle tristi occasioni. Ci si sciacqua la bocca di belle parole, di forme esaltate di solidarietà. Ma quando? Ma come? Mi sento indignato di fronte a chi negli stadi è pronto a dare libero sfogo alla propria limitatezza, nei confronti di popolazioni già colpite da siffatta tragedia, al grido di“terremotati” tranne poi fare qualche passo indietro ma, passata la tempesta, qualcuno in più in avanti. Rimango perplesso quando mi si chiede di innalzarla agli onori degli altari, questa italianità, con tutti gli ingredienti previsti  e, soprattutto, dopo aver visto e vissuto in prima persona questi episodi. Faceva male andare allo stadio e sentire queste grida, e, si badi bene, ciò accadeva soprattutto in trasferta, tra la protezione delle mura amiche. Ma guarda un pò. Episodi sporadici, gruppi isolati, non si può generalizzare. Almeno così impone il politically correct . Bisogna dire così. Ma non è affatto così. Perché questo buonismo esasperato è proprio quello che ci porta a commuoverci, a piangere, ad essere solidali quando accadono calamità naturali, ma, d’altra parte, ci porta all’indifferenza, alla non curanza nei confronti di fenomeni esogeni. La mafia, per esempio. Forse il più grosso problema italiano, nelle sue molteplici sfaccettature. Certo, si potrebbe obiettare che è un problema troppo grosso, o che con essa bisognerà imparare a convivere, come sostenuto tempo fada un rappresentante della politica italiana. Troppo grosso per risolverlo, per essere solidali (solo le parole non contano) per cercare di ricostruire e rifondare la società civile così come si ricostruiscono le zone terremotate. Ma lo capisco, non conviene. Rimango perplesso, di fronte a chi rimane perplesso di fronte a chi rimane perplesso per l’arretratezza culturale che ha portato a costruire laddove non si poteva e come non si doveva. Catastrofi naturali, si dice. Ma mi chiedo come faccia la natura ad ammassare casamenti, che sono anche un pugno nello stomaco, sulle pendici del Vesuvio. Forse è vero, come sostiene qualcuno, che in Italia la situazione è sempre grave ma non è mai seria. Forse è per questo che tragedie e vicissitudini viaggiano a braccetto con le conseguenti denigrazioni ed accuse politiche alle controparti. Forse è anche per questo, che è sinonimo di superficialità e sufficienza, che siamo uno dei pochi Paesi dove prevenire non è meglio che curare. Perché quel “mai più” pronunciato dopo il medesimo evento che colpì San Giuliano di Puglia stranamente non si è avverato. Non sarà mica che  da allora (sono passati 7 anni)  le nuove regole in materia edilizia non avevano ancora trovato attuazione, passando e ripassando dalle stanze dalle politica? La perplessità aumenta. Soprattutto se si va a sbirciare la proposta edilizia fatta dal governo alle Regioni un po’ di tempo fa e ci si accorge che l’articolo sei, ora soppresso, si intitolava “Semplificazioni in materia antisismica”. Eccolo qui. Il doppio volto dell’Italia.

Non è cinismo. Anzi, il suocontrario. Ben intenso non ho nulla contro la solidarietà, ci mancherebbe. Lungi da me. Anzi, proprio azioni del genere hanno permesso alla gente d’Irpinia e a quella umbra,tanto per citare due esempi del recente passato, di rialzarsi e riprendere a camminare. E da irpino non posso che ringraziare vivamente e sostenere la solidarietà come principio. Ma, diceva Totò, è sul come che nasce l’inghippo. E allora non mi torna e proprio non capisco il solidarismo a puntate, a giorni alterni. O quello sbattuto in prima pagina e in prima serata. Chi si sente italiano solo allo stadio o solo in circostanze in cui, come questa, non si può non fare altrimenti. Siamo pur sempre esseri umani pensanti, coscienti e con un’anima.Non capisco l’italianità che, come i funghi, esce solo in certe condizioni ed in certi momenti dell’anno.Se teatrino è questo mondo, che lo sia sempre. Senza giorni di chiusura. Senza  sciatterie. Con serietà e metodico senso di responsabilità. Sempre. Ne andrebbe della nostra credibilità e del nostro futuro. Giriamo il cartello, non più chiusi per ferie. Non più  bazzecole,quisquilie e pinzillachere. Allora si che inizierò a capire. Da italiano. Per fortuna, o purtroppo, lo sono.

 Simone Grasso

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 08 Aprile 2009 15:33 )  

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