“Il Papa ha detto che non crede nell'evoluzionismo. Sono d'accordo, infatti la chiesa non si è mai evoluta”.
“Non sopporto che il Vaticano abbia rifiutato i funerali di Welby. Invece non è stato così per Pinochet, per Franco e per uno della banda della Magliana. E' giusto così, assieme a Gesù Cristo non c'erano due malati di S.L.A., ma c'erano due ladroni".
Con queste due frasi, il presentatore Andrea Rivera, dal palco del grande concerto di Roma del primo maggio, ha scatenato un enorme polverone. A fargli la ramanzina, non qualche cardinale indispettito, ma i leader dei tre grandi sindacati organizzatori del concerto, CGIL, CISL e UIL.
Luigi Angeletti ha parlato di libertà religiosa violata, dimenticando di far riferimento alla libertà d’espressione; eccolo: “Sono dichiarazioni molto stupide che non condivido. In un paese civile la libertà religiosa e della Chiesa è altrettanto importante della libertà politica e sindacale”. Raffaele Bonanni non ha trovato di meglio che sottolineare che “Il concerto del primo maggio non è il luogo adatto per fare politica”, dimenticando che il sindacato è politica, che le rivendicazioni salariali lo sono, così come le lotte per i diritti, la denuncia delle morti bianche, o la guerra al precariato. Un po’ più misurate le parole di Guglielmo Epifani, che si è limitato al concetto di inopportunità.
Del resto questo atteggiamento da baciapile dei sindacati non è affatto nuovo: nel 2000, per festeggiare il Giubileo assieme a Giovanni Paolo II, il concerto fu spostato nel prato di Tor Vergata, dove si erano riuniti i papa boys: senza dubbio il convegno ideale per parlare di diritti, di sfruttamento e di lotte proletarie! Non destò stupore il fatto che, per la prima volta, un gruppo di dissidenti decise di far le cose per conto proprio e di organizzare un piccolo concerto in Piazza Navona.
Il problema è che oggi i sindacati sono organizzazioni politiche che non rispondono più agli interessi dei lavoratori, ma, in un lento processo di istituzionalizzazione, hanno raggiunto un tale grado di indipendenza dalla base, da essere assimilabili a dei veri e propri partiti, con tutta una rete di legami e interessi distinti dalla vocazione originale. Di qui la necessità di chinare il capo di fronte ai governi che hanno inventato il precariato (quelli dell’Ulivo), di qui l’obbligo di genuflettersi ad ogni alito papale. Perché, secondo i leader sindacali, la classe lavoratrice, che da centocinquant’anni lotta contro le discriminazioni verso i più deboli, ha come prima esigenza quella di tutelare il recordman della discriminazione, il principe di bianco vestito.
Ma il fondo del fondo della notte del pianto, è stato raggiunto dal direttore di RAI3, Paolo Ruffini che ha parlato dell’esigenza di rispettare un “momento di tolleranza e di convivenza”. Probabilmente Ruffini si dev’essere addormentato nel XVIII secolo, dopo aver a malapena compreso il senso della filosofia illuminista; purtroppo gli sono sfuggiti i passaggi successivi, come le lezioni di Thoreau e del costituzionalismo novecentesco, ovvero la necessità di affermare la libertà con la repressione di chi la nega, di costruire il rispetto sulla reciprocità; per non parlare della vetustà del concetto di tolleranza, che altro non è che un’accettazione accondiscendente e non paritaria di ciò che è diverso.
Ci parrebbe normale che i principi guida di un sindacato dei lavoratori fossero libertà, uguaglianza, giustizia e responsabilità. A quanto pare dovremo accontentarci di tolleranza, opportunità, depoliticizzazione e libertà religiosa. C’è da stare allegri.
Meno male che in tutto questo squallore, un tocco di classe non è mancato: Andrea Rivera, informato delle rimostranze causate dal proprio discorso, ha chiosato: “La Messa è finita, andate in pace”.
