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Teatro: Moby Dick

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Moby Dick

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Giorgio Albertazzi e Marco Foschi


Il Teatro Stabile dell’Umbria e il Teatro di Roma presentano ‘Moby Dick’ di Herman Melville. Elaborazione drammaturgica di Federico Bellini. Con Emiliano Brioschi, Mario Cacciola, Marco Foschi, Timothy Martin, Giuseppe Papa, Fabio Pasquini, Annibale Pavone, Enrico Roccaforte, Rosario Tedesco. Luci di Giorgio Cervesi Ripa, suono di Franco Visioli. Regia di Antonio Latella.

Il capolavoro di Herman Melville ridotto per il teatro in una versione che tenta, se possibile, di ampliarne la portata narrativa. Il viaggio, il mare, la libertà, il non ritorno, la sfida a Dio e agli inferi sono riletti con una vena di pacatezza, che cede più alla riflessione che alla violenza. Non c’è del mefistofelico in Achab, ma c’è la dubbiosità di un Amleto, la saggezza di un Ulisse dantesco.
Achab-Albertazzi, con intensità e commozione, racconta la propria sfida alla balena, al Leviatano, come un viaggio senza ritorno, ma anche con un profondo senso della propria incompiutezza e del predestinato fallimento dell’uomo. “Ma fino a quando ci saranno viaggiatori si continuerà a raccontare. Fino a quando ci saranno testimoni si continuerà a raccontare... non ci sarà mai silenzio... non sarà mai fine”. E questo è il ruolo del giovane Ismaele, destinato a sopravvivere per portare agli uomini la testimonianza di questa sfida che si chiama teatro, che si chiama vita. E l’interpretazione straordinaria di Marco Foschi, che tiene testa al vecchio maestro, serve anche a questo, ad indicare cioè il passaggio di consegne, a rendere meno doloroso un testamento artistico, perché, al di là di chi è testimone, il testo e il teatro sopravvivono, sempre. A rendere ancora più esplicito questo concetto, c’è il finale, carico di commozione e di senso drammatico, in cui Ismaele-Foschi si rivolge a Achab-Albertazzi, dicendogli: “Testa, tu che hai visto abbastanza da rendere polvere le stelle e fare di Adamo un infedele, ora, tu, non pronunci più una parola”. E lo abbraccia da dietro le spalle, usando le braccia del vecchio per continuare a raccontare, a portare testimonianza, col linguaggio dei segni.
Questo Moby Dick è un testo dall’altissima tenuta stilistica e che tuttavia è spezzata, di tanto in tanto, da divertissement canori, volti a ridare fiato agli spettatori, e ad accentuare la descrizione realistica della vita in una baleniera. Tra i pochi difetti della rappresentazione c’è l’eccessiva verbosità di Quiqueg, che perde il misterioso fascino del testo di Melville, e che oltretutto recita con un inopportuno accento statunitense.
Ma la magia di Moby Dick, pur nella libertà assoluta della riduzione, c’è tutta: c’è l’anelito di libertà, c’è la volontà di perdersi nell’infinito, c’è la convinzione del congiungimento con l’assoluto attraverso il sentimento più nobile dell’uomo, il dolore.

Giulio Gori – DEA

Al Teatro della Pergola fino a domenica 28 ottobre 2007

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 26 Ottobre 2007 12:30 )  

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