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Quello che non si doveva dire

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Da qualche giorno ho ripreso in mano un libro che non leggevo da diverso tempo e che continua ad emozionarmi e a regalarmi qualche spunto di riflessione.
Si tratta di “Quello che non si doveva dire” del mai troppo compianto Enzo Biagi, un viaggio attraverso i temi dell’attualità, una sorta di rivincita verso coloro che si prodigarono per far sì che uno dei più grandi giornalisti italiani non potesse più apparire in televisione a condurre col suo stile unico la celebre rubrica “Il fatto”.
Nel quarto capitolo del libro, durante l’interessante racconto delle vicende che fecero da cornice al famoso processo di Norimberga, che nel novembre del 1945 vide sfilare come imputati i principali responsabili dello sterminio nazista, E. Biagi riporta un estratto di un colloquio che ebbe tempo addietro con Hjalmar Schacht, ministro dell'economia ai tempi della Germania di Hitler.
“Gli chiesi un giorno”, dice Biagi: “Ma come ha fatto, un uomo della sua esperienza, a farsi prendere in trappola dai nazisti?”.
Risponde Schacht: “Ci trovammo, quando Hitler si presentò alla ribalta, con sei milioni e più di disoccupati. C’era una grande depressione, la situazione economica si presentava disperata. Imperversavano gli scioperi, il comunismo avanzava. Ci pareva che Hitler fosse il personaggio capace di mettere in ordine il Paese, il solo adatto a risollevarne la sorte. Certo che avevamo letto il Mein Kampf , ma fin che le cose vanno bene, le teorie non interessano, cosa vuole che importino?”.
Queste sono frasi che inquietano ed allo stesso tempo devono far riflettere.
Tutti noi sappiamo quanto l’economia sia ciclica, come del resto la vita in molti dei suoi aspetti e anche come l’uomo sia “l’unico animale capace di inciampare per due volte sullo stesso sasso”.
A mio avviso la storia ha il compito, o per meglio dire, dovrebbe avere il compito di ricordare all’uomo dov’era quel maledetto sasso e per quale assurdo motivo ci è andato a sbattere in modo così improvvido.


Massimiliano Locandro

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