Giulio Gori - DEA
“Non sopporto che il Vaticano abbia rifiutato i funerali di Welby. Invece non è stato così per Pinochet, per Franco e per uno della banda della Magliana. E' giusto così, assieme a Gesù Cristo non c'erano due malati di S.L.A., ma c'erano due ladroni".
Con queste due frasi, il presentatore Andrea Rivera, dal palco del grande concerto di Roma del primo maggio, ha scatenato un enorme polverone. A fargli la ramanzina, non qualche cardinale indispettito, ma i leader dei tre grandi sindacati organizzatori del concerto, CGIL, CISL e UIL.
Luigi Angeletti ha parlato di libertà religiosa violata, dimenticando di far riferimento alla libertà d’espressione; eccolo: “Sono dichiarazioni molto stupide che non condivido. In un paese civile la libertà religiosa e della Chiesa è altrettanto importante della libertà politica e sindacale”. Raffaele Bonanni non ha trovato di meglio che sottolineare che “Il concerto del primo maggio non è il luogo adatto per fare politica”, dimenticando che il sindacato è politica, che le rivendicazioni salariali lo sono, così come le lotte per i diritti, la denuncia delle morti bianche, o la guerra al precariato. Un po’ più misurate le parole di Guglielmo Epifani, che si è limitato al concetto di inopportunità.
Del resto questo atteggiamento da baciapile dei sindacati non è affatto nuovo: nel 2000, per festeggiare il Giubileo assieme a Giovanni Paolo II, il concerto fu spostato nel prato di Tor Vergata, dove si erano riuniti i papa boys: senza dubbio il convegno ideale per parlare di diritti, di sfruttamento e di lotte proletarie! Non destò stupore il fatto che, per la prima volta, un gruppo di dissidenti decise di far le cose per conto proprio e di organizzare un piccolo concerto in Piazza Navona.
Il problema è che oggi i sindacati sono organizzazioni politiche che non rispondono più agli interessi dei lavoratori, ma, in un lento processo di istituzionalizzazione, hanno raggiunto un tale grado di indipendenza dalla base, da essere assimilabili a dei veri e propri partiti, con tutta una rete di legami e interessi distinti dalla vocazione originale. Di qui la necessità di chinare il capo di fronte ai governi che hanno inventato il precariato (quelli dell’Ulivo), di qui l’obbligo di genuflettersi ad ogni alito papale. Perché, secondo i leader sindacali, la classe lavoratrice, che da centocinquant’anni lotta contro le discriminazioni verso i più deboli, ha come prima esigenza quella di tutelare il recordman della discriminazione, il principe di bianco vestito.
Ma il fondo del fondo della notte del pianto, è stato raggiunto dal direttore di RAI3, Paolo Ruffini che ha parlato dell’esigenza di rispettare un “momento di tolleranza e di convivenza”. Probabilmente Ruffini si dev’essere addormentato nel XVIII secolo, dopo aver a malapena compreso il senso della filosofia illuminista; purtroppo gli sono sfuggiti i passaggi successivi, come le lezioni di Thoreau e del costituzionalismo novecentesco, ovvero la necessità di affermare la libertà con la repressione di chi la nega, di costruire il rispetto sulla reciprocità; per non parlare della vetustà del concetto di tolleranza, che altro non è che un’accettazione accondiscendente e non paritaria di ciò che è diverso.
Ci parrebbe normale che i principi guida di un sindacato dei lavoratori fossero libertà, uguaglianza, giustizia e responsabilità. A quanto pare dovremo accontentarci di tolleranza, opportunità, depoliticizzazione e libertà religiosa. C’è da stare allegri.
Meno male che in tutto questo squallore, un tocco di classe non è mancato: Andrea Rivera, informato delle rimostranze causate dal proprio discorso, ha chiosato: “La Messa è finita, andate in pace”.
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