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Teatro: Sior Todero Brontolon

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Sior Todero Brontolon

di Carlo Goldoni

Regia di Giuseppe Emiliani
Con Giulio Bosetti, Marina Bonfigli, Francesco Migliaccio, Nora Fuser, Federica Castellini, Alberto Mancioppi, Umberto Terruso, Sandra Franzo, Tommaso Amadio, Franco Santelli, Gregorio Pompei
Scene di Nicola Rubertelli, costumi di Carla Ricotti, musiche di Giancarlo Chiaramello, luci di Pasquale Mari

Scritta in lingua veneziane nel 1762, Sior Todero Brontolon rappresenta una delle commedie di carattere più raffinate dell’opera goldoniana. In berlina stavolta è messa la tara dell’avarizia, rappresentata dal vecchio Teodoro, Todero, un uomo così permaloso e suscettibile, negli averi e nel carattere, da esser capace di negare il proprio stesso vizio.
E’ la storia di un amore ostacolato dall’interesse, al punto che il commercio diviene il vero protagonista della scena: dal matrimonio che diviene “acquisto”, alle trattative per la dote, dalla legna di troppo nel caminetto (perché soffiare sulla brace basta e avanza), al riso cotto per tre ore perché possa gonfiare e sfamare l’intera famiglia. Tra orgoglio e bassezze borghesi, tra averi e mancanze, oltre al denaro, anche i giochi di potere interni all’istituzione familiare diventano cardini di questo affresco. E alla fine (con Goldoni non è cosa nuova) sono le donne ad averla vinta, perché, pur tra paradossi e vittimismi, conservano una forza e una lucidità sconosciute al ‘sesso forte’.
Sior Todero Brontolon è opera modernissima, costruita su un impianto innovativo di flash back sincronici, con ben due secoli d’anticipo dalla presunta rivoluzione del Rapina a mano armata di Stanley Kubrick: Marcolina e Todero non si affrontano che sul finale, confrontandosi solo a distanza durante tutta la narrazione, in scene distinte che rappresentano momenti simultanei e che contribuiscono a una solidissima progressione.
Risulta quindi ben studiata la scelta di far incontrare i due protagonisti ponendoli lontani l’uno dall’altro, come due pistoleri in un duello all’ultimo sangue. Così come sono felici i movimenti di una compagnia che preferisce la danza morbida alla monumentalità, in un piacevole connubio con l’agile e spiritoso dialetto veneziano. C’è inoltre molta attenzione ai particolari, agli sguardi (i promessi sposi si squadrano come fossero merci), all’uso discreto dei microfoni (nonostante un piccolo incidente nell’abbraccio tra Marcolina e Pellegrin).
Del resto, è noto, Giulio Bosetti rappresenta una garanzia. Tutto funziona alla perfezione, dalla lingua facilmente comprensibile, alle scene che assecondano i passaggi sincronici, per arrivare alle superbe interpretazioni dell’intera compagnia. Bosetti-Todero, benché dimesso, torvo e ingobbito, esprime una statura fisica straordinaria; ma ciò che lo rende davvero gigantesco è la capacità di gestire con sapienza tempi e controtempi, di sfruttare le pause, con la mimica e i grugniti, per calamitare su di sé gli occhi del pubblico. Allo stesso modo Marina Bonfigli (la vedova Fortunata) gioca sulle civetterie e sui piccoli gesti per prorompere col suo personaggio minore, ironico e riuscito. Nora Fuser (Marcolina) lavora splendidamente, invece, su quel filo sottile che separa l’autorevolezza della massaia dalla modestia della moglie.
Quel filo sottile che solo le donne sanno percorrere: perché la più grande vittoria è far credere agli uomini di aver vinto.

Al Teatro della Pergola fino a domenica 16 marzo.

Giulio Gori

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 14 Marzo 2008 06:39 )  

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